“Intervista” Ichino: «Come D’Antona, ha avuto il coraggio di andare avanti»

21/03/2002





Era uno studioso di frontiera
Ichino: «Come D’Antona, ha avuto il coraggio di andare avanti»
di Giancarlo Santalmassi

«Sono molto amico e abbiamo lavorato insieme con Marco per tutti questi anni sul piano didattico, lui insegnava al Master europeo in Scienze del lavoro dell’Università di Milano. Veniva a Milano tutte le settimane. Gli sono stato vicino anche se abbiamo sempre discusso, non avevamo sempre le stesse idee, ma abbiamo tanto discusso insieme anche sul Patto di Milano». Così Pietro Ichino, docente di diritto del lavoro alla Statale di Milano si è espresso in un’intervista a Radio 24-Il Sole 24 Ore.
Quel Patto spaccò anche i sindacati.
L’accordo fu criticato e rifiutato dalla Cgil per motivi non banali.
La Cgil temeva che abbassare gli standard di trattamento per questi lavoratori potesse riprodurre una sorta di discriminazione ai danni degli extracomunitari. Marco Biagi invece opponeva, e su questo ero d’accordo con lui, che in alcune situazioni fare parti uguali fra disuguali significa mettere in difficoltà i più deboli, cioè eravamo convinti che queste deroghe avrebbero facilitato l’inserimento degli extracomunitari e quindi dovessero essere considerate un fatto positivo.
Biagi si sentiva nel mirino dei terroristi dopo la firma del Patto?
Certo in quel momento, non da parte della Cgil, ma da parte di qualche frangia un po’ esagitata ci furono delle minacce. Marco aveva ricevuto delle minacce, erano stati trovati dei volantini violentissimi contro di lui – ripeto – che venivano da ambienti che con la Cgil non avevano assolutamente niente a che fare e la Cgil fu durissima nel condannare queste minacce. Però questo creava un clima pesante. Io ricordo che con Marco parlavamo di questo perché anch’io avevo ricevuto minacce del genere e fra noi dicevamo: siamo quasi coetanei (lui ha, aveva un anno meno di me, siamo cinquantenni) e i nostri genitori hanno avuto in sorte di dover rischiare la vita in guerra al servizio di qualche generale, per finalità che probabilmente non erano le loro, noi abbiamo il privilegio di stare in prima linea per difendere la Costituzione repubblicana, una Patria in cui crediamo. Ci sentiamo tutti in prima linea, anche a rischio della nostra vita, per difendere un ordinamento civile.
C’è un’analogia col caso D’Antona?
Ci sono delle analogie…
Nel documento delle nuove Br del caso D’Antona c’erano inquietanti stralci degli studi che aveva fatto lo stesso D’Antona, al punto che si parlò all’epoca di una sorta di quinta colonna molto vicina al professore.
Io vedo delle analogie enormi, grosse come un macigno. Non solo in questa liturgia atroce dell’assassinio sulla porta di casa, sotto gli occhi dei familiari, ma anche nella qualità delle persone. Marco Biagi come Massimo D’Antona erano persone miti, miti di carattere, miti anche nel modo di esporre le loro opinioni, non erano mai aggressivi sul piano concettuale, non demonizzavano mai l’avversario. Erano in un certo senso, se così si può dire, persone che si caratterizzavano in un ambiente accademico che qualche volta ha delle durezze, degli spigoli, si caratterizzavano quasi per una loro dolcezza nel dibattito. E l’idea che qualcuno possa perversamente, follemente pensare che eliminare, sopprimere, colpire persone come queste possa portare in qualsiasi modo del bene, non si sa a chi o a che cosa, è davvero sconvolgente. Sia Massimo sia Marco, ciascuno nel loro modo, sapevano di essere a rischio e hanno avuto il coraggio di andare avanti nel loro impegno proprio come giuslavoristi di frontiera. Di questo siamo loro debitori veramente in modo grande. Entrambi erano animati dalla convinzione, che io credo non sia né di destra né di sinistra, ma è solo una convinzione profondamente ragionevole che il diritto del lavoro può essere difeso efficacemente soltanto da chi sa lavorare per farlo crescere, per farlo evolvere, per adattarlo a una società in continua evoluzione. E tutti e due hanno messo il loro sapere e la loro fine conoscenza del diritto al servizio della società, cercando di trasformare le idee in norme che possano funzionare. Sembra quasi che siano stati puniti per questo…
Che cosa vi siete detti nell’ultima telefonata martedì mattina.
Marco mi ha chiamato perché stiamo chiudendo il numero due della Rivista italiana di diritto del lavoro sul quale era programmato un suo intervento e mi ha telefonato per chiedermi se lo avevo visto. Abbiamo discusso di alcuni punti su cui gli suggerivo qualche modifica. È un articolo sull’armonizzazione delle relazioni industriali a livello europeo in cui riporta il frutto del lavoro di un comitato di riflessione su questo tema istituito dall’Unione europea di cui lui ha fatto parte con tanti colleghi stranieri e abbiamo discusso di quello e poi abbiamo parlato del suo fondo appena uscito sul Sole-24 Ore…
La posizione dei sindacati, quella di sabato, quella degli scioperi generali, l’avevate discussa mai?
Abbiamo sempre discusso di questa situazione e ciascuno dalla sua parte, perché non avevamo una perfetta identità di vedute e la nostra storia politica ci colloca in questo momento su posizioni diverse, però cercavamo sempre di colloquiare, io dai miei articoli sul Corriere Lavoro, lui dal Sole-24 Ore per stabilire un dialogo ragionevole e Biagi ieri (martedì per chi legge, ndr.) mi diceva cosa scrivi tu, della manifestazione di sabato, e io gli ho anticipato a grandi linee quello che avevo scritto in un articolo che uscirà sul prossimo numero dell’Espresso, quello che uscirà sul Corriere della sera… In sintesi? Credo che sia uno scontro politico del tutto legittimo, nel senso che fa parte della dialettica democratica ed è giusto che l’opposizione faccia la sua parte e anche con la massima decisione. Non credo però che sia giusto che si indichi al Paese la deroga all’articolo 18 proposta dal Governo come un attacco all’architrave del diritto del lavoro. Non è così perché anche in Paesi come la Francia, la Germania, l’Inghilterra, la Svezia, la Spagna non c’è una norma come quella eppure c’è un diritto del lavoro degno di questo nome, che funziona benissimo…

Giovedí 21 Marzo 2002