“Intervista” Ichino: «Attenti, questa è una riforma che non aumenta la flessibilità»

21/02/2002
La Stampa web




intervista
Flavia Podest�


(Del 21/2/2002 Sezione: Economia Pag. 2)
PIETRO ICHINO: COSI’ SI DA’ SOLTANTO PIU’ LAVORO AGLI AVVOCATI
�Attenti, questa � una riforma che non aumenta la flessibilit�

Un intero Paese bloccato sulla questione dell’articolo 18. Professore Ichino, ne vale davvero la pena?

�Il Governo – risponde il docente di diritto del lavoro nell’Universit� degli Studi di Milano, uno dei massimi esperti italiani del settore – ha cercato il braccio di ferro col movimento sindacale, quasi per dimostrare al Paese che sa fare le riforme anche senza il suo consenso. Il movimento sindacale � caduto nella provocazione, concedendo cos� al Governo una patente di riformatore che per ora esso non merita�.

Non � una riforma, quella che propone il Governo sui licenziamenti?

�Le riforme vere sono un’altra cosa. Questa, per quel che riguarda i licenziamenti, avrebbe solo l’effetto di dare altro lavoro agli avvocati; ma di nuova flessibilit� ne porterebbe ben poca�.

Spieghi meglio.

�Il disegno di legge prevede che quando l’impresa stipila un contratto a termine e poi lo trasforma in contratto a tempo indeterminato, al lavoratore assunto in quel modo non si applicher� l’art.18 se verr� lincenziato, bens� solo una tutela risarcitoria. Senonch� le imprese che si azzarderanno a seguire questo itinerario, e successivamente proveranno a licenziare il lavoratore, si troveranno di fronte a un giudice che per prima cosa andr� a verificare se all’origine c’era un giustificato motivo di assunzione a termine; in nove casi su dieci riterr� che non ci fosse, proprio perch� poi � stato stabilizzato, e quindi riterr� applicabile l’art.18�.

Ma i contratti a termine non sono stati gi� liberalizzati con il decreto del settembre scorso?

�Questo � quello che sostenevano Maroni e la Confindustria, quando quel decreto � stato varato. Ma a sei mesi di distanza gli imprenditori si sono accorti che gli spazi per i contratti a termine si sono allargati bel poco, perch� ora � il giudice a valutare caso per caso se l’apposizione del termine � giustificata o no. E l’incertezza sul giudizio eventuale si traduce in rigidit� per l’azienda, che non pu� permettersi il rischio di perdere la causa�.

Il disegno di legge del Governo prevede anche l�esenzione dall’art.18 nel caso in cui venga regolarizzato un rapporto di lavoro nero.

�Oggi, il lavoratore assunto "in nero" che viene licenziato pu� impuignare il licenziamento davanti al giudice, il quale applica senz’altro l’art.18. Secondo il disegno di legge Maroni, nel momento in cui quel rapporto di lavoro venisse regolarizzato, il lavoratore dovrebbe essere privato della tutela di cui aveva goduto fino al giorno prima. Sarebbe vistosamente incostituzionale. E, anche qui, le imprese che facessero affidamento su di una norma di questo genere rischierebbero delle brutte sorprese, magari a distanza di due o tre anni, in seguito a una pi� che probabile sentenza negativa della Corte costituzionale�.

E il terzo caso previsto dal disegno di legge, quello dell’impresa che cresce oltre la soglia dei 15 dipendenti?

�Quello � l’unico, fra i tre casi previsti, in cui l’esenzione dall’art.18 potrebbe funzionare. Ma si tratterebbe di un effetto molto marginale, nell’insieme del nostro sistema. Fare le barricate per una riforma che si riduce a cos� poco mi sembra davvero fuori luogo�.

L’universo imprenditoriale, dentro e attorno a Confindustria, suona da tempo la grancassa della necessit� di iniettare robuste dosi di flessibilit� nel nostro mercato del lavoro. Ma diversi imprenditori – da Paolo Fresco a Pasquale di Pistorio – non si stancano di sostenere che nel nostro sistema la flessibilit� non solo c’�, ma � anche pi� ampia di quella che si trova in Paesi come la Francia e la Germania. Chi ha ragione?

�Vede, la differenza tra l’Italia e i suoi maggiori partners europei sta nel fatto che da noi ci sono nove milioni e mezzo di lavoratori pressoch� inamovibili: i dipendenti pubblici e i privati a cui si applica l’articolo 18; poi ci sono altri sei o sette milioni di lavoratori non protetti, che portano su di s� tutto il peso della flessibilit� di cui il sistema ha bisogno: dipendenti delle imprese con meno di 15 dipendenti, collaboratori autonomi continuativi, precari, irregolari. E fra i due comparti della forza-lavoro italiana c’� pochissima comunicazione. Questo � il motivo per cui l’articolo 18 deve essere riformato: per superare la divisione tra lavoratori di serie A e lavoratori di serie B, e per rendere il nostro mercato del lavoro pi� fluido, pi� capace di indirizzare nel tempo le persone nel posto dove possono produrre meglio e guadagnare di pi�.

Ma Cofferati, Pezzotta e Angeletti chiedono l’estensione delle tutele anche a quelli che oggi ne sono esclusi

�Rendere tutti inamovibili non � pensabile. La via giusta � quella di aumentare la sicurezza dei lavoratori nel mercato del lavoro, dare loro servizi pi� efficienti di informazione, riqualificazione professionale, assistenza alla mobilit� geografica; e anche un’assicurazione contro la disoccupazione che consenta loro di affrontare serenamente la perdita del posto di lavoro a il passaggio a una nuova occupazione. Il lavoratore forte nel mercato � forte anche in azienda, perch� pu� scegliere, pu� andarsene quando vuole; e quindi ha anche meno bisogno di protezioni rigide come l’articolo 18�.

Sono le stesse cose che si leggono nel documento Berlusconi-Blair sulla politica del lavoro.

�� vero. Il fatto �, per�, che i laburisti inglesi queste cose le praticano da trent’anni; il libro bianco People and Jobs � del 1973! E hanno costruito nel tempo un sistema di sicurezza dei lavoratori nel mercato che noi neppure ci sogniamo�.




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