“Intervista” Hotel italiani nel futuro di Tata

25/10/2007
    giovedì 25 ottobre 2007

    Pagina 21 – Economia e imprese

    Intervista
    Ratan Tata- Le strategie del grande gruppo indiano

      Hotel italiani nel futuro di Tata

      «Valuteremo le strutture ricettive: posibili investimenti in Sicilia e Capri»

        di Micaela Cappellini

        Prima l’accordo con Fiat, che coinvolge l’India ma anche il Sudamerica, poi la joint-venture con Poltrona Frau, e presto anche un piede nel turismo. C’è un filo che lega Tata, il colosso dell’industria indiana da 22 miliardi di dollari, al nostro Paese. Ed è rosso, come la Ferrari dove lavorano gli indiani di Tata Consulting Services. «Luca di Montezemolo prima di tutto è un amico, con cui condivido la passione per l’arte e il gusto per le cose belle», tiene a sottolineare Ratan Tata, attuale presidente del gruppo ed erede della più influente dinastia imprenditoriale dell’India dalla fine dell’800 a oggi. Ieri era a Maranello, per il Cda della Fiat di cui è consigliere internazionale. Ospite, per l’appunto, di Montezemolo. «È stato lui – racconta – a consigliarmi di prendere in considerazione il settore italiano del turismo. Penso alla Sicilia, ma anche a Capri: invierò in Italia i miei esperti a studiare gli hotel».

        Settant’anni il prossimo dicembre, Ratan Tata crede nel destino. Suo zio era un buon amico di Gianni Agnelli, ma lui e il presidente della Ferrari si sono incontrati solo quattro anni fa a New Delhi: una fortuna che l’allora ministro delle Attività produttive, Antonio Marzano, fosse in ritardo, così hanno colto l’occasione per conoscersi meglio. Lì sono nate le basi dell’accordo con Fiat, che a detta di entrambi è solo agli inizi. E anche della più recente intesa con Poltrona Frau, controllata dal fondo Charme della famiglia Montezemolo.

        Mister Tata, l’arredamento di fascia alta non è tra i core business del gruppo che lei presiede. La joint-venture con Poltrona Frau segna dunque il vostro ingresso nel mercato dei beni di lusso?

          È un modo per portare nel mercato indiano prodotti di alta qualità. Il mercato del lusso in India oggi è piccolo e selettivo, ma crescerà in fretta. Ciò che è considerato piccolo in India, è pur sempre di grandi dimensioni: 250 milioni di potenziali acquirenti valgono il mercato statunitense. Grazie alla joint-venture, poi, Poltrona Frau non solo distribuirà nel mio Paese i suoi prodotti, ma coglierà l’occasione per realizzarne di nuovi con un tocco indiano: nei tessuti, nei colori, nel design. Per poi venderli in Europa.

          Quali sono i mercati esteri più strategici per Tata?

            Dipende dal tipo di mercato. Quello in cui abbiamo più chance è il Sudafrica, dove vantiamo già una buona presenza e il marchio Tata è riconosciuto da tutti. Ma si tratta di un mercato piccolo. Il più grande per noi è l’America latina. Talmente grande e lontano che, per muoverci lì, abbiamo bisogno di partnership, come abbiamo fatto con Fiat. Anche il Sud-Est asiatico è importante: in Vietnam, per esempio, stiamo investendo nella produzione di energia e nell’industria manifatturiera.

            Non ha menzionato la Cina…

              Per l’India questo non è un buon mercato. Ci consideriamo l’uno il concorrente dell’altro. Se Tata avesse successo lì con un’automobile a basso prezzo, per esempio, in due anni i produttori locali sarebbero in grado di immettere sul mercato un veicolo identico ma a costi inferiori.

              L’India, che è un Paese focus per la politica estera economica italiana, sarà in grado di mantenere un tasso di crescita come quello attuale, che supera il 9%?

                Credo che possa facilmente sostenere una crescita compresa tra il 7,5 e l’8,5 per cento. Il Paese procede secondo i piani per quanto riguarda la costruzione di autostrade, porti e aeroporti. Mi preoccupa di più la questione energetica: su questo fronte siamo indietro, anche per la difficoltà di espropriare i terreni necessari ai nuovi impianti. Spero che la stabilità politica continui. Ma con venti partiti nella coalizione di Governo, non è sempre cosa facile.

                E poi ci sono le riforme sociali. Il sistema rigido delle caste, per esempio, continua a essere d’ostacolo a uno sviluppo più equo del Paese…

                  Quando il Governo ci ha chiesto di comunicare quanti dipendenti di Tata appartengono alle caste più basse, per verificare che rispettassimo le quote obbligatorie fissate per legge, io ho risposto: Tata non ha mai chiesto ai suoi lavoratori a quale casta appartenessero, la parola casta non è nel mio vocabolario. Tutti dobbiamo impegnarci, pubblico e privato. Dobbiamo diventare un Paese dalle pari opportunità.

                  Tata nacque nel 1868 come piccolo stabilimento tessile e oggi è un colosso industriale che fa partnership e acquisizioni in giro per il mondo, ma che resta indissolubilmente legato alla dinastia familiare. Considera Tata un gruppo indiano o globale?

                  Nel passato siamo stati indiani, ma globale è una parola troppo pomposa. È di chi sostiene di essere presente in tutto il mondo. Preferisco dire che lavoriamo per essere internazionali. Anche il nostro top management sta diventando più internazionale.

                  E il suo successore alla presidenza del gruppo? Anche lui sarà straniero?

                    Per un bel po’ direi che sarà ancora indiano.