“Intervista” Grandi: «la manifestazione del 20 mi preoccupa»

14/09/2007
    venerdì 14 settembre 2007

    Pagina 3 – Politica

    L’Intervista
    Alfiero Grandi

    Il sottosegretario all’Economia: la più importante categoria dell’industria esprime un malessere profondo che va interpretato e capito

      «La manifestazione del 20 così è un attacco alla Cgil»

      Roma
      «In questa situazione, con la Cgil così esposta, la manifestazione del 20 ottobre mi preoccupa molto». Alfiero Grandi, sottosegretario all’Economia, di Sinistra democratica, ex dirigente della Cgil, propone ai compagni di viaggio della cosiddetta «Cosa rossa» una pausa di riflessione: «La manifestazione del 20 ottobre mi pare poco comprensibile. Per qualcuno forse può essere una rivalsa rispetto al referendum, ma sarebbe un errore mettere in difficoltà il governo. Dunque la sinistra rifletta, riesamini l’opportunità di questa manifestazione: parliamone dopo la conclusione del referendum tra i lavoratori». «Nella maggioranza c’è chi pensa di fare a meno della sinistra? Bene, ma a noi spetta non dare la minima occasione per aprire un problema», dice Grandi. «La sinistra non deve prendersi la responsabilità di aumentare le fibrillazioni».

      Dunque siete pronti a disertare la piazza?

        «Se il 20 non è oggetto di una riflessione che ci garantisca che sarà una manifestazione “amica” di tutta la Cgil, qualcuno ci andrà e altri no. Vorrà dire che il percorso comune a sinistra partirà il 21 di ottobre».

        Pensa che il processo unitario potrebbe arrestarsi?

          «Andremo avanti, pur con dei punti di differenza. Noi puntiamo a una federazione, cominceremo a lavorare insieme sui punti che ci trovano d’accordo, ma il processo di unità è assolutamente necessario. Pur sapendo che è un traguardo, non qualcosa di già pronto e scodellato».

          Come valuta il no della Fiom al protocollo sul welfare?

            «Con rispetto. La più importante categoria dell’industria esprime un malessere profondo che va interpretato e capito. Non accetterò mai che i metalmeccanici vengano sbeffeggiati o diventino il parafulmine di tutte le contraddizioni. Detto questo, ritengo un bene che l’accordo venga approvato, pur con tutti i suoi difetti e le sofferenze che ha provocato. Non ci sono alternative a un sì. Quei difetti li vedo anch’io, a partire dalla decontribuzione degli straordinari che è un mero regalo alle aziende. Di fronte al dibattito interno alla Cgil che sarà anche teso, il governo deve avere un atteggiamento di generosità e di comprensione».

            Cosa significa?

              «Ci sono personalità autorevoli che suggeriscono al governo di non concertare più col sindacato, quasi fosse una creatura del passato. Ma il sindacato è un punto di tenuta sociale fondamentale, di cui la Cgil è l’architrave. Dunque il governo deve respingere quei consigli, e fare di più. Tiziano Treu ha detto che nella stesura finale ci possono essere dei chiarimenti, ad esempio sul tempo determinato e sullo staff leasing. Credo che ce ne possano essere anche altri. Insomma, il protocollo non va interpretato come un “prendere o lasciare”. Il confronto può continuare. In fondo anche l’accordo del 1993 è figlio delle valutazioni sugli errori del 1992».

              Anche il ministro Damiano ha detto che se si comincia a cambiare poi rischia di venir meno l’equilibrio complessivo…

                «Dell’accordo non bisogna avere una visione statica, ma dinamica. Ci sono argomenti che possono essere ripresi più avanti, con una iniziativa parlamentare o del governo».

                Epifani ha chiesto un passo indietro alle forza politiche sulle vicende della Cgil. È d’accordo?

                  «Il sindacato è il protagonista dell’accordo e della discussione con i lavoratori: questo è un punto fermo, e compito della sinistra politica non è rendere più aspra la discussione, ma essere l’interfaccia politica dei problemi che pongono la Cgil e la Fiom. Non dobbiamo sovrapporci, nè andare sugli spalti a fare il tifo: la nostra squadra è tutta la Cgil».

                a.c.