“Intervista” Giuliano Amato: «Apriamo un discorso a tutto campo»

05/04/2002




Intervista
a Giuliano Amato
«Apriamo un discorso a tutto campo»
(DAL NOSTRO CORRISPONDENTE)

NEW YORK – Giuliano Amato ha avuto con l’America rapporti da studente, da professore e poi da uomo politico. La conosce a fondo e conosce a fondo la dimensione globale della sfida competitiva che viene anche da questo mercato. Lo abbiamo incontrato a New York dove ha passato qualche giorno per un ciclo di lezioni e dove, ieri, ha tenuto una conferenza sull’Europa al Council on Foreign Relations. Amato, vicepresidente della Convenzione europea, da lungo tempo non commenta le vicende politiche italiane. Gli abbiamo chiesto se, alla luce del dibattito acceso sull’articolo 18, delle manifestazioni di piazza senza precedenti, dell’omicidio di Marco Biagi, non sia preoccupato per lo stato del Paese. La sua risposta è pacata, analitica, come sempre, e costruita su alcuni pilastri portanti che secondo lui dovrebbero riportare al dialogo e risolvere le differenze sulla base di intese comuni e non della contrapposizione. Non gli mancano parole di critica per alcuni movimenti della Sinistra italiana, che giudica estremi e non maturi per l’alternanza bipolare.
Presidente Amato, l’articolo 18 ha fatto molto discutere in Italia. Lei ne ha parlato poco. Cosa può dirci?
Ho trovato sorprendente che un Governo che parlava delle tre «I» (innovazione, Internet, inglese), che voleva fare riforme di ampio respiro, che si poneva sulla scia della visione europea di Lisbona, e cioè di un’Europa e di un’Italia che debbono rendersi più competitive puntando sull’economia della conoscenza, sull’innovazione tecnologica nel sistema produttivo e in quello dei servizi, che avrebbe dovuto accelerare i processi di formazione e di addestramento, si sia infilato nel vicolo dell’articolo 18. Attorno a questo punto si è generato un conflitto così intenso che sono tornate a crescere le ore di sciopero come non si verificava da tanto tempo.
Ma non le sembra che le riforme dell’articolo 18 siano così modeste da non giustificare questa reazione? Non le sembra che ci sia una strumentalizzazione politica?
Guardi l’articolo 18 è vissuto come una partita politica da ambo le parti. E credo che le sue implicazioni riguardino una parte piccola del mondo imprenditoriale considerando quanto pochi siano i casi in discussione. Ma il punto è che andandosi a infilare là dentro – e lo sottolineo, lì soltanto – si offre un messaggio opposto alle tre «I» di Berlusconi. Si dice: voglio più competitività e si parla di più licenziamenti. Da qui la reazione. Perché invece di dare corpo a una promessa che portava un messaggio coinvolgente si passa a un messaggio escludente.
Al contrario, mi sembra che le proposte per l’articolo 18 si limitino a chiedere il "coinvolgimento" del sommerso con la facoltà di flessibilità nei confronti solo di quelle nuove categorie che saranno incluse.
Ma di nuovo, non si tratta di emarginare il nero. Si tratta di coinvolgerlo. La cosa che mi ha colpito è che all’inizio la Cgil sembrava da sola. La Cisl e la Uil sembravano più aperte a negoziare. Poi si sono schierate con la Cgil. Perché? Perché anche i loro iscritti e simpatizzanti si sono preoccupati. Noi abbiamo già molti elementi di flessibilità. Da tempo andiamo dicendo ai nostri giovani che debbono orientarsi su un "percorso" di lavoro e non su un "posto" di lavoro. E ne prendono atto. La loro vita è dominata da incertezze e ansietà. È semplice capire perché, il nostro sistema di sicurezza sociale è ancora orientato contro i rischi del XX secolo non contro quelli del XXI secolo. Come le ho detto, c’è già molta flessibilità, non c’è sicurezza davanti al lavoro flessibile e per mancanza di sicurezza un giovane non si sposa o si compra la casa perché non sa quando arriverà il momento difficile e come potrà pagare il rateo del mutuo se gli scade in un ciclo in cui non lavora. Si finisce per lavorare per anni senza garanzie contributive.
Ha una soluzione?
Secondo me ci vuole poco a ricostruire un sistema di sicurezze sociali per dare risposte a questi giovani. E, allora, in questo contesto più allargato si può parlare anche di flessibilità. Ho fatto dei calcoli. Il costo per una risposta a tutto campo al problema si aggira attorno ai 4,5 miliardi di euro nell’arco di alcuni anni. È anche giusto trovare il modo per riassorbire le indennità di mobilità, che oggi costano. Ma, vede, si può fare una cosa graduale. E, allora, facciamola. Apriamo un discorso a tutto campo, pensiamo a tutti gli italiani, altrimenti si finisce in quell’angolo.
Perché secondo lei questo non è stato fatto?
Mah, guardi, non so spiegarmelo. Si dice che l’obiettivo fosse quello di dare un colpo al sindacato prima ancora che all’articolo 18. Ma è difficile pensare che una scelta politica così povera possa essere stata compiuta, che possa essere il frutto di un ragionamento razionale. E dunque tutto diventa più instabile.
Mi scusi, in termini pratici l’articolo 18 non è poi questa grande rivoluzione.
Ci sono questioni pratiche che diventano di principio e dunque insolubili. E mi voglio riferire in questo anche a certi giudici dissennati che hanno imposto il reintegro, mentre secondo me erano loro a dover essere licenziati. Ci sono lentezze procedurali che lasciano l’imprenditore in uno stato di incertezza. Ma abbiamo anche delle risposte pragmatiche: la Confapi e la Cispel hanno firmato un accordo per l’arbitrato che riguarda le controversie dell’articolo 18. Perché non fa lo stesso la Confindustria? Non è sufficiente? E allora bisogna che dimostrino perché non va bene. Lei propone di allargare il campo di azione. La riforma dell’articolo 18 deve far parte di un programma più vasto, ci vogliono altre garanzie. E ha anche parlato di cifre. Ma dove si trovano i soldi?
Il Governo ha un progetto di riduzione fiscale di 50 miliardi di euro per i prossimi 5 anni. E allora riduciamo le tasse per 45,5 miliardi ed ecco che i 4,5 miliardi saltano fuori. So che si può creare un clima diverso. Nessuno deve fare marcia indietro, basta cambiare il clima, il tono, il passo di danza. Ma quando si ricorre alla piazza tutto diventa più difficile, non crede? Nella manifestazione della Cgil c’è stata certo organizzazione, ma c’è stata anche molta adesione spontanea. In piazza c’erano anche dirigenti di banca con le loro famiglie. E devo dire che vedere tanta gente in piazza diventa un’espressione di disagio…
Può essere anche un’espressione di disagio contro il legittimo processo democratico.
Non si può dire che sia antidemocratico il diritto di manifestare. È stata una dimostrazione pacifica, espressione lo ripeto di un disagio sociale, non di un’arma puntata contro il Governo. Eppure il riferimento continuo al fatto che il Governo volesse lo scontro sociale, può essere una chiara minaccia...
No guardi, questo lo respingo. Se qualcuno pensa che la dimostrazione rappresentasse un grilletto pronto a esplodere contro il Governo è afflitto da un problema di paranoia. Non si possono mischiare le cose. Non si può tornare al brodo della cultura terroristica. Purtroppo non è così. Il terrorismo gira per il Paese e non è un caso se in tre anni abbiamo avuto due delitti con la stessa arma. E quando è stato ucciso D’Antona non c’era nessuna manifestazione.
Eppure non può negare che se certe sensazioni nascono ci saranno delle ragioni.
Distinguiamo: c’è una legittimità nel rivendicare certi diritti, non nel criminalizzare un Governo. Perché se un Governo fa politiche che non si condividono non si deve essere né aggressivi né violenti. E questo una parte della Sinistra continua a non capirlo. È sbagliato avere visioni estreme della realtà secondo le quali Thatcher, Berlusconi, Mugabe, Pinochet, Aznar o Franco appartengono tutti alla stessa razza. E se questo è quello che pensano tanti adulti, beh allora sono infantili.
Pensa che si possa crescere?
Sì. Ma cresciamo tutti. Il bipolarismo non può essere vissuto come un rodeo. O l’Italia impara a vivere il bipolarismo come dialettica di democrazia moderna e matura, oppure è condannata a vivere in un antagonismo talmente passionale da precludersi la possibilità di puntare a quella modernizzazione di cui ha tanto bisogno.

Mario Platero
Venerdí 05 Aprile 2002