“Intervista” Giugni: un errore grave come il Patto per l’Italia

20/01/2003

17 gennaio 2003

Il padre dello Statuto: una battaglia sbagliata, destinata alla sconfitta
Giugni: un errore grave
come il Patto per l’Italia

          MILANO «Sono decisamente contrario. Mi sembra un grosso errore.
          E, del resto, il mio giudizio è negativo anche sulle modifiche previste dal
          Patto per l’Italia». Come dire: l’articolo 18, così com’è oggi, non si tocca.
          Ma sulla decisione di ammettere il referendum volto ad estendere l’articolo
          18 anche alle imprese con meno di quindici dipendenti, Gino Giugni,
          il «padre» dello Statuto dei lavoratori, non ha dubbi. «Alla prova del
          voto non passerà, non penso possa incontrare il favore della popolazione – sostiene – Ma se dovesse invece passare, introdurrebbe una rigidità artificiosa
          nel mercato del lavoro».
          Avvocato, dal ‘69 presidente della Commissione nazionale per lo Statuto dei lavoratori, ministro del Lavoro e della Sicurezza sociale nel governo Ciampi, poi presidente della Commissione di vigilanza sul diritto allo sciopero, oltre che professore di Diritto del lavoro alla Sapienza di Roma: alle questioni relative al lavoro Gino Giugni ha dedicato tutta la sua vita.
          Professor Giugni, perchè è contrario al referendum?
          «Perchè ritengo che l’opinione pubblica possa non essere favorevole,
          nella grande maggioranza. E questo significa che avremo come risultato
          la perdita del referendum, la sconfitta conclusiva. Come è accaduto
          con la scala mobile di vent’anni fa».
          Scusi, ma lei è contrario nel merito o semplicemente perchè lo ritiene un referendum perdente?
          «Anche nel merito. In materia di diritto del lavoro, sono favorevole
          all’articolo 18, e sul versante giudiziario sono perchè le cause di lavoro
          non durino anni, o comunque lunghi mesi. Ma l’estensione del diritto
          al reintegro a tutte le imprese, anche con meno di quindici dipendenti,
          mi sembra eccessiva. Che significa, poi? Allora, dovrebbe valere anche
          per il personale domestico. Oppure, ed è auspicabile, bisogna distinguere
          nettamente tra dipendenti di imprese e collaboratori domestici. Credo
          piuttosto sarebbe meglio concederci almeno questo margine di tollerabilità».
          Nulla da eccepire, invece,sullle garanzie previste dall’articolo 18 per le imprese con più di quindici dipendenti
          «Assolutamente. Rispetto all’articolo 18 non c’è discussione, ripeto di essere favorevole, sono convinto debba essere essere mantenuto così com’è».
          Questo referendum è stato definito inutile, pericoloso, irresponsabile,
          anche da parte di alcuni esponenti dell’Ulivo. La pensa così anche lei?
          «Sì. Considerando il margine esistente dei quindici dipendenti, eliminarlo
          mi sembra che definirebbe i rapporti di lavoro in forma troppo rigida. È un grosso errore da parte di chi lo ha promosso. Se ì sì dovessero spuntarla, intendo dire, si introdurrebbe una rigidità artificiosa nel mercato del mercato. Credo comunque che l’opinione pubblica non possa essere favorevole ad una soluzione che definirie drastica. Alla prova del voto il risultato, insomma,
          sarà un nulla di fatto, e in questo senso si può definire inutile. Come già accadde per il referendum sulla scala mobile di circa vent’anni fa, si risolverà in una sconfitta dell’oggetto del referendum. Piuttosto, sono le cause di lavoro un problema da risolvere, innanzitutto per quanto riguarda i tempi».
          Troppo lunghi?
          «Assolutamente. Io sono favorevole o ad un sistema arbitrale, come peraltro è già stato previsto, oppure ad un sistema di procedura d’urgenza, peraltro già previsto anch’esso. Ma le cause dovrebbe venire risolte più velocemente».
          la.ma.