“Intervista” Giugni: «La legge Biagi non crea occupazione»

10/11/2003

domenica 9 nov 2003

Pagina 35 – Economia
 
 
L´INTERVISTA
Il padre dello Statuto dei lavoratori: norme ambiziose e confuse

Giugni: "La legge Biagi non crea occupazione"
          Ai tempi del Patto per l´Italia, la Cgil avrebbe dovuto sedersi al tavolo. Ha sbagliato a non trattare
          LUISA GRION


          ROMA – La riforma Biagi è ambiziosa, ma destinata ad influire scarsamente sul livello dell´occupazione. Gino Giugni – giuslavorista e «padre» dello Statuto dei lavoratori – a pochi giorni dall´entrata in vigore della legge che ha moltiplicato la flessibilità del mercato, boccia il progetto voluto dal collega e amico ucciso dalle Br. Ma critica anche l´atteggiamento del sindacato nei confronti delle modifiche alla previdenza.
          Professore, secondo lei la Biagi funzionerà?
          «E´ difficile dirlo, anche perché le norme del decreto delegato sono più o meno una novantina e la loro applicazione è piuttosto complicata. Spesso si fa rinvio ad ulteriori passaggi, come contrattazione collettiva e decreti ministeriali, che rendono meno evidente il disegno finale che resta – sicuramente – molto ambizioso».
          Troppo ambizioso?
          «E´ un progetto che intende ridisegnare completamente il diritto del lavoro, cosa che mi fa piacere. Ma il materiale prodotto è prolisso ed eccessivo. Al momento attuale vedo solo due effetti prodotti dalle nuove norme, e non sono certo positivi».
          Quali sono?
          «Un eccessivo decentramento nell´organizzazione delle aziende e la divisione sindacale. Con la riforma Biagi si dà una spinta alle imprese perché accelerino la tendenza alla frammentazione produttiva. Quanto alla divisione sindacale la riforma Biagi nasce dal Patto per l´Italia firmato solo da Cisl e Uil ed è quindi figlia di una rottura».
          Ritiene che la Cgil abbia dunque fatto bene a non accettare la legge?
          «Il problema è più complesso. Di sicuro, ai tempi del Patto per l´Italia, la Cgil avrebbe dovuto sedersi al tavolo e trattare. Non partecipare è stato un errore, la Cgil – in quel senso – si è fatta fregare. Ho memoria del ben diverso comportamento di Luciano Lama, che non perdeva occasione per trattare».
          Sta dicendo che sulla flessibilità del lavoro il sindacato deve cedere?
          «Sto dicendo che il mondo del lavoro è cambiato e che bisogna tenerne conto non fermandosi a regole ormai ingessate. La parola flessibilità, in sé, non dice nulla. Bisogna ragionarci sopra e trattare. C´è un dato di fatto: l´impiego a tempo indeterminato garantito a tutti è un´ipotesi irrealizzabile. Troppo costosa».
          A questo proposito allora il modo in cui la riforma Biagi ha modificato la figura dei Co.co.co la soddisfa?
          «No. L´obiettivo – porre termine alle false collaborazioni – è certamente condivisibile, ma darà molto lavoro agli avvocati e poche certezze alle imprese. C´è da augurarsi che le parti sociali vogliano approfittare degli spazi aperti dalla legge e vogliano quindi contribuire a governare la fase applicativa».
          C´è nella riforma Biagi qualcosa di buono?
          «La parte relativa all´organizzazione della funzione di collocamento, dove peraltro si continua sulla linea già prevista Treu».
          Tornando al sindacato, cosa ne pensa del fronte comune di Cgil, Cisl e Uil contro la riforma delle pensioni?
          «La riunificazione sindacale è un mio antico desiderio, ma non apprezzo la chiusura totale verso la riforma comune necessaria. C´è un atteggiamento ostile verso qualsiasi intervento: la legge va rivista, com´è stato ben illustrato da Padoa Schioppa su questo giornale».