“Intervista” Ghezzi: «Si può trovare l’unità su una legge»

20/01/2003




18 gennaio 203

INTERVISTA
«Si può trovare l’unità su una legge»

La proposta del giurista Ghezzi sull’estensione dei diritti. «No alle guerre fratricide a sinistra»


ANTONIO SCIOTTO
Giorgio Ghezzi, docente di diritto del lavoro all’Università di Bologna e già vicepresidente della commissione lavoro della Camera, non è d’accordo con il ricorso al referendum per affrontare i problemi posti dal comitato promotore, ma, nel merito, ritiene importante che il dibattito sull’estensione dei diritti sia stato riavviato. Invita dunque a «non demonizzare Bertinotti», ma ricorda nello stesso tempo che il voto potrebbe avere «un effetto deflagrante, come un siluro gettato sul nuovo Ulivo che sta nascendo». «Io sono personalmente per una proposta legislativa – spiega – in modo che si possa evitare il ricorso al voto».

Una legge ha già annullato, nella storia recente, un referendum su questo tema. Accadde nel 1990, con il quesito presentato da Democrazia proletaria.

Sì, la proposta di Bertinotti non è nuova, è molto simile al quesito presentato da Dp alla fine degli anni `80. Anche allora veniva chiesta l’estensione dell’articolo 18 alle aziende sotto i 15 dipendenti, e pure in quel caso la Corte costituzionale diede il via libera. Il Pci presentò dunque una proposta, accolta da un vasto schieramento seppure con alcune modifiche. Fu approvata la legge 108/90, che estendeva l’articolo 18 ai dipendenti di datori di lavoro non imprenditori, dava più tutele sul piano processuale e difendeva dai licenziamenti discriminatori. La Corte di Cassazione ritenne che quella legge avesse i requisiti per proclamare ormai superata la necessità del referendum, e così non si andò al voto.

Quali sono, tecnicamente, i requisiti che deve avere una nuova legge per consentire un simile effetto?

La legge approvata deve muoversi nella direzione politico-giuridica del quesito referendario e deve presentare novità rilevanti rispetto alla legge che il referendum vuole abrogare. Il secondo requisito è altrettanto importante rispetto al primo, perché la nuova legge non sia una fotocopia della precedente con solo qualche aggiustamento formale.

A questo punto, entriamo nel merito delle proposte – o delle mezze proposte – attualmente sul tavolo. Fassino e Violante indicano, come punto di partenza, la «Carta dei diritti» dell’Ulivo. Angeletti parla dell’idea elaborata da Ichino. Rizzo, del Pdci, ipotizza un innalzamento dei risarcimenti rispetto alla legge attuale.

Andiamo con ordine. Seppure per alcuni versi io ritenga meritoria di attenzione la Carta dei diritti dell’Ulivo, ritengo anche che non abbia alcun senso proporla come alternativa a questo referendum in quanto si occupa di altro. Parla di nuove tutele da fornire a figure come i parasubirdinati, ad esempio i co.co.co, e non c’è riferimento all’estensione dell’articolo 18 sotto la soglia dei 15 dipendenti. La proposta di Ichino, di cui parla Angeletti, affida a un giudice la decisione del reintegro o del risarcimento: anche questa, dunque, non va nella direzione politica del referendum. In più, io la ritengo improponibile: affidando tutto all’arbitrio di un giudice, si introducono disparità e si moltiplicano le ingiustizie. Il garzone di un salumiere, tanto per fare un esempio, potrebbe essere reintegrato a Torino, mentre un garzone di Battipaglia potrebbe ricevere soltanto un risarcimento risibile. La proposta del Pdci mi sembra già più interessante.

Rizzo porrebbe il nuovo minimo da risarcire ai licenziati, in caso che il padrone non applichi il reintegro ordinato dal giudice, a 5 mensilità. Il massimo sarebbe di 15 mensilità per le aziende sotto i 250 mila euro di fatturato annuo, e di un numero più alto – al limite indefinito – per quelle che fatturano di più. Ma basterebbe questo deterrente per rispondere al principio politico posto dal referendum?

Da solo, io ritengo di no. Credo infatti che bisognerebbe combinarlo con altri elementi. Della proposta del Pdci apprezzo l’idea di fissare nuovi margini e nuovi criteri per il risarcimento: il range non è più, come dispone la legge attuale, tra 2,5 e 6 mensilità, davvero ridicolo e per nulla deterrente, ma molto più alto. E soprattutto, è interessante che la somma definitivamente liquidata si debba fondare sul danno effettivamente subito dal lavoratore: il giudice decide il risarcimento in misura delle condizioni del licenziato, e dunque lo modulerà tanto più in alto quanto più sarà per quest’ultimo difficile trovare lavoro. Detto questo, io credo che bisognerebbe comunque aggiungere altri elementi: abbasserei l’attuale soglia di applicazione dell’articolo 18 alle aziende sopra i 7-8 dipendenti, perché è su questa dimensione che si assomma la maggiore densità delle piccole imprese italiane. Soltanto sotto quella soglia, nel caso che il datore di lavoro non intenda reintegrare di fatto il lavoratore, applicherei il sistema di risarcimenti di cui abbiamo parlato. E ancora, darei più poteri processuali alle parti del giudizio. I meccanismi di un’azienda con cento dipendenti sono diversi da quelli di una con quattro, dove spesso l’imprenditore lavora accanto ai suoi dipendenti. Io credo che sia nostro dovere considerare queste differenze, piuttosto che basarci solo su principi astratti. Lo stesso Pci, in cui per lunghi anni ho militato, ha cercato a lungo il dialogo con la piccola impresa. Non penso sia intelligente troncarlo di netto.

Dunque il referendum può solo dividere a sinistra? Anche se vincesse il sì?

Una vittoria del sì, certamente creerebbe nuovi equilibri nel centrosinistra, dando un grande spazio a Rifondazione, ma ritengo difficile che si possa raccogliere uno schieramento così vasto da far vincere il sì. In questo momento qualsiasi divisione a sinistra sembra far comodo non solo, come è ovvio, alla maggioranza e al governo, ma anche alla Margherita. E’ dunque importante non fare guerre fratricide e mantenere il dialogo aperto con il Prc, anche in vista di prossime alleanze, per ripetere la vittoria del `96.