“Intervista” Gallino: La Fiom dice ciò che tanti pensano

12/09/2007
    mercoledì 12 settembre 2007

    Pagina 4 – Politica-Società

    Il sociologo del lavoro e professore universitario: «E’ una rottura forte che sollecita alla sinistra soprattutto maggiore concretezza»
    Gallino: «La Fiom dice
    ciò che tanti pensano»

      I metalmeccanici non ci stanno. E hanno deciso di battersi contro l’intesa sul welfare. Cambia qualcosa nel dibattito su quell’accordo? Il «no», il primo no di una federazione di categoria al proprio sindacato dopo sessantun anni, può riaprire uno spiraglio per modificare i contenuti di un’intesa così lacunosa? Lo chiediamo a Luciano Gallino, sociologo del lavoro, professore a Torino, editorialista.

      Insomma, che segnale è quello venuto dalla Fiom?

        E’ un segnale molto marcato di insofferenza verso l’accordo del 23 luglio. Quello sulle pensioni e sul mercato del lavoro. Insomma a molti quell’intesa è apparsa modesta…

        Anche a lei?

          Sì certo, anche a me quell’accordo è apparso subito poca cosa rispetto a ciò che ci si sarebbe potuti aspettare da un governo dell’Unione, da una maggioranza di centro-sinistra. Ecco, mi pare che i metalmeccanici della Cgil dicano a voce alta quello che molti altri pensano. Ma che non hanno nè la voglia, nè la forza, nè il coraggio di dire.

          E perché questi "altri" non hanno il coraggio di dirlo?

            Perché temono che qualsiasi giudizio critico possa arrivare a mettere in discussione il cosiddetto quadro politico, l’alleanza. E poi perché tanti, a cominciare dalle confederazioni, sono convinti che quel protocollo sia il massimo che si poteva ottenere. E hanno il timore anche di perdere quel poco, quel pochissimo che sono riusciti ad ottenere.

            Comunque, secondo lei, quel "no" parla solo e soltanto il linguaggio sindacale?

              Sono convinto che la posizione della Fiom dipenda molto dalla valutazione di quell’accordo. Certo poi…

              Certo, cosa?

                E’ evidente che un giudizio di questa portata, la rottura che produce è una nuova spia del distacco che ormai s’è registrato fra la coalizione di governo, che tante attese aveva alimentato nel mondo del lavoro dipendente, e i suoi elettori. La sua base sociale. Sì, credo che la decisione della Fiom racconti soprattutto questo: di come il governo dell’Unione si sia allontanato dalle attese, dai bisogni dei metalmeccanici. Dei lavoratori.

                Onestamente, pensi che da oggi sia più facile riprendere l’iniziativa per superare i limiti dell’intesa del 23 luglio?

                  No, francamente non mi faccio illusioni.

                  Che vuol dire?

                    Voglio dire che la vedo difficile. Assai difficile. Insomma, ho qualche dubbio che ce la si possa fare. Del resto, è impossibile quando hai i quattro quinti del mondo politico schierato a difesa di quel testo. Io, ovviamente, mi augurerei che si possa modificare, che si possano introdurre almeno alcune correzione nelle parti più lacunose, ma non mi faccio molte illusioni.

                    E ora che accade nel sindacato?

                      Ci vorrebbe la sfera di cristallo per rispondere. Certo, la rottura è significativa…

                      Ne ricorda altre simili?

                        No, così gravi no. Ma anche qui dubito che le tre confederazioni avranno la forza per fare marcia indietro. Hanno scelto di accontentarsi e probabilmente hanno messo nel conto di avere pezzi importanti di dissenso.

                        E alla sinistra, il «no» dei metalmeccanici che cosa segnala?

                          In questo caso, credo che il messaggio venuto dalla Fiom sia inequivocabile. I metalmeccanici chiedono una maggiore concretezza.

                          Concretezza? Che vuol dire?

                            Significa che non se ne può più di una discussione che non scende mai sul terreno concreto. Penso al dibattito sulle pensioni. Per settimane, per mesi ci hanno tenuti incollati ad un confronto fatto solo di "scalini", "scalone", "curve", "gobbe" e quant’altro. Per arrivare a quell’intesa così modesta. Riportare tutto alla concretezza significa mettere da parte tutto questo e cominciare col dire che i conti della previdenza tutto sono meno che deficitari. Come ci hanno voluto far credere. E lo stesso vale per la legge 30. Non credo che abbia molto senso battersi per un ritocco, per una modifica a questa o a quella norma. Bisogna andare molto più in là, cominciare ad aggredire, finalmente, l’intero complesso di problemi che riguardano il mercato del lavoro. Questo significa concretezza.

                          s.b.