“Intervista” Gabaglio: «L’Europa sociale dice no al neoliberismo»

29/11/2002

            29 novembre 2002
            «L’Europa sociale dice no al neoliberismo»
            Gabaglio, leader dei sindacati europei (Ces): Prodi ascolti la protesta dei lavoratori

            Giovanni Laccabò

            MILANO L’Europa sembra un campo di battaglia, le sue capitali quasi
            ogni giorno sono teatro di scioperi e cortei. Per il leader dei sindacati
            europei Emilio Gabaglio accanto alle ragioni particolari per ciascun Paese
            emerge un comune retroterra.
            Gabaglio, perché una protesta così diffusa?
            «Queste lotte corrispondono a ragioni diverse. Per Spagna e Portogallo
            è una reazione a iniziative dei governi che mettono in forse capisaldi
            della legislazione del lavoro. Per la Germania nei servizi è la questione
            salariale, così pure in taluni servizi pubblici della Gran Bretagna, dove
            però si contesta anche il ruolo del capitale privato. In Francia si difende
            il ruolo del pubblico ma si annunciano anche lotte a difesa del sistema
            pensionistico. In Italia non c’è molto da insistere: la Fiat segna un
            punto gravissimo di ristrutturazione e gravi riflessi sull’occupazione».
            Quindi a ogni lotta corrisponde una motivazione nazionale.
            E qual è il comune legame?
            «Il terreno comune è formato dal rallentamento dell’economia
            che sfiora la recessione ed anche dalle iniziative dei governi che mettono
            in discussione pezzi fondamentali del modello sociale europeo e i diritti
            dei lavoratori».
            Come reagisce l’Europa?
            «A questo proposito ho una critica da rilevare: l’economia rallenta,
            dopo cinque anni di calo, quest’anno per la prima volta la disoccupazione
            europea riprende a crescere. Ebbene, da mesi critichiamo l’inazione,
            l’assenza di iniziativa delle autorità europee per concertare una politica di rilancio dell’economia e dello sviluppo».
            Ma lo stesso Prodi ora non propone di rileggere il patto di stabilità?
            «Alla buon’ora! Prodi invita ad una reinterpretazione più adeguata
            del patto di stabilità, che ponga l’accento non tanto sulla stabilità quanto
            sulla crescita. Finalmente la direzione giusta! Finalmente si prende coscienza che urgono risposte in chiave di sviluppo e che bisogna smetterla di parlare solo di riforme di struttura e del mercato del lavoro
            come pretesti per guardare altrove.
            Lunedì avremo l’incontro semestrale, il dialogo macroeconomico tra
            Commissione, Ecofin, Bce e parti sociali, e intendiamo sostenere la
            Commissione che sembra rendersi conto che occorre cambiare strada».
            Le “ risposte di sviluppo” che ruolo svolgono rispetto all’integrazione economica?
            «Ogni giorno di più l’Ue è uno spazio economico integrato, ma la
            Bce si limita a gestire la politica monetaria mentre dovrebbe tenere conto
            non solo dell’inflazione ma anche delle esigenze dello sviluppo, e pertanto
            dovrebbe ridurre i tassi di interesse.
            Inoltre occorre coordinare le politiche economiche: non è possibile
            che l’unico attore sia la Banca centrale. Non si può consentire che in
            un unico spazio ci sia un solo fattore unificante, la moneta, e quindici
            centri decisionali per la politica economica: significa non tentare nemmeno
            di mettere a frutto le potenzialità che l’Europa ha costruito. Serve
            una politica economica che abbia in testa il rilancio dello sviluppo e dell’occupazione».
            E l’attacco al welfare?
            «Negli ultimi anni il modello sociale europeo è stato messo in discussione
            dalle politiche neoliberiste, che però ogni giorno mostrano i loro limiti. È necessaria una strategia che abbandoni l’idea che le politiche pubbliche non abbiano più niente da dire allo sviluppo. Proprio oggi (ieri, ndr) con le autorità europee abbiamo avviato una nuova fase del dialogo sociale. Prodi stesso ha detto che ci dobbiamo interrogare non solo sulle ragioni più prossime delle difficoltà, ma anche sulle prospettive.
            Sta per concludersi una fase dominata dall’onnipotenza del mercato
            e si profila l’affermazione di una visione dell’economia europea che
            esige un ruolo più attivo dei poteri pubblici e la riorganizzazione dell’apparato produttivo».
            Come la Fiat in Italia?
            «In tutti i Paesi ci sono grandi ristrutturazioni che impongono un adeguamento forte dell’apparato produttivo: ciò non può avvenire in
            modo selvaggio, senza un inquadramento generale e slegato da politiche
            attive che accompagnino questi processi ed aprano nuove scenari allo
            sviluppo. Serve una politica industrale europea che sostenga sviluppo,
            innovazione, competitività, che innovi anche il mercato del lavoro
            ma non in base al criterio di flessibilità senza regole, bensì concertando
            nuove regole che assumano la flessibità e con eguale forza la difesa delle
            tutele e dei diritti».