“Intervista” G.Sapelli: «Incentivi alle aziende e salari più alti»

14/02/2005

    domenica 13 febbraio 2005

    Intervista a
    Giulio Sapelli, docente di economia
    «Incentivi alle aziende e salari più alti»
    Per mantenere le imprese in Italia serve una seria politica industriale forte di innovazione e ricerca

    Oreste Pivetta

    MILANO Banche più coraggiose e più imprenditrici, una seria politica industriale forte di innovazione e ricerca, ma anche salari da rianimare perchè sono troppo bassi, mentre calano le esportazioni, tanto bassi da deprimere il mercato interno e togliere ossigeno ai prodotti italiani. Giulio Sapelli, docente di economia alla Statale di Milano e presidente di Meta, l’ex municipalizzata di Modena, prova a sintetizzare così alcune risposte al declino italiano.

    Professore, il “Sole 24 ore” di venerdì apriva con un titolo, “È crisi per 3.200 aziende”. Citava un’indagine della Cisl. Il giornale di Confindustria insieme con gli analisti del secondo sindacato italiano. Che impressione le fa?

    «Intanto ovviamente è un’altra fotografia delle difficoltà pesantissime in cui naviga la nostra industria. Poi è un segnale delle preoccupazioni pesantissime di Confindustria. La paura è che si stia arrivando a un punto di non ritorno».
    I russi sono arrivati alla Lucchini. Per la Fiat si invocano i cinesi. Viene spontanea una domanda: si può ancora difendere l’impresa italiana?
    «Direi un’altra cosa. Direi che bisogna difendere l’impresa in Italia, che bisogna fare in modo che le imprese rimangano in Italia e continuino a garantire lavoro, tecnologia e crescita. Non servono però protezionismi…».


    Senza timore per lo straniero?

    «Ricordo sempre l’esempio della Seat. Quando stava con Fiat era piccola. Dopo esser entrata nell’universo Volkswagen s’è ingrandita, s’è data una dimensione globale, è attiva in tutto il mondo, per la Spagna ha rappresentato ricchezza e sviluppo. Lo straniero non dovrebbe rapresentare mai ragioni di panico, ma una buona ragione per crescere».


    Parliamo dell’impresa italiana. Che cosa serve?

    «Servono incentivi perchè le imprese si ingrandiscano, perchè si possano aggregare. Serve forse una presenza dello Stato in alcuni settori strategici: quello della difesa ad esempio (siamo pure riusciti a vendere elicotteri a Washington), quello dell’energia, quello delle telecomunicazioni. Tutto il resto dovrebbe essere davvero affidato alle capacità creative degli imprenditori…».


    Ma se mancano i capitali? La storia della Lucchini è una storia di capitali insufficienti.

    «La storia della Lucchini è la storia di una impresa familiare che ha sofferto il ricambio generazionale e che non ha saputo trovare i soldi in borsa, di una impresa a sviluppo limitato per mancanza di finanziamenti. Non siamo di fronte a un fallimento. Forse il sistema bancario poteva fare di più…».


    Veniamo a un punto critico: il ruolo delle banche nel sostenere la ristrutturazione dell’economia.

    «Penso che nel nostro paese esistano un migliaio di imprese che potrebbero essere quotate in borsa e che così potrebbero disporre di un capitale per crescere. Il sistema bancario dovrebbe aiutare questa maturazione, con strumenti acconci, come le società di gestione del risparmio, che raccolgono fondi sul mercato e li indirizzano in modo corretto. Insomma le banche dovrebbero ripensare il proprio ruolo. L’industria italiana s’è sviluppata così, grazie all’intervento della banca mista. Poi è capitato Wall Street e si sono tutti spaventati. Abbiamo affidato i nostri affari a Mediobanca. Bisognerebbe ritrovare lo spirito e la cultura del merchant banking, mettendoci al riparo ovviamente dai conflitti di interesse. Altrimenti lasciamo fare alle banche straniere».


    Si dà il caso della Fiat: le banche potrebbero diventare azioniste di prima fila, trasformando i crediti in azioni.

    «Per la Fiat si propone una doppia strada. Se si crede ancora alla produzione di massa, della piccola vettura per molti, la sponda asiatica mi sembra imprescindibile. Potrebbe accadere che la Fiat venga salvata dal capitalismo di stato cinese. Ma restano altri marchi, dall’Alfa alla Lancia, alla Ferrari. Se si crede nel polo del lusso, bisogna affidarsi alla borsa e cercare attraverso la borsa i soldi per il rilancio. Non si salva la Fiat senza inventare un cambiemento radicale, che valorizzi anche competenze ed esperienze passate. Per la prima volta dopo tanti anni e decenni mi pare che la Fiat disponga di un management adeguato».


    Veniamo alla risorsa umana: quanto possiamo mettere in campo?

    «Molto, ma si chiede di più. Credo che si debba ragionare con severità e credo che una scuola che funzioni, che crei tecnici capaci, sia un passaggio fondamentale per la ripresa. Dobbiamo metterci in testa che bisogna rilanciare l’istruzione tecnica professionale, che si dovrebbe ridare dignità al lavoro manuale (che corrisponde sempre ormai a mansioni qualificate), che si dovrebbe coraggiosamente porre freno a lauree e a corsi di laurea che sono parcheggi per disoccupati senza prospettive. Che si dovrebbe piuttosto aiutare con borse di studio giovani che intraprendono studi e carriere scientifiche».


    A proposito di risorse umane: quanto poco le paghiamo, si dovrebbe aggiungere. Quanto ci costa questa depressione salariale?

    «Tanto. Mentre le esportazioni calano, i salari bassi deprimono il mercato interno e soffocano le imprese. Perchè insistere sul costo del lavoro tagliando le retribuzioni. Alziamo le retribuzioni, rilanciamo seriamente i consumi e incentiviamo le imprese, che si lamentano se devono pagare di più i dipendenti, a rinnovarsi e a ritrovare per questa via la competitività».