“Intervista” G.Roilo: Tempi duri, ma Milano insegna l’unità

14/07/2003



Click here to find out more!
  Intervista a Giorgio Roilo




domenica 13.07.2003
«Tempi duri, ma Milano insegna l’unità»
Due emergenze per Giorgio Roilo, neosegretario della Camera del Lavoro: salari e occupazione
di 
Giampiero Rossi

MILANO «Qui i rapporti tra le grandi confederazioni sindacali sono buoni. Se pensiamo che la rottura è avvenuta nel 2000, possiamo dire che il nostro atteggiamento, sempre incline a strategie unitarie, e la consapevolezza di Cisl e Uil, che senza la Cgil perdevano potere contrattuale, ha favorito una rapida ricucitura. E anche rispetto ai rapporti con gli imprenditori, direi che il modello milanese
sta funzionando bene». Giorgio Roilo, 56 anni, un passato professionale e sindacale da «chimico», è il nuovo segretario della Cgil metropolitana milanese. Succede ad Antonio Panzeri, che per otto anni ha guidato la più grande struttura territoriale del sindacato (230mila iscritti), del quale è stato il braccio destro.
Roilo, c’è da aspettarsi qualche cambiamento negli indirizzi
della Camera del lavoro di Milano?
«I problemi di Milano, la situazione del suo tessuto produttivo e
sociale, non sono cambiati. Quindi non credo che cambierà neanche la linea di fondo dell’azione della Camera del lavoro di Milano. Noi dobbiamo lavorare, anzi continuare a lavorare, per lo sviluppo e l’inclusione sociale. Solo che anche nei prossimi anni dovremmo affrontare un quadro molto difficile, nel quale al declino dell’impresa manifatturiera fordista si somma il drastico cambiamento nei rapporti di lavoro e il proliferare delle tipologie dei contratti. E a Milano ci sono almeno 300mila lavoratori cosiddetti atipici, perché è sempre
da questa città che partono le novità e noi da subito ci siamo messi
al lavoro con il nostro Nidil per gestire questi cambiamenti. Ma molti di questi lavoratori mantengono un rapporto distaccato se non diffidente con il sindacato, pensano di poterne fare a meno».
E per quanto riguarda i rapporti con la Cgil nazionale?
«Posso ricordare quanto ho detto alla presenza del segretario generale
Guglielmo Epifani il giorno della mia nomina. E cioè che, come nel
passato, se avremo opinioni differenti non le nasconderemo di certo. Specialmente se dovessimo veder messo in discussione nel metodo l’impostazione al riformismo cher abbiamo sempre sostenuto. Ma ciò non significa assolutamente il venir meno della nostra lealtà al segretario generale, nel merito e non per prassi burocratica».
Ma che momento è, questo, per il sindacato, secondo lei?
«Senza dubbio è un momento difficile, con questo governo e questa
Confindustria che sia sul piano della gestione dell’economia sia sul piano dell’attacco ai diritti stanno portando il Paese verso una situazione pericolosa. Per quanto riguarda, poi il rapporto con Cisl ci e Uil ci sono segnali importanti, a partire dal primo accordo firmato con Confidustria dopo 12 anni e nell battaglia per la difesa delle pensioni. Però non possiamo nasconderci che la prospettiva
unitaria resta ancora un po’ incerta, o quantomeno non è consolidata come lo è stata per un certo periodo».
E in questo quadro come dovrebbe muoversi, allora, la Cgil?
«Dopo la stagione di grandi e giuste mobilitazioni sui diritti, credo
che ora servirebbero un maggiore impegno e una strategia sindacale più definita sul versante dello sviluppo, dell’occupazione e della politica contrattuale, con particolare attenzione alla questione dei salari. In fin dei conti questo dovrebbe essere il nostro mestiere: difendere il potere d’acquisto dei lavoratori. E in questo momento la gente è preoccupata soprattutto da questo: dal lavoro e dal salario».
Insomma, si tratta di estendere il modello milanese gestito
dal suo predecessore. A proposito, che ruolo dovrebbe svolgere
Antonio Panzeri, ora, nel sindacato?
«Secondo me Panzeri è uno dei quadri migliori della Cgil, quindi sono
convinto che debba rimanere una figura di primo piano per la nostra
organizzazione».