“Intervista” G.Riccioni (Coop): Democrazia di consumo

11/03/2004





 
   

11 Marzo 2004




 
Democrazia di consumo

Intervista a Giorgio Riccioni, presidente delle Cooperative di Consumatori-Coop. Che spiega come un’impresa particolare è cambiata in un secolo, mantenendo i principi delle origini. Cosa che la distingue da tutte le altre aziende
VALENTINO PARLATO


Se si fa un confronto tra la metà del secolo scorso e il momento attuale lo sviluppo delle cooperative di consumatori è stato enorme e oggi, in Italia (vedi scheda) il mercato cooperativo è più vasto di quello privato. Ma sul finire del `900 le trasformazioni nella produzione, nei consumi e nella finanza sono state straordinarie. E’ inevitabile porsi il problema dell’avvenire di queste imprese; ce la faranno ancora o declineranno come del resto è avvenuto in paesi come la Francia, l’Inghilterra, la Germania? Di tutto questo discutiamo con Giorgio Riccioni, che è il presidente dell’Associazione Nazionale delle Cooperative di Consumatori-Coop.

Alle dimensioni attuali non accade che lo spirito imprenditoriale si mangi lo spirito cooperativo?

E’ un problema reale ampiamente dibattuto al nostro interno. Siamo fermamente convinti che se non esistesse un equilibrio dinamico fra le due componenti, quella imprenditoriale e quella cooperativa, questa straordinaria esperienza non avrebbe futuro. Quando una componente prevale in maniera determinante sull’altra si viene puniti o dal mercato o dai propri soci. Di qui la necessità non solo di una selezione e formazione dei gruppi dirigenti fondata sulla condivisione dei valori cooperativi, ma anche della crescita continua della partecipazione dei soci. In una parola: la politica diffusa della democrazia aziendale. Sono decine di migliaia di soci che partecipano alle assemblee e le nostre sezioni soci sono certamente più frequentate e attive di quelle dei partiti.

Un tempo, quando le cooperative, come nella tua Emilia, erano piccole, di paese, o di quartiere il problema non si poneva…

Quella cooperazione era figlia del proprio tempo e delle condizioni economiche, sociali e politiche del paese. Era un’esperienza importante perché legata a soddisfare un bisogno primario: quello dell’alimentazione. Ma la struttura imprenditoriale non avrebbe resistito ai grandi cambiamenti dell’economia e della società. Lo stesso Pci che pure era stato fra i protagonisti della rinascita cooperativa nel dopoguerra (vale la pena ricordare che nei paesi, nei piccoli borghi e nelle città liberate dai partigiani fra i primi provvedimenti che il Cln prendeva vi era la ricostituzione della camera del lavoro e della cooperativa di consumo), dichiarò conclusa quella esperienza. Va dato merito al gruppo dirigente di allora, in particolare vorrei ricordare Giulio Spallone e Mario Cesari, di avere sulla fine degli anni `60, posto le basi per un radicale cambiamento nelle dimensioni di impresa, nella funzione dei consorzi (Coop Italia nacque in quegli anni) e nelle formule di vendita. La grande intuizione politica e strategica fu quella di pensare che l’utilizzo delle stesse strutture e delle tecniche praticate dell’impresa capitalistica non comportasse fatalmente le stesse finalità, ma al contrario potessero essere utilizzate per valorizzare la missione cooperativa.

Ma quali sono le vere differenze fra cooperativa e impresa di capitale?

Le differenze sostanziali stanno nel modo completamente diverso di produrre la ricchezza attraverso l’impresa e di destinare la ricchezza prodotta. La cooperativa non ha quotazioni di borsa da promuovere e da difendere, non produce utili con l’obiettivo di distribuirli ai propri soci. Dalla cooperativa il socio non si attende una remunerazione sotto forma di dividendo, bensì la migliore risposta possibile alle proprie esigenze di consumatore e di cittadino. Soddisfare queste aspettative significa praticare il principio base su cui si fonda la cooperazione: la mutualità, principio questo su cui si fonda la nostra missione. Qualsiasi processo decisionale ha sempre come riferimento la creazione di valore aggiunto per i soci e quindi, più in generale per il consumatore. Siamo, credo, l’unica organizzazione che mette in vendita prodotti col proprio marchio solo se sono approvati dai soci. E proprio le cooperative, esempio forse unico in Italia, si stanno dotando del bilancio sociale preventivo con tutto ciò che questo significa in termini di assunzione di responsabilità nei confronti dei soci e dell’intera società civile.

Quindi non date utili ai soci?

No, la quasi totalità degli utili prodotti viene destinata, su delibera dell’assemblea dei soci, a ricerca indivisibile. Ciò significa che quella ricchezza accumulata non potrà mai essere disponibile per i soci. Anche in caso di chiusura dell’impresa l’intero ammontare del patrimonio, di cui le riserve sono parte importante, dovrà essere destinata al fondo per lo sviluppo cooperativo. E’ da sottolineare l’importanza di questa pratica tutta e solo cooperativa. Questa forma di impresa è, per sua natura, dotata di un capitale di rischio assolutamente insufficiente a garantire anche un normale tasso di sviluppo (basti pensare che la quota sociale è passata dalle cinquecento lire del dopoguerra ai venticinque euro attuali). La costituzione delle riserve indivisibili, e quindi la rinuncia da parte dei soci alla ripartizione degli utili, ha contribuito a consolidare in maniera consistente i patrimoni aziendali e divenire quindi un volano fondamentale per lo sviluppo.

L’ingresso di nuove grandi imprese vi pone problemi?

Certamente anche il mercato italiano sta subendo una rapida evoluzione. La competizione è cresciuta ed è destinata a crescere ancora ed il consumatore certamente ne beneficerà. Molto si giocherà sul contenuto dell’offerta, sulla trasparenza della missione aziendale e sulle coerenze. La distribuzione italiana è comunque ancora molto costosa e poco efficiente e ciò pesa sulla competitività del sistema economico. E’ quindi auspicabile una maggiore velocità di trasformazione del sistema distributivo e un maggiore impegno del sistema imprenditoriale italiano in questo settore. Occorre infatti sottolineare che la distribuzione moderna è oggi, più di ieri, in grado di condizionare la struttura produttiva, in particolare l’agro-alimentare. Sotto questo profilo la cooperazione ha fatto una scelta precisa e costruito alleanze in grado di promuovere la produzione italiana. Molte piccole imprese produttive del nostro paese hanno conquistato e stanno conquistando livelli di eccellenza sul mercato proprio sulla base di questa scelta strategica e di questo rapporto con la Cooperazione.

Quindi conflitti con la Confesercenti?

Non credo si possa parlare di conflitto.Vi sono opinioni diverse sul futuro del sistema distributivo italiano. Personalmente credo che la piccola impresa sarà in grado di svolgere ancora un ruolo importante nella misura in cui imboccherà decisamente la strada della specializzazione e dell’innovazione. Comunque nei nostri centri commerciali è presente una miriade di piccole imprese che, proprio attraverso la specializzazione hanno conseguito significativi livelli di eccellenza.

Ma nella nuova situazione sociale e politica – i partiti che contano sempre meno – e di fronte a una vostra innovazione che ha i rischi dell’omologazione come la mettete con i dirigenti? Scommetto che tu sei entrato nella cooperazione perché comunista o quasi?

Ai tempi del liceo ero iscritto alla Fgci e ricordo l’amicizia fraterna che mi legava a Claudio Sabattini (abitavamo ambedue alla Bolognina). Mi iscrissi al Pci dopo due anni dalla mia assunzione nell’ufficio studi della cooperazione di consumo. Quindi, per quanto mi riguarda, nessuna corsia preferenziale, ma solo una scelta dettata da affinità ideale che si accompagnava al crescente bisogno di specialisti da inserire nella struttura cooperativa. Ma non vi è dubbio che i legami della Cooperazione con i partiti storici della sinistra si esprimevano anche nella selezione dei gruppi dirigenti. Oggi non è più così: l’autonomia totale dell’organizzazione cooperativa rispetto ai partiti ha completamente modificato i sistemi di selezione dei gruppi dirigenti che oggi è tutta interna. Abbiamo quindi realizzato la scuola cooperativa di Montelupo Fiorentino il cui compito istituzionale è quello non solo di creare nuovi dirigenti e nuove professioni, ma anche di formare nuove generazioni di cooperatori.

Ora che il bisogno alimentare nel bilancio familiare pesa molto di meno nella vostra offerta date minore importanza a questo settore merceologico?

E’ vero: il peso relativo della spesa alimentare è diminuito, ma è contemporaneamente cresciuta l’attenzione alla qualità del prodotto e quindi la richiesta di garanzie e di sicurezza. E’ questa una strada che abbiamo imboccato da tempo. Ricordo quando decidemmo di eliminare dai prodotti in scatola tutti gli additivi, conservanti, coloranti giudicati dannosi per la salute. Così come l’eliminazione del fosforo dai detersivi. Queste nostre iniziative produssero una sensibilizzazione diffusa nei consumatori che finì per costringere lo stato a produrre leggi specifiche su questi temi. La stessa battaglia la stiamo conducendo per stimolare la ricerca sui possibili effetti degli Ogm (abbiamo adottato, a questo proposito, il principio di precauzione eliminando tutti gli Ogm dai prodotti con nostro marchio), sugli imballaggi dannosi per l’ambiente, sulla salvaguardia delle biodiversità e così via. Coop oggi è l’unica organizzazione in grado di controllare, attraverso l’utilizzo di laboratori pubblici e autorizzati, l’intera filiera del prodotto a proprio marchio sia sotto il profilo dei contenuti che su quello dei principi di responsabilità sociale. Stanno comunque emergendo nuovi bisogni che comportano un impegno crescente dei bilanci delle famiglie. Essi riguardano in particolare la progressiva diminuzione della presenza pubblica in tutto il comparto del welfare, la cultura, il tempo libero, il risparmio delle famiglie. Qualche esperienza l’abbiamo già in corso in particolare su prodotti finanziari .

Così avete migliorato non solo il consumo, ma anche la produzione. Ma, ancora un’ultima domanda. La crisi delle cooperative di consumo in quei paesi dove era conosciuta prima che in Italia non vi preoccupa? Ancora, la cooperazione in Italia è nata e cresciuta nella temperie, per dirla all’antica, degli ideali del socialismo. Ora questi ideali sembrano tramontati ma voi pensate che sul movimento cooperativo splenda ancora il sol dell’avvenire? Basta una scuola a compensare il cambiamento di humus?

Certamente non basta una scuola. Essa è solo uno strumento per trasmettere un complesso di valori e di mestieri. Vorrei rimarcare comunque che la cooperazione è nata prima dei partiti. Proprio quest’anno celebriamo il 150° anniversario della costituzione, a Torino, della prima cooperativa di consumo. I principi fondanti rimangono quelli enunciati a Rochdale da probi pionieri: mutualità, solidarietà, eguaglianza fra le persone, democrazia anziendale (una testa un voto). Questi principi divennero patrimonio dei partiti di ispirazione socialista, ma furono fatti propri anche dai cooperatori di ispirazione cattolica. Essi sono presenti non solo nella carta dei valori e delle regole di ogni cooperativa, ma sono recepiti negli statuti delle imprese e ne condizionano la gestione. Siamo convinti che alla base delle difficoltà di una parte della cooperazione europea ci sia stato l’appannamento di questi principi e quindi una prevalente attenzione al mercato rispetto alle aspettative e alle esigenze del socio. Va da sé, ignorare il mercato e spostare tutta l’attenzione sulla domanda del socio ha ugualmente condotto al decadimento. Di qui l’esigenza di ricercare un equilibrio fra le due componenti e di renderlo compatibile con una società e una economia che si evolvono. Questo è ciò che insegnamo alle nuove generazioni di cooperatori. Nella mia carriera posso dire di aver lavorato molto. Se dovessi fare un bilancio la cosa che maggiormente mi rende felice è constatare che il mio lavoro non ha mai contribuito ad arricchire un padrone o un azionista. Ti sembra poco?


scheda

I NUMERI DELLA COOP DI CONSUMATORI
Le cooperative di consumatori in Italia sono 175, con 1.250.000 metri quadri di spazio commerciale, 5.500.000 soci, 50.000 lavoratori dipendenti, 11 miliardi di euro di fatturato. La cooperazione di consumatori è leader nel settore della distribuzione prevalentemente alimentare: la sua quota sul mercato grocery è di circa il 17 per cento. Alle sue spalle incalzano le due maggiori multinazionali presenti sul mercato italiano: Carrefour e Auchan-Rinascente. Al quarto posto c’è il Conad, con il 9,2 per cento, che nasce da una costola del Movimento cooperativo.