“Intervista” G.Poletti: le Coop chiedono una politica di sviluppo

18/06/2004

      18 Giugno 2004


      La strada della concertazione è fondamentale, no agli incentivi a pioggia
      Poletti: le Coop chiedono una politica di sviluppo

      Laura Matteucci


      MILANO «Selezionare gli obiettivi, ridistribuire le risorse in modo che vengano destinate al rilancio e allo sviluppo. Sapendo che una strategia di questo tipo darà risultati sul medio e lungo periodo, più che sull’immediato».

      Poletti, è questo che chiedete al governo in vista del Dpef (il documento di programmazione economica e finanziaria)?

      «Non solo. È primaria la necessità di comprimere il peso del costo del lavoro sulla base imponibile dell’Irap. Devono venire trovate delle entrate alternative».


      Giuliano Poletti, presidente della Lega delle cooperative, aspetta di intravedere nelle prossime azioni del governo una correzione di rotta.


      Qual è la situazione delle coop?

      «Le aspettative per quest’anno sono più deboli rispetto all’anno scorso. Il trend di crescita delle coop, che comunque resta tale sia in termini di fatturato che di crescita dell’occupazione, sarà sensibilmente allentato, soprattutto per l’area del made in Italy, tessile, abbigliamento, calzaturiero. Ad incidere, è anche il rallentamento nei pagamenti da parte di istituzioni ed amministrazioni pubbliche, espone le coop ad una notevole pressione finanziaria. E, ovviamente, i consumi piatti, conseguenza di redditi falcidiati. Tanto che le catene di distribuzione della Lega, Coop e Conad, hanno bloccato i prezzi per l’intero 2004 su quasi tutti i prodotti a larga diffusione.


      Torniamo al Dpef e all’elenco delle priorità.

      «Di base, il Dpef non può riflettere un atteggiamento attendista da parte del governo. Non si può sperare solo nella ripresa Usa che, se anche ci fosse, da noi arriverebbe inevitabilmente più lenta, limitata e fragile. Bisogna favorire una dinamica di crescita dell’impresa, con incentivi per accorpamenti, consorzi, fusioni. Tendere a raggiungere una soglia più alta della dimensione d’impresa è utile, perchè la dimensione è uno dei fattori della competitività. Poi, c’è un problema che riguarda le aliquote previdenziali, che andrebbero rese omogenee, eliminando gli oneri non previdenziali che pesano ancora sul costo del lavoro».


      E rispetto alle politiche industriali?

      «Io sono convinto ci sia bisogno di criteri selettivi, per sostenere in particolare alcuni comparti trainanti per la nostra economia. Selezionare gli incentivi, evitare le leggi di distribuzione a pioggia, ma scegliere i comparti industriali produttivi di maggior rilievo».


      Quali sono?

      «Tutta l’area della logistica e della movimentazione delle merci, compresi porti e interporti. L’energia, che in Italia ha costi ancora troppo elevati. L’elettronica, la meccanica specializzata, l’agroindustria. D’accordo la moda, ma non possiamo cavarcela solo con il settore del lusso».


      Come crede possa incidere la svolta di Confindustria rispetto ad una correzione di rotta delle politiche economiche e industriali del governo?

      «Le condizioni sono più positive, questo è certo. Confindustria ha dato dei segnali, il sindacato si sta muovendo su un terreno unitario. Il governo deve fare i conti con questa realtà. Qui nessuno può farcela da solo. Il tema della concertazione, rilanciato anche da Montezemolo, è fondamentale. Ci vuole un progetto per il Paese che sia il più possibile condiviso da tutta la classe dirigente, politica e non. E il governo deve fare la sua parte, a iniziare proprio dal Dpef».


      Che cosa temete di più, quale sarebbe l’atteggiamento più controproducente dal punto di vista economico?

      «Un atteggiamento che non faccia i conti con lo stato attuale delle finanze pubbliche, e che di conseguenza non affronti alcun problema. Tirare avanti in attesa, o nella speranza, della ripresa Usa. Ma l’Europa deve darsi da sola gli strumenti per la sua crescita, oppure rimarrà al palo. Ognuno deve guadagnarsi la capacità di agganciare la ripresa, non può semplicemente aspettarne da oltreoceano gli effetti».