“Intervista” G.Poletti: «Il nostro modello di sviluppo solidale»

02/12/2002

            1 dicembre 2002
            La situazione è difficile: il governo deve dire le cose come stanno e non
            immaginare scenari fantastici
            Con la formula associativa possiamo dare un contributo importante alla
            costruzione del nuovo welfare

            Giuliano Poletti, il presidente della Legacoop
            «Il nostro modello di sviluppo solidale»
            Poletti (Legacoop): concertazione e più realismo per il rilancio dell’economia

            Gildo Campesato
            ROMA «Quale modello organizzativo per Legacoop che si affaccia al nuovo secolo? Quello nostro, che viene dalla nostra storia e dalla nostra identità. Non abbiano nessuna necessità di andare a copiare altrove, di rifarci alle esperienze della Confindustria o delle organizzazioni sindacali dei lavoratori».
            Giuliano Poletti, 51 anni, imolese, presidente dei cooperatori dell’Emilia
            Romagna – “cooperatore integrale” si definisce – è da ieri il nuovo presidente nazionale di Legacoop. Con un preciso mandato, tra gli altri: calibrare struttura organizzativa centrale, rapporti con i regionali, relazioni con le associazioni produttive alle esigenze di rappresentanza di un movimento che in questi anni è cresciuto a dispetto del rallentamento economico, degli attacchi politici e della trasformazione del tradizionale quadro politico di riferimento. «In dieci anni è cambiato tutto – spiega Poletti – Non però l’identità cooperativa, i suoi valori. Il nostro è un mondo fatto di persone che si mettono insieme per rispondere a bisogni di vario genere. E’ una nostra tipicità che non può non riflettersi su come ci organizziamo. Legacoop? Certamente anche lobby perché dobbiamo difendere gli interessi delle imprese che rappresentiamo, ma la vedo soprattutto come un’organizzazione democratica di persone che partecipano, una specie di grande cooperativa fra tutti i nostri associati in cui si definiscono valori, missioni, regole dello stare insieme ed in cui si governa questo stare insieme».
            Lei insiste sulla specificità del modello cooperativo, ma Confindustria non smette di attaccarvi. Vuole il blocco della nuova
            normativa sul diritto cooperativo.
            «Non li capisco proprio. Quello di Confindustria sembra un chiodo
            fisso, un pregiudizio immotivato: i trattamenti fiscali delle cooperative sono
            l’effetto di una serie di vincoli che abbiamo solo noi. E comunque mi
            pareva un capitolo chiuso dalla nuova legislazione sulla cooperazione di cui si è discusso in questi mesi. Nella legge delega sul diritto societario ci sono principi che abbiamo combattuto e continuiamo a non condividere come la possibilità di trasformare le società cooperative in società lucrative o l’indicazione della prevalenza dello scambio mutualistico interno. Detto questo, mi pare che si sia giunti a un punto di arrivo accettabile. Qualcosa si può ancora migliorare, ma poi il governo devrà esercitare la delega. Non
            si possono lasciare troppo a lungo le aziende nel limbo giuridico. Confindustria dovrebbe saperlo bene».
            Vittadini, della Compagnia delle Opere, ha sottolineato che molte cose vi uniscono.
            «Non solo con loro. Se non si fanno scelte pregiudiziali di tipo politico,
            non possono che crescere le occasioni di dialogo e di collaborazione tra chi agisce nel sociale e nella rappresentanza economica di istanze sociali. Si cresce tutti. Non a caso al congresso abbiamo avanzato la proposta di rafforzare le relazioni unitarie con le altre organizzazioni cooperative. Quando all’interlocuzione con la politica e le istituzioni siamo andati insieme, i risultati sono stati sempre migliori di quando si andava in ordine sparso».
            L’economia stenta e la Finanziaria è inadeguata.
            «Bisogna prendere atto che il quadro non è buono, non immaginare
            scenari irrealistici. Altrimenti si rischia una crisi di sfiducia. Il governo
            deve rendersi conto di una cosa: bisogna dire le cose come stanno e riprendere la concertazione fra tutti i soggetti sociali: è necessario riaprire il tavolo. La situazione economica è sempre più difficile: bisogna mandare al Paese un messaggio che c’è un governo, che c’è una strategia di sviluppo, che c’è una solidarietà in cui ciascuno fa la sua parte con parità di diritti. L’esperienza del passato ci mostra che i problemi si sono superati solo quando si è riusciti a costruire un ampio consenso».
            È possibile con questo governo?
            «Questa è la necessità del Paese. Ma non credo sia un problema che
            riguarda solo il governo. Riguarda tutti i soggetti che possono partecipare a un tavolo che dia risposte ai problemi del Paese. Non capisco perché il bipolarismo politico debba avere come contrappeso anche il bipolarismo sociale. E’ ovvio che ognuno deve fare la sua parte. E da questo punto di vista la responsabilità primaria spetta al governo».
            Ma c’è spazio per l’economia cooperativa nell’economia di oggi?
            «Sì, ancor più che in passato. Termini come etica, reputazione, trasparenza vengono sempre più spesso associati alla parola impresa. Si ritorna a parlare della prevalenza dell’accumulazione rispetto al guadagno immediato. Spesso lo si fa in modo strumentale, un maquillage dopo i guai finanziari. Per noi, invece, queste parole non sono marketing, sono segnate nel nostro dna. E poi c’è il nuovo welfare: la forma cooperativa potrà dare una risposta importante».
            Obiettivi a lungo termine?
            «Li sintetizzo in uno slogan: che Roma possa avere la stessa densità cooperativa di Imola».