“Intervista” G.Poletti: Il mercato non è il diavolo

23/06/2003

      domenica 21 giugno 2003

      l’intervista
      Giulio Poletti
      Presidente Legacoop

      Il mondo cooperativo ha una specificità storica che sta nel rispetto del lavoro e dei consumatori. Unipol opera al meglio
      Il mercato non è il diavolo e noi ci stiamo bene

      Bianca Di Giovanni

      ROMA «Il mercato non è il diavolo, e le coop ci si sono confrontate da sempre.
      Se si è un’impresa non si può scegliere se stare o no sul mercato: sarebbe come
      dire a un pesce di stare fuori dall’acqua». Mentre Unipol si muove verso
      Winterthur ed altre grandi realtà cooperative pensano a spin-off immobiliari
      ed all’approdo in Borsa, il presidente di Legacoop Giuliano Poletti non si meraviglia.
      Anzi. Sta tutto scritto nella storia, nel Dna, nella natura delle coop. «Noi siamo convinti che proprio la nostra specificità di cooperative ci rende più efficienti: la natura cooperativa è proprio una delle chiavi del successo. Per questo non abbiamo nessuna intenzione di trasformarci in nient’altro».
      Ma non è che queste coop stanno cambiando pelle?
      «Io direi che continua fisiologicamente, normalmente, l’evoluzione delle coop, in ragione degli obiettivi che hanno sempre avuto. Non sono mai rimaste uguali a se stesse. Sono cambiate anche in riferimento al marcato, con cui peraltro hanno sempre fatto i conti. Oggi sembra che improvvisamente le coop si siano accorte del mercato. Sbagliato. Chi
      non si accorge del mercato fallisce. Oggi ci stanno con caratteristiche un po’ diverse,
      perché debbono misurarsi con bisogni diversi e con concorrenti diversi».
      Sbaglia chi vede un contrasto tra essere coop e lo spirito del mercato?
      «Qualcuno dovrebbe spiegare come si possa pensare che una coop che ha una natura imprenditoriale possa non stare sul mercato».
      Ma c’è la logica solidaristica che sembra confliggere con quella del mercato.
      «Ma questa è una strana concezione, per cui pare che nel mercato essere solidali è impossibile. Non è vero: nel mercato ci si può stare in tanti modi. Sullo stesso mercato ci sono imprese grandi e piccole, quelle detenute da una famiglia e quelle con 100 soci proprietari, cooperative piccole e coop grandi. Non c’è un modello, o un pensiero unico.
      Noi siamo una risorsa per i cittadini e per l’economia. Pensiamo che avere più tipologie proprietarie sia un bene per l’economia. È legittimo che ci sia un pluralismo nelle forme proprietarie. La nostra caratteristica, che ci differenzia dagli altri, è che nelle coop conta il socio, quindi una testa un voto. Nelle società conta il capitale: un’azione un voto.
      Noi scommettiamo sul fatto che le persone, indipendentemente dalla quantità di capitale immesso nella società, se credono in un’iniziativa e si sentono valorizzate, possono produrre meglio e di più. Noi pensiamo che la ricchezza si può distribuire in modo diverso. Le imprese capitalistiche danno l’utile al capitale. Le coop lo danno un po’ ai lavoratori, un po’ ai soci, un po’ al fondo per promuovere nuove cooperative, e una grande parte lo accumulano in maniera indivisibile e quindi lo reinvestono per il loro
      futuro».
      Sono molte le coop iscritte alla Lega che stanno pensando a queste formule finanziarie, come la quotazione di Spa controllate o l’emissione di bond?
      «Non direi molte, perché in Italia le imprese quotate sono un numero molto limitato. Le coop che hanno interesse a farlo sono pochissime. Il problema è che è un fatto che fa scalpore perché la Borsa e il mercato vengono visti come il regno del diavolo. Il fatto che alcune si preoccupino del come e dove reperire il capitale necessario per competere non è affatto in contrasto con la loro responsabilità sociale nei confronti dei soci».
      Sembra che l’Unipol sia quasi il fulcro di questo mondo cooperativo più avanzato verso la Borsa. È vero?
      «Lo è per una ragione storica le coop più grandi sono anche socie di controllo di unipol. Così come Unipol offre i suoi servizi tecnici di valutazione finanziaria. È chiaro che si costruiscono anche dei circuiti culturali di conoscenze, di relazione: stiamo sempre parlando di uomini. C’è un problema di relazioni, di affinità…»
      Anche affinità politiche?
      «Anche, ma non esclusivamente. Direi che oggi si ragiona in maniera molto laica, molto aperta da questo punto di vista. Che ci sia una storia comune di vicinanza politica alla sinistra è un dato storico che non può e non deve essere negato, né deve essere vissuto come un marchio».
      Quindi fa bene chi usa il termine finanza rossa?
      «Direi di no, così come è sbagliato dire coop rosse, per un semplice motivo. Con questa definizione non si riconosce il lavoro e l’impegno di chi ha costruito questa realtà. Chi usa questo aggettivo spesso vuole insinuare il fatto che le coop rosse siano diventate grandi per protezioni politiche. A me pare che sia difficile diventare la prima catena di distribuzione italiana, o una forte compagnia d’assicurazione (anche se Unipol è una
      Spa), oppure dei big nel settore delle costruzioni o in quello agroalimentare grazie al fatto che si sta sotto una bandiera. È una sciocchezza. Certo che noi abbiamo un sistema di valori, non siamo indifferenti, ma siamo indipendenti».
      Un commento sull’operazione Unipol-Winterthur?
      «Unipol è quotata, deve relazionarsi con i propri azionisti. Se i dirigenti pensano che per fare bene il loro mestiere è utile acquisire altre società, la scelta è positiva».