“Intervista” G.Lunghini: «Si spende meno, il commerciante frena»

01/09/2004


 Intervista a: Giorgio Lunghini economista
       
 



 

1 Settembre 2004

Contro le statistiche una realtà amara: ad agire da calmiere è il potere d’acquisto di lavoratori e pensionati che continua a calare
«Si spende meno, il commerciante frena»

Giampiero Rossi

MILANO Le statistiche addolciscono il rientro dalle ferie estive con dati positivi: ad agosto l’inflazione è rimasta ferma al 2,3% e a luglio le retribuzioni risultavano cresciuto di uno 0,6% che, spiega l’Istat, si traduce nel 3,2% su base annua. Bene, no? Con i prezzi in frenata e le entrate in crescita i conti dovrebbero tornare in brillante equilibrio e le cassandre che parlano di declino, crisi e sofferenza per i redditi da lavoro dovrebbero essere tacitate una volta per tutte. Ma purtroppo le dinamiche che formano la realtà dell’economia sfuggono alle “istantanee” degli statistici. E allora ecco che agli occhi di un economista attento non sfugge tutto quanto si muove nel tempo attorno a quei numeri e permette di cogliere la sostanza del nostro momento economico: «Non sono dati tranquillizzanti – dice infatti senza esitazioni Giorgio Lunghini, docente di economia all’Università di Pavia e alla Bocconi di Milano – in particolar modo per le fasce di reddito più basse».

Professor Lunghini, perché questi dati Istat estivi non possono essere interpretati come rassicuranti? In fin dei conti arrivano proprio nel bel mezzo di un’impennata dei prezzi del petrolio. Meglio di così…

«Premetto che non ha alcun senso fare polemiche sui dati Istat, ma semmai è corretto tenere conto del fatto che le statistiche vanno lette con attenzione e utilizzate con delicatezza. Detto ciò, ribadisco, secondo me quelli relativi all’inflazione e alle retribuzioni non sono dati tranquillizzanti. Tanto per cominciare perché l’inflazione è comunque superiore al tasso di crescita e ai redditi delle famiglie, mentre fino a pochi anni fa era il contrario. E poi, di fronte all’attuale dinamica negativa del prodotto interno lordo, questi indicatori sono preoccupanti soprattutto per i redditi più bassi; anzi, credo proprio che uno dei fattori che ha contribuito a mantenere bassa l’inflazione sia stata la contrazione della domanda interna. La catena è semplice: se le famiglie spendono meno i commercianti ovviamente evitano di aumentare i prezzi».


D’accordo, ma è possibile che il sistema dei prezzi non risenta per niente nemmeno dei costi esorbitanti dei barili di greggio?

«Anche alle rilevazioni Istat, gli andamenti dei prezzi risultano differenziati per tipologia, ma soprattutto non dobbiamo ignorare il trend dei prezzi alla produzione: in questo comparto già da luglio si sono sentiti eccome gli effetti del petrolio e, purtroppo, sono destinati a scaricarsi sui prezzi al consumo a partire da settembre. Non solo: per l’autunno io temo anche un caro tariffe».


Anche quelle? E perché?

«Alcuni annunci di aumento ci sono già stati. Perché molti servizi pubblici come i trasporti, l’energia, i telefoni e presto anche l’acqua sono da tempo diventati privati. E questo significa che le tariffe debbono rispondere a esigenze di redditività per quelle aziende, senza che peraltro si possa più contare su un ruolo calmieratore da parte del governo».


Torniamo ai dati diffusi dall’Istat. L’aumento delle retribuzioni viene ricondotto anche al perfezionamento di contratti nazionali di lavoro importanti come quello del commercio e con questo si cerca di sostenere che chi, soprattutto da sinistra, sostiene che siamo in pieno declino non è altro che una cassandra malaugurante. Che cosa si deve leggere in realtà dietro questi indicatori?

«Ripeto, la rilevazione statistica in sè è quella. Ma un aumento del 3,2% su base annua non può essere separato dalla consapevolezza – altrettanto documentata statisticamente – che negli ultimi dieci anni la quota di reddito da lavoro che forma il prodotto interno lordo italiano è precipitata di almeno 10 punti percentuali. Quindi si tratta di aggiustamenti che non modificano il quadro negativo, senza contare che se andiamo a vedere nel dettaglio troviamo un aumento nel divario tra redditi alti e bassi (e questi ultimi sono sempre di più), per non parlare della modificata natura del mercato del lavoro dove sono tantissimi i giovani precari».


Scusi la domanda abusata, ma di fronte a questo quadro è inevitabile: che prospettive si possono ipotizzare?

«Purtroppo il declino italiano è una realtà, non è una finzione politica. Questo quadro è l’esito di un processo che non è soltanto effetto delle politiche del governo Berlusconi, anche se a lui resta la responsabilità di averlo aggravato pesantemente. Io non posso non ricordare anche le responsabilità dell’industria italiana, che si è dimostrata poco capace di stare sui mercati. Ora, se prosegue questa tendenza c’è da preoccuparsi molto, ma per tentarne un’inversione occorre che il prossimo governo si assuma l’obiettivo e la responsabilità di rivitalizzare l’industria italiana, naturalmente senza pensare di agire ancora e soltanto sul costo del lavoro. Io, devo dire, al momento ancora non vedo un programma economico del centrosinistra e mi auguro davvero che qualcuno vi stia lavorando. Non si può pensare di salvare brandelli di “meno tasse” o sperare nella ancora fragile ripresa Usa. Serve una politica economica forte e coraggiosa».