“Intervista” G.Guidi: «c’è spazio per la flessibilità»

12/01/2004

domenica 11 gennaio 2004

GLI IMPRENDITORI

Guidi: contratti aziendali, c’è spazio per la flessibilità
Concordo sul fatto che vada fatta una manutenzione approfondita

    di Roberto Bagnoli

        ROMA – L’accordo «magico» del ’93 può essere rivisto. Guidalberto Guidi, vicepresidente di Confindustria con la delega alle relazioni sindacali, apre a quanti oggi sono convinti che quell’intesa abbia fatto il suo tempo. Guidi è comunque cauto. Parla di «manutenzione approfondita» su aspetti che riguardano la contrattazione aziendale «ma solo su base volontaria, nelle imprese che se lo possono permettere». La politica dei redditi basata sull’inflazione programmata non va però toccata. «Il rischio è di scatenare una impennata del costo del lavoro e di mettere il cartello "chiuso" sulla maggior parte delle aziende».
        Come ritiene vada modificato l’accordo del ’93?
        «Premetto che quell’intesa ha avuto effetti straordinariamente positivi che durano ancora adesso. Diciamo all’80%. Certo concordo sul fatto che vada avviata una manutenzione approfondita. In particolare che si possa immaginare un’altra formulazione di alcuni schemi troppo rigidi».
        Può essere più preciso?
        «Secondo me si può cominciare a discutere. Ma è un discorso delicato che va fatto con tutti i sindacati».
        In concreto?
        «L’attuale sistema prevede due livelli di contrattazione. Uno nazionale, basato sull’inflazione progammata, e uno aziendale, dove si discute dei livelli di ricchezza che l’impresa è riuscita a generare nel corso dell’anno. Si può discutere sul fatto di consentire, a livello volontario e con la completa intesa tra le parti sociali, di uscire parzialmente da questo schema».
        Il ministro del Welfare Roberto Maroni si è detto affascinato dall’ipotesi di rivedere il modello contrattuale a livello territoriale…
        «Trovo bizzarro che il governo parli di assetti contrattuali. Spero che quella di Maroni sia solo la sua opinione, perché questo è tema delle parti sociali».
        Gli artigiani hanno già raggiunto un’intesa con Cisl e Uil per aggiornare i salari su scala regionale. Che ne dice?
        «Non voglio anticipare soluzioni. Tenendo fermo lo schema del ’93, ritengo maturi i tempi per immaginare qualcosa che sia più adatto a una realtà diversa».
        La Cisl e la Uil però insistono su un secondo livello su scala territoriale.
        «Secondo il mio parere, che tra l’altro vale ancora per sei mesi, Confindustria non accetterà mai soluzioni che prevedono l’obbligo alle aziende di contrattare il secondo livello».
        Lei sa bene che con l’arrivo dell’euro molti prezzi si sono raddoppiati e la gente fa fatica ad arrivare a fine mese…
        «Questo è vero e dopo rispondo. Però dal 1993 ad oggi la crescita dei salari è stata superiore a quella del tasso di inflazione. Se poi qualcuno dice che l’Istat sbaglia i conti, questo è un altro problema…»
        Molti economisti, però, sostengono che in questi dieci anni il costo del lavoro per unità di prodotto è diminuito facendo aumentare i profitti e la produttività..
        «Si spiega con i forti investimenti fatti dalle imprese nei processi produttivi, resta il fatto che le retribuzioni lorde sono cresciute più del costo della vita di circa il 3-4%».
        Torniamo al caro euro…
        «Molti imprenditori, soprattutto nella distribuzione, hanno fatto il cambio dell’euro a mille lire scatenando una serie di aumenti facendo aumentare l’inflazione percepita sbilanciando fortemente il bilancio di un reddito fisso».
        Spiega così la conflittualità crescente e la voglia di rimpolpare gli stipendi?
        «La rincorsa salariale non risolve nulla. Quando ci sediamo a fare le trattative ricordiamoci che accanto alle parti sociali c’è anche il mercato. La mia impresa, e non credo di essere solo, dal 1996 non è riuscita ad aumentare i listini se non dell’1-1,5%».
        Non vede il rischio che questa conflittualità sfugga al controllo del sindacato ?
        «Sono convinto che questa conflittualità nasca non solo dalla necessità di avere più soldi in busta paga. Credo che sia una difficoltà di tutto il Paese ad adattarsi ai forti cambiamenti di questi ultimi dieci anni».
        Per il leader della Cgil Guglielmo Epifani prima di affrontare la revisione degli accordi del ’93 occorre attendere il nuovo presidente degli imprenditori. Ha ragione o no?
        «Stimo molto Epifani ma a lui rispondo che nel nostro statuto non c’è il semestre bianco».
        Domani riprende il confronto tra governo e sindacati sulla riforma del welfare. Lei crede che si farà?
        «La riforma delle pensioni e del welfare è un problema del Paese che tutti ci chiedono di fare. Trovo comunque un po’ bizzarro che il governo tratti col sindacato senza convocare anche gli imprenditori. Ma non ci formalizziamo, guardiamo ai risultati. Certo non può passare una soluzione che prevede il trasferimento del Tfr ai fondi pensione senza una corrispondente riduzione dei contributi. Questo deve essere molto chiaro».
        La vicenda Parmalat può indebolire il fronte imprenditoriale nelle future trattative col sindacato?
        «Assolutamente no. Non vorrei che qualcuno pensasse che lo scandalo dei bond ci faccia tenere le orecchie basse. Assurdo fare di ogni erba un fascio, il sistema industriale italiano non è cresciuto falsificando i bilanci».