“Intervista” G.Giugni: Lo scontro sociale porta alla paralisi

15/07/2003



Giugni, dallo Statuto all’accordo di luglio
Si apre con questa intervista a Gino Giugni una serie di interventi che l’Unità dedica al decennale (era il
23 luglio 1993) della firma dello storico accordo che mise fine alla scala mobile e instaurò un nuovo
modello contrattuale, fissando anche regole per la cosiddetta politica dei redditi. Ministro del lavoro era allora Gino Giugni, considerato uno dei padri dello Statuto dei lavoratori.
Docente di diritto del lavoro in diversi atenei sia in Italia che all’estero, Gino Giugni è stato parlamentare dal 1983 al 1996 e ministro del Lavoro nel governo guidato da Ciampi (dal maggio 1993 al maggio 1994). È stato inoltre di recente presidente della Commissione di garanzia sull’esercizio di sciopero nei servizi pubblici essenziali. Collaboratore di diverse riviste giuridiche, Giugni è direttore della rivista «Giornale del Diritto del lavoro e di Relazioni industriali», da lui fondata nel 1979.
 Intervista a: Gino Giugni
       



Intervista
a cura di

Bruno Ugolini
  martedì 15 luglio 2003

La scelta
dello scontro sociale
porta alla paralisi

ROMA Gino Giugni ha partecipato a tutti i momenti decisivi della storia della concertazione italiana, dallo
Statuto dei lavoratori in poi, compreso l’accordo dell’83, passato sotto il nome di accordo Scotti.
È anche l’autore di un recente volume «La Lunga
marcia della concertazione» edito da il Mulino.
Gli chiediamo allora se questa marcia è giunta
alla fine, come dicono molti.
«Per il momento l’interruzione dei processi concertativi ha sortito più danni che benefici e un clima di stagnazione nelle relazioni industriali, come non si conosceva da anni. Vi è stata una certa incomprensibile enfasi, da parte dell’attuale governo, nella voglia di cancellare la concertazione, quasi che l’esecutivo volesse liberare da un giogo insopportabile il sistema contrattuale. Dichiarare che la concertazione è morta oppure che non serve a niente, significa automaticamente ucciderla o annullarne la validità visto che essa vive di volontà politica. Salvo accorgersi, come ha fatto una parte della maggioranza, dopo lo sciopero generale del 16 aprile 2002, che una pratica brutale dello scontro sociale sortisce anzitutto dei disastrosi effetti di paralisi.
Non ha una sua validità l’obiezione che si fa riguardo la possibilità che una tale pratica concertativa colpisca le prerogative del Parlamento?
«Bisogna ricordare che in fin dei conti oggetto di negoziazione è l’iniziativa legislativa, non la sua approvazione, tanto che in non pochi casi il nostro Parlamento ha modificato i termini delle intese sociali. Certo la concertazione sociale non è la soluzione
finale dei problemi istituzionali, è un metodo che opera per approssimazione e in un’ottica pluralista che non può ledere la rappresentanza politica».
C’è chi sostiene che, in ogni modo, è possibile concertare per un sindacato con un governo di sinistra, ma non con uno di destra…
«Devo ricordare che in Italia il rapporto tra partiti di sinistra e sindacato è sempre stato molto stretto, ma
non si è mai tradotto in un fenomeno d’identificazione o di totale subordinazione. I primi accordi degli anni
Ottanta furono raggiunti in una situazione politica d’aperto conflitto con l’opposizione comunista. E se i
sindacati italiani non sono cinghie di trasmissione d’interessi di partito, tanto meno sono monolitici al loro interno: la coincidenza d’opinioni politiche tra soggetti sindacali e lavoratori è anch’essa tutta da dimostrare».
Non siamo, però di fronte ad un governo, come quello attuale, con il quale concertare è davvero difficile?
«Nel libro Bianco sul mercato del lavoro presentato dal ministro Maroni nell’ottobre del 2001 si affermava “l’evidente impossibilità del modello concertativo degli anni Novanta ad affrontare la nuova dimensione
dei problemi economici e sociali”. Un’analisi che mostrava di considerare la concertazione come un’entità dotata di un’infida volontà consociativa.
È in realtà un modo per comporre i conflitti tra i diversi interessi organizzati presenti nella società.
Certo, il governo che ritiene di poter fare a meno del consenso delle parti sociali, per attuare il proprio programma politico, può trovare più conveniente procedere per via autoritaria, anziché per via negoziale… Ma è una scelta che non dipende necessariamente dal colore politico del governo».
La stipula del patto per l’Italia rappresenta in ogni caso un tassello concertativo?
«Gli effetti dell’accordo sono stati devastanti sul piano sindacale. Gli unici veri impegni assunti si concentrano
sull’articolo 18. Per il resto è questione di pochi spiccioli per l’indennità di disoccupazione ordinaria,
di una riduzione delle tasse per i redditi più bassi d’incerta entità, il solito elenco di buoni propositi per il Mezzogiorno, la vaga e infida idea di affidare ad organismi bilaterali di natura privatistica la complessa gestione dei cosiddetti ammortizzatori sociali
mediante un sistema d’autofinanziamento.
Devo dire che fatte eccezioni per i grandi accordi del 92 e 93 le intese successive non hanno mai brillato
per ampiezza d’impegni sottoscritti dalle parti».
Come giudica le polemiche che hanno accompagnato la vicenda del Patto?
«Una pagina di storia sindacale da dimenticare. È da censurare il comportamento della Cgil che ha rinunciato al tavolo della trattativa ed è comprensibile che Cisl e Uil abbiano accettato il dialogo. Ma trattare
non significa a fortiori concludere un contratto. Hanno ragionato come se più che condurre una trattativa
si dovesse raggiungere un accordo a tutti i costi».
Come giudica gli avvenimenti delle ultime ore, le contrapposizioni interne alla maggioranza
di centrodestra?
«Siamo di fronte ad una situazione di precrisi del governo. È un momento estremamente allarmante e di
fronte a questo stato di cose qualunque discorso che riguardi aspetti di stabilità rischia di presentarsi come
sottoposto ad un alone d’incertezza. Devo dire, perfidamente, che di questo sono contento».