“Intervista” G.Giugni: «Il conflitto sociale s´è inasprito»

16/01/2004


VENERDÌ 16 GENNAIO 2004

 
 
Pagina 12 – Cronaca
 
 
L´INTERVISTA
Gino Giugni, ex ministro del Lavoro: "Le famiglie dei lavoratori sono più povere"

"Il conflitto sociale s´è inasprito
a rischio l´unità sindacale"
          Siamo dentro una atmosfera di sfiducia generale, di crisi di tutte le autorità
          PAOLO GRISERI


          Professor Giugni, il braccio di ferro dei tranvieri proseguirà nei prossimi giorni con nuovi scioperi. Quali sono, a suo parere, le cause profonde del conflitto?
          «Direi che la causa più profonda è nella grave crisi istituzionale che stiamo attraversando. Sarebbe un errore pensare che quella crisi riguardi solo la sfera della politica anche se in questi giorni, dopo la sentenza sul lodo Schifani, è la politica sotto i riflettori. In realtà la crisi istituzionale ha grandi conseguenze sul piano sociale. Si traduce, ad esempio, in una crisi delle autorità, locali o nazionali che siano, in una caduta di credibilità, in un´atmosfera generale di sfiducia che contribuisce a esasperare i conflitti».
          La protesta è motivata con la perdita di potere d´acquisto dei salari. È d´accordo con questa analisi?
          «È indubbio che ci sia stato un significativo aumento del costo della vita e che si sia verificato un contemporaneo impoverimento delle famiglie di molti lavoratori. E questo è sotto gli occhi di tutti, checché ne dica l´Istat che si industria a mutare la composizione del paniere togliendo la canottiera ma non riesce a produrre indici tali da tranquillizzare l´opinione pubblica».
          In questa situazione si assiste allo scontro tra sigle confederali e Cobas. Come giudica il comportamento dei sindacati nella vicenda?
          «I sindacati stanno in mezzo al conflitto e sono spinti a vivere sul filo della esasperazione dei lavoratori. A rischiare di più sono i sindacati confederali perché sono sottoposti a spinte contraddittorie. Il primo esito, non auspicabile ma possibile, potrebbe essere quello di mandare definitivamente in soffitta l´unità sindacale. Se questo accadesse la crisi istituzionale si aggraverebbe».
          Per quale motivo?
          «Io sono stato ministro nel ´93, quando la politica era in grave crisi. Allora i sindacati furono uno dei principali elementi di coesione della società italiana. Oggi, per paradosso, accade quasi il contrario: sembra più facile mettere insieme Di Pietro e Bertinotti che Cgil, Cisl e Uil. A questo si aggiunge che il ministro Maroni, uno dei migliori, penso, di questo governo, appartiene a una forza politica che punta sulla divisione sindacale e sui contratti territoriali».
          Lei è contrario ai contratti decentrati?
          «No. Penso anzi che una certa parte di contrattazione territoriale vada fatta anche per recuperare potere d´acquisto. Del resto la maggior parte delle proteste di queste settimane si verifica al Nord perché è al Nord che il costo della vita è più alto ed è dunque al Nord che l´impoverimento dei salari si sente maggiormente. Infine le aziende dei trasporti del Nord sono mediamente più ricche di quelle del Centrosud e possono concedere qualche aumento».
          Tra divisioni sindacali e episodi di contrattazione decentrata, non si rischia di mettere definitivamente in crisi l´idea di contratto nazionale?
          «Ecco, questa è un´altra ipotesi non auspicabile ma purtroppo possibile. L´abolizione delle tutele dei contratti nazionali di categoria finirebbe per aumentare contemporaneamente l´esasperazione sociale e la crisi istituzionale».