“Intervista” G.Epifani: «vogliamo vedere i metalmeccanici in tv»

21/11/2005
    sabato 19 novembre 2005

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      Intervista al segretario della Cgil, Guglielmo Epifani

        «Ora vogliamo vedere
        i metalmeccanici in tv»


          di Rinaldo Gianola

            Tra devolution e conti fuori posto, un’economia ferma e tensioni sociali allarmanti, gli ultimi mesi di Berlusconi-premier (ammesso che il centrosinistra riesca a mettere in campo una proposta vincente) rischiano di essere i peggiori di cinque anni di governo del centrodestra. Di queste emergenze parliamo con Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, a pochi giorni dallo sciopero generale contro la Finanziaria. «Iniziamo delle televisioni e dai giornali…» propone.

              Scusi Epifani, perchè iniziamo proprio dall’informazione?

                «Perchè c’è una emergenza nel nostro Paese: c’è un silenzio intollerabile delle televisioni e dei grandi giornali sui lavoratori, i pensionati, il sindacato. È una grande questione democratica».

                  La verità è che siete fuori moda: i metalmeccanici evocano lotte, gli operai sono brutti e cattivi e non vanno in tv. Il berlusconimo trionfante prevede volti sorridenti, famiglie felici e l’Isola dei famosi. Voi non fate più notizia.

                    «Per questo la sordina imposta in questi mesi dalla tv, compreso il servizio pubblico, e dai giornali (salvo poche eccezioni, come l’Unità) al mondo del lavoro, ai suoi problemi, alle sue rivendicazioni non è tollerabile. Ho parlato di questo ieri all’assemblea dei lavoratori della Michelin a Cuneo. Questo silenzio non è casuale, si vogliono oscurare le ragioni e le condizioni dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani precari. C’è un disegno politico e culturale evidente: c’è un interesse a raffigurare la società italiana come la sintesi di mercato e profitto, individuo e impresa»

                      Perchè? Non sono importanti il mercato e l’impresa?

                        «Certo che lo sono, non sarò certo io a negarlo. Ma non fino al punto di cancellare le altre ragioni. Famiglie, salari, diritti, le condizioni concrete di vita della gente, di questo bisogna parlare. Oggi ai sindacati confederali tocca condurre una battaglia per un’informazione democratica, trasparente, che ponga, come ci proponiamo nel centenario della Cgil, la questione del lavoro e delle sue complessità al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, degli storici, degli economisti. Il sindacato non chiede un trattamento di riguardo. Ma sono allarmato quando vedo che le ragioni di un milione e mezzo di metalmeccanici sono cancellate dalle tv e dai giornali: da un anno attendono il contratto, è una lotta lunga e dura, la Rai non ne parla. Così come non ha parlato di altre vertenze e di altri contratti, come quello degli alimentaristi e oggi quello delle telecomunicazioni».

                          E che cosa fa il sindacato?

                            «Per lo sciopero generale del 25 novembre abbiamo chiesto la diretta tv di un’ora e ci sarà accordata. Sui metalmeccanici penso che sarà necessario fare un passo verso la presidenza della commissione parlamentare di vigilanza. Ma il problema, lo ripeto, non riguarda solo la Rai, è più generale».

                              Perchè non si firma il contratto dei metalmeccanici? Altre vertenze, pur difficili, sono state chiuse , ma per i meccanici, invece, c’è sempre qualche ostacolo. Come mai?

                                «Esiste un’anomalia nel sistema delle imprese e riguarda Federmeccanica. Le sue chiusure sono insostenibili, non si può dire no, no, sempre no su tutto. I fili del dialogo vanno mantenuti e rafforzati. Ma se Federmeccanica dopo quasi un anno offre ancora la metà di quanto richiesto dai lavoratori, stiamo parlando di 130 euro lordi in due anni e non di follie, e in più chiede nuova flessibilità, allora mi viene qualche dubbio».

                                  Quale dubbio?

                                    «Non vorrei che sui metalmeccanici qualcuno in Confindustria volesse fare una prova di forza, non vorrei che ci fosse qualche disegno politico. Il vertice di Confindustria è composto da industriali meccanici: Montezemolo, Bombassei, Marcegaglia…sanno benissimno quali sono le condizioni dei lavoratori. Non si può tirare troppo la corda. Il contratto dei metalmeccanici va chiuso prima di Natale e faremo ogni pressione su Federmeccanica affinchè si renda più dialogante e disponibile».

                                      Ma le imprese si lamentano di una congiuntura tutt’altro che brillante. Su questo hanno ragione.

                                        «Siamo in difficoltà, gli ultimi dati hanno annullato le illusioni estive di una pronta ripresa. Probabilmente ci sarà un leggero miglioramento dell’economia, ma parliamo dello zero virgola qualcosa, e noi, invece, abbiamo bisogno di una vera svolta. Il problema è che questo governo non è in grado di fare nulla contro la crisi, anzi la Finanziaria ridurrà lo spazio per cogliere la ripresa. Non sostiene i redditi, non stimola i consumi, non controlla i prezzi. Taglia tutti gli investimenti: quelli diretti alle imprese private e quelli indiretti determinati dalla domanda pubblica. Il governo vara una Finanziaria contro la ripresa. Su questi punti, risanamento e sviluppo, ci può essere un terreno comune di collaborazione tra lavoro e imprese».

                                          Cioè un nuovo patto tra sindacati e Confindustria?

                                            «Per ora cerchiamo di mantenere vivo il confronto e di comprendere ognuno le ragioni dell’altro, in una fase così delicata. Sento che anche Montezemolo, dopo una sbandata, è tornato a usare toni più moderati, giudizi più critici sulla Finanziaria e gli interventi correttivi ai conti. Gli imprenditori sentono i guai combinati da Berlusconi, forse hanno più pudore a esporsi».

                                              Berlusconi, però, è già in campagna elettorale. Ogni giorno ne inventa una e chissà cosa combinerà nei prossimi mesi.

                                                «Ci aspettano mesi delicati perchè di fronte a un’economia in stagnazione emergono nel governo atteggiamenti disinvolti, proposte demagogiche e populiste. Annunciare la casa per tutti vuol dire speculare sulla povera gente, creare un’illusione, salvo poi negarla il giorno dopo, mentre proprio il governo taglia i fondi per gli affitti, per le famiglie, per l’edilizia popolare. Sugli sfrattati oggi, sui pensionati prima, Berlusconi ha usato il suo populismo sfrenato e declamatorio. Tanto lui cambia cavallo ogni giorno e si occupa dei suoi interessi personali, come per la riforma del Tfr dove tutela la sua Mediolanum».

                                                  E la devolution?

                                                    «Con questa riforma costituzionale si chiude la stagione della grande ubriacatura del falso federalismo, egoistico e antistorico. Noi italiani abbiamo bisogno di stare insieme, di essere più vicini all’Europa, proprio oggi che le difficoltà economiche, che le tensioni sociali sono gravi, che la globalizzazione ci impone nuove sfide. I lavoratori lo sentono: nelle assemble è forte l’invito a stare uniti, a cooperare per il risanamento, per lo sviluppo, per il lavoro. La Cgil si impegnerà nel referendum: raccoglierà le firme, mobiliterà i lavoratori e i pensionati a sostegno del “no”. Difenderemo la Repubblica italiana fondata sul lavoro».

                                                      Nello scontro tra interessi generali e locali la Tav rappresenta un paradigma esemplare. Un caso che divide anche la Cgil. Cosa pensa?

                                                        «Esistono due ragioni. La prima ragione forte, e che secondo me va difesa in assoluto, è quella di un grande collegamento ferroviario, intereuropeo, che abbiamo chiesto tutti per molti anni, sottolineo tutti: sindacati nazionali e piemontesi senza mai un dissenso e una voce critica. Il collegamento deve essere su ferrovia, ad alta tecnologia, che ha la necessità di un’apertura di un nuovo tunnel in grado di collegare l’Italia al resto d’Europa, destinato a far fronte a volumi di traffico crescenti fino al 2050 e oltre. Questa è la prospettiva di un’opera strategica».

                                                          La seconda ragione in campo?

                                                            «E’ quella che comprendo ma non condivido di gran parte delle popolazioni della valle di Susa e che abbiamo visto rappresentata nello sciopero generale dell’altro giorno, nel pieno rispetto delle regole del confronto e della legalità. Un merito di cui va dato atto a tutti coloro che sono scesi in campo. Oggi mi domando come possiamo trovare un punto di contatto ragionevole. Non mi persuade il fatto che ci si opponga pregiudizialmente alle fasi iniziali di controllo e di verifica geologica, così come non mi convince il fatto che dall’altra parte, in Francia, ci sono popolazioni che spingono per la realizzazione dell’opera mentre qui da noi ci si oppone addirittura alle ispezioni preliminari».

                                                              Come se ne esce?

                                                                «Ognuno ascolti le ragioni dell’altro, democraticamente. Si cerchino tutte le vie del confronto e delle garanzie ambientali, per oggi e per il futuro. Ma voglio dire in modo esplicito e convinto, come segretario generale della Cgil, che i legittimi interessi della valle di Susa vanno confrontati con gli interessi del Paese, che sono prevalenti».

                                                                  A proposito di tunnel: pare che il programma dell’Unione stia venendo alla luce. Cosa ne pensa?

                                                                    «Il lavoro fatto dai Ds e il confronto avviato con Prodi mi convincono perchè, finalmente, ci si misura su un progetto concreto. E su questa impostazione anche le altre forze, come la Margherita che farà il suo seminario a Milano e come Rifondazione Comunista, mi sembrano disposte a concordare. Importante è stabilire le priorità: politica industriale, formazione e scuola, lotta alla precarietà del lavoro, immigrazione e politica redistributiva di segno opposto a quella di Berlusconi. Poi con rigore e coerenza ci si presenta agli italiani».