“Intervista” G.Epifani: «Una ricetta molto lontana dai veri bisogni della crisi»

14/03/2005
    domenica 13 marzo 2005

    intervista

    IL SEGRETARIO DELLA CGIL: SBAGLIATO ANCHE IL METODO, HANNO VOLUTO DECIDERE SENZA ASCOLTARCI
    «Una ricetta molto lontana
    dai veri bisogni della crisi»
    Epifani: «Non è sufficiente cercare di spingere un poco i consumi
    Bisogna invece migliorare la qualità dell’offerta delle nostre imprese»

    Roberto Ippolito

      L’ANALISI di Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, è severa. Molto severa: «In Italia non c’è adeguata attenzione per la grave situazione dell’economia».

        Scusi, Epifani, perché un giudizio così critico e generale proprio dopo il varo dei provvedimenti del governo Berlusconi per il rilancio della competitività?

          «Le decisioni del consiglio dei ministri sono state prese nelle stesse ore in cui l’Istat ha reso noto che il prodotto interno lordo è cresciuto nel 2004 solo dell’1,2%. Si tratta di un dato molto negativo non tanto per il valore in sè, che pure è basso, ma perché è il più basso in Europa (addirittura la metà rispetto alla Francia) e tra i più bassi al mondo. La media di aumento del pil degli ultimi quattro anni è inferiore all’1%. Non ricordo nel dopoguerra periodi di crescita così limitata. Questo dà la misura del problema dell’economia italiana».

            Il quadro è tutto nero?

              «I dati della produzione industriale e della bilancia commerciale sono ancora più pesanti. La perdita di competitività è evidente: il Paese arranca. Perciò c’è bisogno di un cambiamento nella politica economica. Il governo ha compiuto scelte in controtendenza rispetto alla qualità della crisi. Prima l’ha negata a lungo. Poi non ha capito, come risulta anche dagli ultimi provvedimenti, che il problema è la relativa bassa qualità dell’offerta nell’industria e nei servizi: da qui bisogna partire».

                Le misure varate non sono concepite per contrastare le difficoltà?

                  «Di fronte a dati tanto negativi ripetuti nel tempo, nonostante una domanda mondiale in grande crescita, non basta qualche intervento di semplice manutenzione. Serve una politica concentrata sul cuore del problema. E la precondizione, come dimostra l’esperienza di Francia, Germania, Inghilterra, Spagna e Stati Uniti, è la volontà di agire sull’offerta. Ma questo richiede una quantità significativa di risorse da spendere finora mai viste».

                    Conosce il livello del deficit e del debito pubblico, no?

                      «Le difficoltà della finanza pubblica sono un’aggravante rispetto ai comportamenti del governo. E’ stata ridotta la pressione fiscale sui redditi medio-alti e così le risorse non sono state concentrate verso il sistema produttivo».

                        Insomma secondo lei c’è un errore di filosofia?

                          «Come è avvenuto con la legge Tremonti bis, il governo continua a illudersi che basta spingere un po’ i consumi per rilanciare l’economia. Non è così. E se non si lavora per migliorare la qualità dell’offerta, l’eventuale aumento dei consumi favorirebbe la concorrenza straniera. C’è un errore di strategia nella politica economica: ecco il nocciolo della critica della Cgil».

                            Non teme di apparire ingeneroso nel giudicare le misure appena varate?

                              «La questione non è dare un voto ai provvedimenti che contengono molte cose non condivisibili e qualcuna giustificabile o utile. E’ la qualità della manovra che non va bene. Prima era solo la Cgil a denunciare la pessima situazione, ma ora sempre più economisti e sempre più voci di orientamento diverso fanno presente quanto sia grave lo stato dell’economia italiana. Se il governo dovesse proseguire la sua strategia con la prossima legge finanziaria, si continuerebbero a perdere risorse e occasioni per sostenere l’economia e l’occupazione»
                              .
                              Contesta già il nuovo taglio delle tasse preannunciato?

                                «Il governo ha in mente secondo quanto dichiarato dal presidente del consiglio di tagliare le tasse per dodici miliardi di euro. Qualora fossero disponibili e non lo sono, risorse così ingenti dovrebbero essere invece destinate a sostenere la ricerca e l’innovazione. Non farlo sarebbe un delitto».

                                  Anche il vicepresidente della Confindustria Andrea Pininfarina lamenta lo scarso impegno per la ricerca e l’innovazione.

                                    «Pininfarina ha ragione a considerare inadeguato l’impegno per la ricerca. Destinare alla ricerca un terzo del fondo rotativo di sostegno all’economia non significa nulla visti i problemi per le procedure, gli strumenti, l’aleatorietà dei tempi e l’impossibilità di avere qualche risultato prima di un anno. Questa idea sembra dettata più dall’esigenza di difendersi dalle critiche che da una scelta esplicita. E infatti le risorse da impiegare sono quelle che erano già disponibili: nulla di nuovo».

                                      Davvero nulla di nuovo?

                                        «Il governo non sta nemmeno rispettando gli accordi sottoscritti. Non ha messo a disposizione i fondi per attuare il contratto di programma per la crisi della chimica in Sardegna, in Sicilia e nella Pianura Padana. Sostanzialmente non ha applicato il contratto di programma firmato con la Fiat. E non ha ancora dato il via, sempre per mancanza di risorse, al Frem, l’accordo per le fregate militari raggiunto con la Francia che darebbe lavoro ai cantieri. Per la crisi del settore tessile-abbigliamento e del calzaturiero è carente l’iniziativa a livello europeo (ed evito di parlare delle polemiche sui dazi senza capo nè coda sviluppate per fini elettorali)».

                                          Lei sembra ignorare i provvedimenti del governo…

                                            «I provvedimenti del governo sono lontani dai problemi che resteranno come prima. Non si fa politica industriale senza risorse. Lo ripeto: è sbagliata la scelta di fondo. Ma purtroppo il governo non ci ha voluto ascoltare».

                                              Sta criticando anche il metodo seguito per la definizione delle misure?

                                                «Per quanto riguarda i contenuti il governo ha prestato poco ascolto al sindacato e solo parzialmente alla Confindustria. Per quanto riguarda il metodo non ha nemmeno voluto più incontrare le parti sociali: è un evidente segno di debolezza. Il governo preferisce scegliere da solo, continuando a sbagliare».