“Intervista” G.Epifani: Un progetto senza sacrifici

14/11/2005
    sabato 12 novembre 2005

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    SINDACATO

    Intervista a Guglielmo Epifani alle prese con appuntamenti cruciali: centenario della Cgil, crisi economica, elezioni politiche, congresso. «La confederalità è l’unica risposta possibile alle domande di sicurezza sociale del lavoro»

      Il leader del più grande sindacato italiano spera in una svolta politica e chiede un progetto per il paese: «Ma al centrosinistra dico che non dovrà essere il mondo del lavoro a pagare i costi dei guai provocati dal centrodestra»

        Un progetto senza sacrifici

          GABRIELE POLO

            Un compleanno importante, un quadro sociale e politico difficile, un congresso inedito. Questo il futuro prossimo di Guglielmo Epifani e su questo interroghiamo il segretario generale della Cgil.

              Cento anni dopo cosa significa «Confederazione generale», quanto è rimasto della rappresentanza del lavoro e quanto questa si è trasformata in agire politico?

                La storia della rappresentanza generale del lavoro da noi è parte fondante della storia italiana. Non è solo una storia di parte, e lo si vede in tutti i suoi passaggi, dai primi scioperi generali al biennio rosso, dall’avvento del fascimo alla Liberazione, dalla ricostruzione alle conquiste di civiltà degli anni `60-70. Per questo noi, ripercorrendo questa storia, vogliamo rivitalizzare la memoria aggredendo il rilievo che il lavoro continua ad avere nelle nostre società e capire che fare di fronte ai problemi dell’oggi.

                  Ma il lavoro ha ancora un valore generale?

                    Io credo proprio di sì, anche se si cerca di rimuoverne la centralità. E’ il fondamento materiale della ricchezza comune e poi se guardiamo al mondo il ruolo del lavoro umano cresce.

                      L’obiezione è che da noi il lavoro non produce più identità, che il lavoratore è prima di tutto un cittadino, per cui anche il sindacato da rappresentanza di parte diventa soggetto politico…

                        Il sindacato nasce con la fabbrica, il lavoro salariato nelle campagne e dalla richiesta di rappresentare la forma moderna del lavoro. Oggi la domanda di rappresentanza non diminuisce, anzi nel mondo cresce proprio di fronte alle nuove forme della produzione che frammenta il lavoro come mai nel passato, dalle delocalizzazioni alla proliferazione dei servizi. E’ difficile trovare una sintesi a questa frantumazione, ma la domanda cresce. Perché altrimenti, in Italia, crescono gli iscritti tra i lavoratori attivi?

                          Forse perché non c’è più una rappresentanza politica del lavoro e il sindacato ha più spazio. Ma proprio per questo è in difficoltà perché chiamato a rappresentare «politicamente» un lavoro cambiato al punto da non produrre più dal suo interno una spinta comune; anzi, a volte le spinte sembrano divergenti. Come tenerle insieme?

                            Dobbiamo dare risposte sia ai nuovi lavoratori poveri che a chi è più tutelato, ai precari come a chi è a tempo indeterminato, con contraddizioni che possono trasferirsi nella stessa rappresentanza ed essere conflittuali. Il compito della confederalità è quello di ricostruire quotidianamente il filo di una possibile coalizione tra diversi. In un mondo in cui si veicola la centralità «dell’individuo solo»: l’attacco che noi abbiamo subito dal governo di centrodestra si posa sul tentativo di indebolire la rappresentanza sociale colpendola nella sua funzione di rappresentanza collettiva, a partire dal ruolo contrattuale.

                              La parola chiave per una nuova rappresentanza generale del lavoro?

                                La risposta più semplice è «solidarietà», ma aggiungerei «sicurezza», letta all’opposto di come oggi viene intesa per drammatizzare le relazioni sociali e impaurire le persone. La forma collettiva della rappresentanza è oggi quella che risponde meglio alle domande di sicurezza sul proprio futuro della grande maggioranza dei lavoratori. La contrattazione collettiva oggi è ancora più importante e utile di quanto era cento anni fa per rispondere alle domande sociali.

                                  Ma la realtà oggi è più complessa. Una delle debolezze maggiori del movimento sindacale è la sua incapacità ad agire globalmente. Penso all’Europa: esistono indirizzi politici ed economici comuni e, invece, i sindacati nazionali vanno si muovono in ordine sparso, spesso propongono soluzioni diverse. Non è un problema?

                                    Questo è il ritardo più grosso e delicato. Eppure il sindacato e il movimento operaio delle origini sono nati con una grande vocazione internazionale, pensa alla battaglia per le otto ore. Oggi non riusciamo a uscire dai confini nazionali mentre questi significano sempre meno. Ci mancano punti di riferimento istituzionali con cui confrontarci e così molti sindacati nazionali non intendono delegare sovranità contrattuali a sedi europee. Alla fine prevalgono gli interessi locali. Che sono perdenti.

                                      Ma non sono anche i vincoli monetari su cui si basa l’Europa a generare queste divisioni?

                                        Certo, perché il sindacato è sempre stato un agente di regolazione, una regolazione che viene messa in discussione alle radici. Di fronte a questo il sindacato italiano si batte per trasformare la Ces da coordinamento di sindacati diversi a un vero sindacato europeo che sulle materie comunitarie sia in grado di contrattare. Questo si scontra con la volontà del sistema delle imprese che puntano sulle divisioni della forza lavoro. Si pensi alla Bolkestain. Ma è uno sforzo che dobbiamo continuare a fare.

                                          Veniamo ai fatti di casa nostra. Stiamo vivendo una fortissima crisi di un paese che era industriale e che oggi lo è molto meno. Quale idea di paese avete per affrontare quello che voi stessi avete chiamato declino?

                                            Il declino è confermato da decine di crisi industriali. Oggi dobbiamo riprogettare il paese: siamo su un crinale, possiamo arretrare o trovare un nuovo slancio. Io insisto che si deve partire dalla difesa del lavoro industriale, perché ancora oggi oltre il 23% della nostra occupazione è manifatturiera. E’ un patrimonio fondamentale: si tratta di partire da questo dato per accrescere il valore che la produzione industriale produce, puntando a un’industria di qualità, l’unica che ci consente di produrre anche servizi di qualità. Serve un progetto per il paese.

                                              Stai parlando di programmazione?

                                                Si, di una nuova programmazione in un mondo globale: si devono indicare degli obiettivi e spiegare con quali strumenti e quali politiche, recuperando il valore della partecipazione. Quando oggi parliamo di concertazione non pensiamo ad accordi centralizzati che tengano sotto controllo i salari, ma a un piano generale di sviluppo che abbia delle sedi di confronto tra governo e parti sociali. E in cui ognuno esprime in maniera trasparente e pubblica le proprie opinioni. Senza la possibilità di svicolare o dire le bugie sulle scelte di politica economica generale, come sta avvenendo oggi.

                                                  Questo governo ha fatto un sacco di guasti, ma paradossalmente, cercando di distruggervi ha rafforzato il ruolo politico della Cgil. Non temete che con un governo «amico» la situazione si rovesci? Che vi chiedano di contenere il conflitto per gestire nuovi sacrifici per il risanamento?

                                                    No. La sconfitta elettorale del centrodestra – per quanto ho detto finora – è essenziale. L’attuale governo e la Confindustria hanno scelto inizialmente lo scontro frontale e non sono passati. Ora però l’attacco del governo continua in forme diverse, cercando di deligittimare il sindacato, ignorandolo, svuotando la sua possibilità di ottenere risultati. Si pensi agli accordi firmati e non onorati per il pubblico impiego. E’ un attacco più subdolo per convincere il mondo del lavoro che il sindacato è inutile, anche quando fa accordi perché quegli accordi poi non portano a nulla. Un cambio politico per noi è fondamentale. Le preoccupazioni per il futuro riguardano prima di tutto l’eredità che questo governo lascerà, dall’indebitamento alla crisi industriale, dalle infrastrutture al Mezzogiorno. In un paese sempre più diviso, in cui la forbice tra poveri e ricchi si è allargata. Per questo un nuovo governo deve essere consapevole della situazione e predisporre un progetto sapendo che non può chiedere a chi si è impoverito di pagare i prezzi del risanamento. Non siamo nel `91-92.

                                                      Quindi nessun accordo governo-sindacati di quel tipo?

                                                        No, non si risorge dal declino puntando sul controllo dei salari e premendo sulle prestazioni di lavoro.

                                                          Tre proposte per i primi cento giorni di un ipotetico governo di centro sinistra.

                                                            Intervento sul fisco, dall’equiparazione delle aliquote sui rendimenti finanziari al ripristino dell’imposta di sucessione sulle grandi ricchezze e nuovo impulso alla lotta all’evasione fiscale. Cambiare le leggi sul mercato del lavoro a partire dalla legge 30 e quelle su scuola e università.

                                                              Avete iniziato il vostro congresso. C’è chi dice che è un congresso finto…

                                                                Questo è un congresso inedito nelle sue modalità, ma non è estraneo all’iniziativa sociale. Anzi, la discussione congressuale vive dentro le iniziative che abbiamo programmato, dallo sciopero generale del 25 ai contratti. E’ un congresso che ha come parola d’ordine «riprogettare il paese», quindi molto di merito. Poi ha una dialettica unitaria ma con alcune opzioni diverse su alcune tesi. Per questo è inedito. Non mi colpisce che ci siano problemi tra come gestire l’unità di fondo e le diversità di alcune tesi, perché è una cosa che non abbiamo mai fatto. A patto che non si riducano gli spazi di partecipazione. Ma non credo stia accadendo questo.

                                                                  Esplicito due obiezioni. Prima. Fare un congresso di merito prima delle elezioni rischia di non misurarsi con il nuovo quadro politico che si potrebbe creare: se vi chiedessero scelte dolorose il corpo dell’organizzazione non potrebbe discuterle se non in maniera mediata. Seconda. Un congresso che stabilisce a priori la ripartizione dei gruppi dirigenti sulla base degli equilibri del congresso precedente non è un congresso vero.

                                                                    Noi facciamo un progetto nel quale crediamo e che confermeremo qualunque sia l’esito elettorale. Abbiamo scelto di farlo prima proprio per evitare di discutere principalmente del quadro politico. E’ una scelta di autonomia che manterremo sempre. Sul secondo punto voglio essere chiaro. Un congresso senza documenti alternativi comporta che le aree programmatiche non esisteranno più e le scelte verranno fatte in un concerto generale. Non ci saranno una maggioranza e una minoranza. L’accordo fatto in segreteria prima di aprire la fase congressuale era un patto per difendere le minoranze che poi non saranno più tali, per garantire la pluralità in un’organizzazione che ha 10.000 punti di direzione. Mi sembra un passo in avanti.