“Intervista” G.Epifani: Un nuovo governo per ricostruire il Paese

05/09/2005
    domenica 4 settembre 2005

    Un nuovo governo
    per ricostruire il Paese

      GUGLIELMO EPIFANI affronta i temi di una ripresa autunnale che si annuncia molto difficile. Milioni di famiglie hanno visto erodersi in questi anni il potere d’acquisto di salari e pensioni, mentre il governo si è rivelato incapace di offrire una strategia economica capace di rilanciare il nostro apparato produttivo

        di Giampiero Rossi / Milano

          Un paese da rimettere in piedi, possibilmente con un altro governo. Perché quello attuale continua a remare goffamente nella direzione opposta a quella che potrebbe condurci fuori dalla tempesta. È questa l’Italia che si prepara alla “ripresa” dopo una pausa estiva a sua volta tormentata dai mali economici e sociali che affliggono milioni di famiglie da troppo tempo.

            Guglielmo Epifani, l’operazione su Bankitalia non è un altro rinvio del problema? .

              «Non mi ero fatto illusioni sulla capacità e volontà di questo governo di affrontare davvero il problema. E oggi ne ho la conferma: è un piccolo esercizio di furbizia, forse utile soltanto a salvaguardare qualche equilibrio tra i partiti del centro-destra e a offrire una ciambella di salvataggio a Fazio, ma che non contiene segni di svolta. Ma la polemica non si placherà, anzi si accentuerà, sia sul piano internazionale sia sul fronte interno. E la conseguenza sarà una richiesta ancora più forte di dimissioni.

                Quindi, a parte le lacune nel merito della riforma, resta il problema legato alla persona di Antonio Fazio?

                  «È evidente che se manca la separazione tra funzioni di vigilanza e funzioni di concorrenza, se non si riforma il potere di Bankitalia e non si affida all’Antitrust il potere sulla concorrenza, manca il cuore della riforma. E questo si scaricherà ancor più sulla richiesta di dimissioni di Fazio».

                    Parliamo della Finanziaria. Da quel che si intravede non sembra orientata ad accogliere le istanze di sindacati e imprese. E infatti trova consensi la proposta di andare a elezioni anticipate. Cosa ne pensa?

                      «C’è una forte richiesta, da parte delle imprese e non solo, di accorciare la legislatura e questo è il corrispettivo dell’assenza totale di fiducia in questo governo. Io condivido questo giudizio, anzi all’indomani delle regionali fui tra i primi a dire che per il bene del paese sarebbe stato opportuno il voto anticipato: se qualcuna di queste voci si fosse espressa allora con la stessa chiarezza, forse avremmo potuto imboccare un’altra strada ed evitare almeno l’aggravamento dei problemi. E credo che la Finanziaria non farà eccezione, lo dicono già le prime premesse e le discussioni all’interno del governo che tradiscono una confusione totale: liti sui saldi da finanziare, quelli del Dpef o altri, qualcuno dice che sono poche le misure a sostegno dello sviluppo. E questa confusione, avvicinandosi il periodo elettorale, farà sì che il governo non riuscirà a dare alcuna risposta. Soprattutto alla crisi del sistema industriale, alla necessità di sostegno all’occupazione e di difesa dei redditi dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Sono molto allarmato dal dato dei consumi di giugno che segnala una diminuzione quasi dell’1% in un anno. E questo vuol dire che per la fascia medio-bassa la contrazione è molto più forte, che cioè molte famiglie sono in gravi difficoltà. Un segnale molto inquietante che autorizzerebbe ad aspettarsi una manovra finanziaria che prevedesse trasferimenti di reddito in favore dei lavoratori e dei pensionati. Ma di tutto si sta parlando, nel governo, tranne che di questo».

                        E per non lasciare sole le aziende e i lavoratori cosa si dovrebbe fare?

                          «Questo è un altro fronte trascurato. Mancano politiche di sostegno ai redditi, le risorse per la cassa integrazione sono finite mentre non sono finiti i problemi dei lavoratori espulsi dalle aziende e messi in mobilità. Inoltre abbiamo crisi aziendali rilevanti: si riapre il problema dell’Alitalia, legato all’aumento dei costi del carburante. I lavoratori tutti hanno fatto dei sacrifici – dai piloti agli assistenti di volo, dal personale di terra all’azienda stessa – ma il governo non ci ha messo niente. Dove sono finiti i famosi requisiti di sistema, cioè i provvedimenti a sostegno del settore aereo? Zero. E non è un modo di dire: di tutto quel che avevano promesso non hanno fatto nulla».

                            C’è stata polemica, anche nel sindacato, a proposito del Sult, che ha trovato uno strano alleato nel ministro Maroni. Qual è la sua opinione?

                              «A parte le posizioni strumentali di Maroni, che si muove sempre contro il sindacato confederale, io credo che il Sult abbia commesso un errore grave chiamandosi fuori dalla prospettiva di risanamento di Alitalia, perché l’alternativa è il fallimento. Dall’altra parte l’azienda ha fatto male, in una fase come questa, a sospendere i permessi al Sult. Mentre è evidente che il ministro del lavoro è intervenuto solo per continuare la sua polemica con i vertici di Alitalia».

                                L’altra grande azienda in difficoltà è la Fiat. Domani verrà presentata la Grande Punto: è l’ultima spiaggia?

                                  «Nell’incontro di agosto abbiamo dato un giudizio di attenzione e rispetto nei confronti delle nuove scelte del gruppo, con la cautela necessaria perché la fase del risanamento è molto lunga. Il mese di agosto è andato un pochino meglio per le vendite e ora c’è molta attesa per questo nuovo modello. Certo non sarà una nuova auto, da sola, a determinare una radicale inversione di tendenza, ma è chiaro che se dovesse andare male la prospettiva del risanamento sarebbe seriamente a rischio. Quindi è interesse di tutti che il modello possa essere gradito dal mercato. Perché noi avremmo bisogno sotto tanti punti di vista di una Fiat che si riprende: sul piano economico, perché finora la Fiat è stata sinonimo di chiusure, di indotto cancellato, cioè di perdita di tanti posti di lavoro, e noi abbiamo invece bisogno di un’inversione di rotta dal punto di vista produttivo. In secondo luogo perché è inimmaginabile una ripresa del paese senza una forte componente industriale, e la Fiat in questo occupa un ruolo nevralgico. Insomma, la Fiat aiutando se stessa aiuta l’intero sistema, la ripresa degli investimenti e uno sviluppo corretto del paese. Poi sarà la categoria a vedere insieme all’azienda i problemi sindacali, legati al piano industriale e all’organizzazione del lavoro. L’importante è che la Fiat li affronti tenendo conto del punto di vista del sindacato, provando a cambiare la sua tradizionale modalità di confronto secondo la quale o si fa come dice la Fiat o non si può fare altro».

                                    Marchionne ha detto che vuole il dialogo con il sindacato…

                                      «Le parole di Marchionne sono sicuramente una novità, ora si tratta di vederle applicate in un comportamento coerente quando si tratterà di affrontare l’organizzazione del lavoro a Melfi o a Mirafiori e le prospettive di Termini Imerese. Poi, anche qui, il governo non può chiamarsi fuori: deve continuare il confronto sulle politiche di settore e sul sostegno ai processi sociali».

                                        In autunno, poi, si ripresenta la partita dei contratti. Come pensa si possa superare questo passaggio ormai uscito dal tradizionale alveo delle relazioni industriali?

                                          «Sui contratti pubblici abbiamo firmato un accordo faticosissimo, con il governo che ha cercato fino alla fine di svicolare dai propri impegni. Ora partono i tavoli: per i contratti centrali, ministeri, parastato e scuola, si devono chiudere rapidamente. Ma si devono anche dare gli elementi di indirizzo per gli altri, come sanità ed enti locali, altrimenti avremmo un accordo al quale il governo non fa seguire comportamenti coerenti. Il tutto, poi, richiede che in Finanziaria vi siano le risorse necessarie, cosa che allo stato non è affatto sicura. Ma in generale c’è una relazione stretta tra la politica del governo in materia di redistribuzione e i problemi aperti ai tavoli contrattuali. Perché se il governo si decidesse finalmente a restituire il drenaggio fiscale e a fare una politica che attraverso il fisco punti a far crescere la capacità di reddito dei lavoratori, questo renderebbe un po’ più facile il confronto contrattuale. La spinta salariale dei lavoratori nella situazione attuale è molto forte, le famiglie a reddito più basso stanno soffrendo molto l’assenza di controllo dei prezzi e una politica redistributiva che finisce per premiare i ceti più abbienti. E dall’altra parte c’è un sistema delle imprese che è in oggettiva difficoltà, quindi è inevitabile che la stagione contrattuale si presenti tutt’altro che semplice. Ma noi dobbiamo fare di tutto per chiudere il contratto dei metalmeccanici e quello degli alimentaristi, perché poi si presentano le piattaforme dei chimici, dei tessili e del terziario».

                                            Ma dal fronte imprenditoriale arriva sempre la richiesta di una compressione salariale.

                                              «In realtà non c’è più nessuno che ha la faccia tosta di sostenere che non vi sia un’esigenza di adeguare il valore delle retribuzioni, lo ammette anche Confindustria. Il problema è che quando affronta questo tema lo fa con strumenti che vanno nella direzione opposta. Perché una certa idea di riforma dei modelli contrattuali in realtà diminuisce la copertura media delle retribuzioni».

                                                A proposito di modelli contrattuali: quali sono le prospettive dei rapporti unitari tra i sindacati confederali?

                                                  «Ci sono punti di vista comuni, altri su cui restano opinioni diverse. Noi vogliamo riaprire il confronto con Cisl e Uil: chiedo solo che non si pongano scadenze, perché c’è bisogno di un confronto vero. Non c’è chi vuole fare e chi non vuole, ci sono opinioni diverse che dobbiamo provare a dirimere unitariamente, ed è un lavoro che può richiedere una settimana o molti mesi, ma l’alternativa è la sostanziale paralisi dell’efficacia dell’azione contrattuale del sindacato. Perché abbiamo un problema sulle regole della democrazia, su come si convalidano gli accordi, su come si preparano le piattaforme, sulle funzioni del contratto nazionale, che per noi deve restare l’asse fondamentale anche se siamo decisi a valorizzare il secondo livello. Insomma questioni molto concrete».

                                                    Nei prossimi mesi la Cgil sarà impegnata anche in una riflessione interna. Come si sta preparando al congresso?

                                                      «Stiamo concludendo le fasi di impostazione. Domani si riunisce il comitato direttivo che varerà i documenti congressuali. Credo che come sempre sarà una straordinaria occasione di discussione democratica, la più grande che si svolge in Italia – perché vi partecipano e votano almeno un milione e 200.000 tra pensionati e lavoratori – e che avviene in una fase delicata per l’economia e decisiva per la politica. È un’opportunità per raccogliere le domande e per ragionare su quello che ha fatto e che dovrà fare la Cgil, per capire se la strada del profilo unitario che abbiamo assunto è, come io credo, quella giusta. Ma sarà anche un’ulteriore prova dell’autonomia e del radicamento della nostra organizzazione».