“Intervista” G.Epifani: Un milione a Roma contro il disastro del governo

10/11/2003



 Intervista a: Guglielmo Epifani
       
 



Intervista
a cura di

Felicia Masocco
 

09.11.2003
Un milione a Roma contro il disastro del governo

Un mese di mobilitazione con Cisl e Uil, quattro iniziative, quella contro la riforma delle pensioni e la Finanziaria «sarà tra le più imponenti della storia del sindacato unitario, porteremo in piazza più di un milione di persone» annuncia Guglielmo Epifani. La politica economica del governo deve cambiare. Ma del premier Epifani «apprezza» l’appello a partecipare uniti alle manifestazioni contro il terrorismo promosse dai sindacati toscani auspicando che segni la fine degli attacchi vergognosi contro la Cgil. I forti dubbi che da un’eventuale verifica di governo possa venire una soluzione alla vertenza previdenziale «sia pure diviso, vedo ancora prevalere l’asse sociale che ha portato alla controriforma», afferma, ma se si dovessero verificare «spostamenti nell’azione di governo li valuteremo, ma sempre con una rigorosa posizione di merito». Sulla Fiom: «Quando si sciopera per 90 ore non lo si fa per un astratto orgoglio di categoria, c’è qualcosa di più profondo». «Credo si possa aprire una riflessione con Cisl e Uil, ci vorrà tempo, ma credo che questo discorso si aprirà».
Sabato manifesterete a Reggio Calabria. C’è una nuova questione meridionale?

«C’è la volontà del sindacato di riportare all’attenzione il tema del Mezzogiorno senza dubbio il più grande buco nero nell’azione del governo. C’è una paradossale contraddizione perché il Sud ha portato moltissimi voti alla coalizione governativa che ha ripagato mettendo in discussione politiche che funzionavano e da ultimo con una Finanziaria che non destina al Meridione una lira in più dei vecchi stanziamenti. E dopo dieci anni il Mezzogiorno si è fermato, il risultato è questo».

Che cosa andrebbe fatto secondo lei?

«Se non cambia la politica economica del governo, se Confindustria non la smette di assecondarlo su questa strada sbagliata non riusciremo ad invertire la situazione. Il mio è un appello al mondo dell’impresa perché si rimetta il Mezzogiorno al centro dell’agenda. Penso che da Reggio Calabria dovrebbe partire una stagione di lotte e di iniziative a carattere territoriale in grado di durare nel tempo. C’è bisogno di rimettere in moto anche con l’azione del sindacato la società meridionale che è troppo ferma. È la mia opinione, da discutere con Cisl e Uil, ma penso che il senso sia questo».

In Calabria contro il governo, in Toscana contro il terrorismo con l’adesione del governo. Cosa pensa dell’appello del premier per una manifestazione che superi gli schieramenti?

«Aldilà delle strumentalizzazioni, sempre possibili, sull’intervento del presidente del Consiglio confermo il giudizio, è una scelta che va comunque apprezzata perché, dal nostro punto di vista, vuol dire farla finita con le polemiche sgangherate e inqualificabili dei mesi e delle settimane scorsi. Ma resta quello che deve essere, una manifestazione locale, con la presenza dei segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, alla quale come sempre invitiamo le forze politiche e le istituzioni. Voglio aggiungere che la tenuta unitaria di fronte agli attacchi che ci sono stati è per me la parte più importante. E di questo voglio dare atto alla Cisl, alla Uil e ai segretari generali. Ci sarà anche un appuntamento nazionale, di approfondimento e confronto, lo stiamo definendo. E come sempre inviteremo forze politiche e istituzioni».

Siete stati oggetto di fortissimi attacchi da parte della destra, la vostra sigla è stata associata ai terroristi. Tra gli arrestati ci sono iscritti e un paio di delegati. Come lo spiega il segretario generale?
«Mi pare che la risposta migliore venga da chi sta facendo le indagini. Ho sentito parlare il prefetto di Roma e gli inquirenti fiorentini e romani. Dicono che molto probabilmente l’iscrizione alla Cgil era una scelta di copertura, di mimetizzazione. Non saremmo di fronte ad una “infiltrazione” come trent’anni fa. Quando saranno terminate le indagini mi aspetto, e penso, che questa tesi troverà conferma».

A fine mese una giornata di mobilitazione per la scuola, agli inizi del prossimo una grande manifestazione contro la riforma delle pensioni e la Finanziaria, come nel ‘94. A che punto sono i preparativi?

«Per la scuola e la formazione il 29 novembre ci sarà un corteo a Roma che ha tutto il suo peso per la mancanza di risposte da parte del governo a questi grandi problemi. E quella del 6 dicembre, sempre a Roma, si annuncia tra le più imponenti manifestazioni della storia del sindacato unitario. Porteremo più di un milione di persone in piazza e sarà la rappresentazione anche visiva della determinazione del mondo del lavoro nella battaglia per una diversa politica economica. Sulle pensioni penso che dovremo rendere ancora più esplicita la distanza che c’è tra le proposte del governo e le proposte del sindacato con un compiuto quadro di proposta. Anche per dimostrare con i fatti che noi non siamo il sindacato che si rifugia dietro i “no” ma siamo in grado di mettere in moto processi riformatori partendo però dalle condizioni dei nostri rappresentati».

Che cosa conterrà questo documento?

«Partiremo dalle proposte già presentate di modifica alla delega previdenziale su Tfr, fondi previdenziali e decontribuzione. Aggiungeremo aspetti che rendono equa una politica di intervento sul terreno previdenziale. Penso alla condizione degli anziani non autosufficienti, al rapporto tra tutela previdenziale e welfare, al tema degli ammortizzatori sociali e all’impegno per una verifica della riforma Dini a dieci anni dalla sua approvazione».

Sembra che sarà il premier a convocarvi per discutere di pensioni, ma a quanto pare senza fretta. Ritiene che un’eventuale verifica di governo possa essere l’occasione per trovare uno sbocco alla vertenza previdenziale?

«Io penso che sia difficile perché pur diviso vedo ancora prevalere nel governo quell’asse sociale che ha portato a questa controriforma. Se si producono spostamenti nell’azione di governo vorrà dire che avremo un punto in più per le nostre posizioni. Li vedremo, li valuteremo, ma sempre con una rigorosa posizione di merito che spero possa essere discussa insieme ai lavoratori».

La giornata dei metalmeccanici: da lei un invito a Cisl e Uil per una riflessione comune sul disagio espresso da questa categoria. Le reazioni non sono state proprio accoglienti, dura la Uil con Angeletti, un po’ meno dura la Cisl con Pezzotta e Baretta. Sarà possibile questa riflessione comune?

«Innanzitutto è stata una giornata importante, lo sciopero è andato bene la manifestazione molto partecipata, anche di carattere identitario come è stato detto, ha fatto uscire il tema dal chiuso delle vicende aziendali. I precontratti, che sono una strada obbligata, hanno il limite oggettivo di configurarsi all’interno dei rapporti di forza nelle imprese. La giornata di ieri ha invece posto il tema di fronte all’opinione pubblica, al mondo dell’impresa, alle forze politiche e al governo. Io insisto: è evidente che se noi – parlo delle confederazioni – ci limitiamo ad una constatazione dei diversi punti di partenza le distanze non si colmano, ognuno resta della propria opinione. Ho provato a proporre un diverso terreno di lavoro comune, meglio di riflessione comune, partendo dalle condizioni delle persone. Non si fanno 90 ore di sciopero solo per un astratto orgoglio di organizzazione. No, c’è qualcosa di più profondo dietro: c’è una condizione operaia, impiegatizia, tecnica e dei giovani che fa fatica a stare nel quadro delle condizioni definite. Questo vale sul terreno della precarietà del lavoro e delle condizioni di reddito. Continuo a pensare che se questi temi esistono non possono esistere solo per una parte».

A quanto pare dovrà insistere ancora…

«Non mi hanno stupito le reazioni che ci sono state, in parte erano inevitabili. Semmai mi ha confortato il fatto che la piazza abbia condiviso. È stato il segno di una identità che vuole aprirsi, che riconosce l’importanza di riaprire un confronto unitario. È significativo. Non c’era, ovviamente, nelle parole di Gianni Rinaldini né negli umori della manifestazione una polemica nei confronti di Cisl e Uil. Era contro Federmeccanica e il governo. D’altra parte un gruppo dirigente e responsabile si deve sempre porre il problema di come uscire da questa situazione, la Cgil lo sta facendo e lo farà e credo che da parte di tutti ci sia la medesima assunzione del problema. Ci vorrà tempo ma credo che questo discorso si aprirà».

Guidalberto Guidi, vicepresidente di Confindustria, sostiene che in fabbrica c’è un clima da caccia alle streghe…

«Tra gli imprenditori noto semmai un’accentuazione di toni diversi, innanzitutto nei silenzi, che secondo me sono segno di rispetto. Io sono dell’opinione che una parte crescente delle imprese capisce che è stato commesso un errore. Non dimentico le parole del presidente degli industriali dell’Emilia Romagna né quello che ebbe a dire Cesare Romiti subito dopo la scomparsa di Claudio Sabattini. Disse che un accordo separato che esclude i più forti è sempre un errore. Credo che nell’impresa ci sia una riflessione aperta. Ho poi notato che anche da parte di organi di stampa che non condividono la battaglia della Fiom e spesso sono critici con la Cgil hanno riproposto il tema delle regole minime della democrazia».

Insomma, grazie alla Fiom finalmente se ne comincia a parlare…

«Quando le questioni hanno un fondamento poi si pone il problema di come dare una risposta. Sono fiducioso perché si riconosce che i temi posti dalla Fiom avevano e hanno un fondamento, che si è superato il rischio di isolamento che questa vicenda poteva contenere. Se si dovesse aprire una diversa prospettiva la Cgil, ma penso anche la Fiom, avranno la determinazione di lavorare per cercare gli approdi unitari».