“Intervista” G.Epifani: un governo al fallimento

05/04/2004


 Intervista a Guglielmo Epifani




5.04.2004
Epifani: un governo al fallimento
Anche gli industriali hanno capito e il tempo delle promesse è ormai finito
di 
Oreste Pivetta

Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, l’altro ieri era a Roma, tra migliaia e migliaia di pensionati, cittadini arrivati da una infinità d’angoli d’Italia per i loro diritti e per difendere un’idea di sviluppo in un paese in declino.
A proposito di declino, cominciamo dall’ultima notizia. Nei giorni scorsi s’era diffusa la voce di una candidatura di Mario Monti al Fondo monetario internazionale. I ministri dell’Ecofin hanno alla fine indicato lo spagnolo Rato e il francese Lemierre. Una bocciatura del comnmissario Monti o dell’Italia?
«Mi sembra che la vicenda sia stata gestita in modo dilettantesco
tra anticipazioni, smentite, chiacchiere. Le continue polemiche nei confronti della commisssione europea hanno aggiunto perplessità. Tutto mi spinge a concludere che il peso politico del nostro governo
all’estero e in Europa sia sempre meno rilevante. Aggiungiamo così un altro argomento al nostro declino».
Torniamo a Roma. Una manifestazione grande, emozionante, al di là delle vostre stesse previsioni, il sindacato unito, migliaia di bandiere. Leggendo alcuni giornali però quasi inesistente: con il “Corriere della sera” bisogna arrivare fino a pagina ventitrè, il “Giornale ” ne approfitta per scrivere che «contro Berlusconi si sciopera di più» e che «Epifani arringa il popolo grigio della Cgil». Silenzio assoluto sulla Padania del ministro delle pensioni… Sottovalutazione, fastidio, disappunto.
«La televisione non ha potuto oscurare una mobilitazione così grande…».
Ma un’altra volta, niente diretta.
«Ogni rete però ha raccontato e le immagini hanno raccontato
non solo i numeri, che sono andati al di là anche delle nostre previsioni, ma anche la fermezza, la volontà, l’orgoglio di quelle
persone. È vero che i giornali si sono divisi: molti non hanno voluto
capire il senso di una giornata straordinaria, qualcuno per un condizionato riflesso ideologico, qualcuno per la sorpresa. Hanno giudicato una mobilitazione sociale come qualcosa da oscurare e da
tenere in disparte, ai margini. Singolare che in prima fila nella distrazione siano stati quei giornali che avevano cercato di insegnare
l’unità al sindacato: adesso che il sindacato ha ritrovato la sua unità, non piacciono più le ragioni dell’unità, che sono ragioni di cambiamento nel senso della giustizia sociale. Evidentemente, malgrado tanti consigli amavano vederci divisi. Secondo certi criteri solo la divisione fa titolo. A Roma s’è assistito a qualche cosa di impressionante. Sono rimasto impressionato anch’io, che di giornate di lotta ne ho vissute tante. Che cosa mi ha colpito? La dimensione naturalmente di quel corteo, poi la provenienza da tante parti del paese. Il senso di una festa, per molte delegazioni più di altre. La voglia di essere lì. Niente di rituale. Le tante bandiere del sindacato, la presenza fortissima della Cisl. Sentire attorno a noi, il consenso di
massa, una condivisione forte, cosciente. Senza pensare per questo
che le differenze possano essere negate. Credo che tutte queste immagini abbiano proprio contriato il governo. L’esist enza di un paese reale che si oppone. Il senso di responsabilità».
Tuttavia il governo prima o poi vi convocherà, come chiede Maroni. Il ministro nello stesso momento annuncia che la sua riforma è intoccabile: discorso chiuso, così andrà al Senato… «Noi ripeteremo che la strada di Maroni è sbagliata: non c’è equità nella sua riforma. La pretendono soltanto per tagliare qualche spesa e raddrizzare qualche conto. Ancora una volta pagherebbero i soliti, i pensionati. La partita per noi non è chiusa. Torneremo se necessario in piazza, a manifestare. La mobilitazione continua, finchè non ritireranno quella proposta. Se il governo cerca il dialogo si faccia vivo. Mi pare che continui a camminare in senso opposto. Venti giorni fa abbiamo chiesto noi l’incontro. Siamo ancora in attesa di un cenno. Evidentemente chi ci governa pensa di poter andare avanti
per proprio conto. Si confermerebbe una mia vecchia ipotesi: il centrodestra era pronto ad apparecchiare tavoli di trattativa, finchè
pensava di poter dividere il sindacato, finchè s’illudeva di vederci
litigare; quando si è trovato di fronte una piattaforma unitaria ha perso la testa e ha preferito sbarrare le porte…».
Mobilitazione, ancora, dopo uno sciopero generale, dopo il sabato romano…
«Ha ragione Pezzotta: dobbiamo vedere insieme come andare
avanti. Anche se alcuni appuntamenti ci sono già: scioperi generali
dell’università e della sanità, il 23 e il 24, la manifestazione di Roma con le associazioni cattoliche per l’Africa. Attenzione alla sanità, con un contratto contestato dalla Corte dei Conti e l’ultima invenzione del ministro Sirchia che vorrebbe liberalizzare tutto, cominciando proprio dallo stato dei medici. In compenso mancano le risorse, c’è incertezza sul futuro. Intanto pensano alla devolution. Proviamo a immaginarne le conseguenze».
Sembra che tutto complotti contro il cittadino che lavora.
Torniamo agli appuntamenti. Nella tradizione sindacale, due date: il 25 Aprile e il Primo Maggio.
«Considerando le circostanze saranno molto di più di una celebrazione. Il nostro Primo Maggio si presenterà con un tema
d’attualità: l’allargamento dell’Europa e l’Europa sociale…».
A proposito di “voglia di confronto”, come dimenticare
l’eccelsa battuta di Berlusconi davanti al pubblico
confindustriale: datemi il cinquantuno per cento, io non litigo mai con me stesso…
«Una spiritosaggine che mostra un doppio imbarazzo: imbarazzo di fronte all’evidenza che un rapporto politico si è esaurito, solo tre anni dopo l’assemblea di Parma, un rapporto che sarebbe dovuto durare idilliaco, tra Confindustria e governo; imbarazzo di un governo in difficoltà che non sa più che fare…».
Con Fini che neppure si presenta, perchè c’è Tremonti..
«A Milano si è avvertito tutto il disincanto che cresce e che s’era già colto nelle associazioni locali degli imprenditori…».
Quelle più attente alla concretezza degli affari e alla fatuità delle promesse. A proposito delle promesse, neppure il miraggio delle
tasse ridotte ha mosso gli applausi e l’entusiasmo a Milano.
«Perchè la ricetta è sbagliata per il paese, inutile per le imprese, ingiusta per i lavoratori e i pensionati… Non crea sviluppo, non stimola gli investimenti, non difende redditi di lavoro, non intercetta neppure le richieste delle aziende… Lo ha spiegato bene Andrea Pininfarina…».
Quando a Milano respingeva il disegno di tagliare i trasferimenti alle imprese in cambio della riduzione dell’Irpef. Preferendo una forma di defiscalizzazione.
«Di fronte alla domanda ovvia, dove reperire i soldi per compensare
la riduzione delle tasse, il governo cade nella solita disastrosa confusione, tra toccare le riserve auree, tagliare appunto i trasferimenti alle imprese, ridurre la spesa sociale. Ne dice di tutti i colori. Penso che alla fine si arriverà a questo, a colpire il welfare, è la scelta per loro più facile, con le conseguenze che si possono immaginare. Non si rendono conto che il welfare è una leva dello sviluppo. Il paese sta attraversando una delle fasi più difficili della sua storia repubblicana. Non abbiamo parlato di declino per gusto polemico, ma semplicemente leggendo i dati della realtà. La realtà ci diceva che sarebbe finita così».
C’è un’altra via, inseguita dal governo: superare il cosiddetto
patto di stabilità, contro il quale Tremonti e Berlusconi hanno sempre fatto fuoco, un po’ perchè hanno bisogno di soldi, un
po’ perchè non sopportano un’Europa che non li lascia liberi fino in fondo. La Cgil che pensa del “patto”?
«Il sindacato europeo ha già risposto. Dobbiamo evitare che ciascuno vada per conto proprio, non va bene che paesi importanti come la Germania e la Francia abbiano deciso per sè, bisogna piuttosto separare dal calcolo del tetto del tre per cento del deficit sul pil tutti gli investimenti che riguardano innovazione, ricerca e trasferimenti tecnologici. Distinguiamo: da una parte la spesa corrente, dall’altra
i contributi a una crescita di qualità. Se si facesse in questo, da questo
coordinamento potrebbe nascere anche l’embrione di un patto di politica economica industriale europea. Ma sembra che questo non interessi al nostro governo, che insegue i suoi modelli liberisti e vorrebbe fare come Reagan e Bush, senza capire che negli Stati Uniti le cose sono andate in modo diverso: la spesa pubblica è ad esempio straordinariamente accresciuta, basterebbe pensare alle spese militari. Berlusconi ha cercato di governare coltivando il suo sogno di matrice liberista e i risultati sono qui… si è dimenticato di qualsiasi politica dei redditi, ha concesso vantaggi fiscali ai patrimoni, non ha controllato prezzi e tariffe, non ha sostenuto i consumi, adesso vorrebbe abbassare le tasse ovviamente dimenticando che si dovrebbe dare di
più a chi ha avuto meno…».
Al punto che persino i suoi primi sostenitori lo abbandonano.
Il convegno di Confindustria sembra aver firmato il tramonto
di un’epoca… Quella che s’apre lascia sperare qualche cosa di buono?
«Non mi sfuggono gli elementi di novità e neppure i segnali che provengono dal mondo imprenditoriale. Però aspettiamo fine maggio e il discorso programmatico che Montezemolo terrà. Per dare una valutazione onesta, augurandoci che non siano un cambiamento di facciata, un’operazione di cosmesi, che si possa trovare un terreno
comune…».
Qualcosa di nuovo s’era intravisto anche con D’Amato alla presidenza…
«Sì un punto di intesa sulle politiche industriali, senza passi avanti
per colpa del governo e per colpa degli stessi vertici industriali che
non ci credevano. Tanto è vero che in alcune realtà regionali, come
l’Emilia e la Toscana, si sono potuti raggiungere dei
buoni accordi».
E adesso? Parliamo di questo terreno comune…
«Da una parte l’innovazione. E fin qui è facile ritrovarsi: ricerca, sviluppo, investimento tecnologico, una sfida che tutti sentono. Dall’altra parte esiste un problema di redistribuzione. Immagino qualche difficoltà in più. Finora è stata premiata l’impresa. In questi anni ha pagato soprattutto il lavoro. Ogni statistica lo conferma. Bisogna riequilibrare la distribuzione del reddito a favore del lavoro e delle pensioni. Saremmo a un passaggio chiave: ci chiariscano come intendono affrontare una politica retributiva…».