“Intervista” G.Epifani: subito una svolta o il Paese affonda

17/05/2004


 Intervista a: Guglielmo Epifani
       
 




 
domenica 16 maggio 2004
Epifani :
Crisi drammatica
Subito una svolta o il Paese affonda

Felicia Masocco

ROMA Guglielmo Epifani, l’assemblea dei delegati a Chianciano è stata per la Cgil una verifica di mezzo termine, tra un congresso e l’altro. Qual è il bilancio?

«È stata un’assemblea molto positiva, per la Cgil e credo anche per il sindacato italiano. È stata fatta di corsa perché i problemi non lasciano all’organizzazione e alle categorie nessun tempo di distacco. Basti pensare alle difficoltà che si sono riaperte per Alitalia, al fatto che proprio durante l’assemblea si è chiuso il contratto dei lapidei, si è fatto l’accordo per i Cantieri Apuania, si è riaperta in modo molto forte la ferita di Priolo. Questo per dire come i nostri impegni vivono dentro quella che è la vera priorità del Paese e cioè la gravità di una crisi prevalentemente industriale».

Per uscirne lei propone una «nuova programmazione», con quali coordinate?

«Ci vorrebbe un ripensamento radicale delle politiche industriali. Uso il condizionale perché non vedo la reale volontà da parte di questo governo di provarci. Per “nuova programmazione”, intendo una funzione di guida, di orientamento, di intelligenza strategica da parte del sistema paese anche con un ruolo della responsabilità e presenza pubblica diversi dal passato. Perché la competizione nuova è più difficile, un Paese come il nostro la può vincere se l’affronta sul terreno della qualità e prendendo atto che le imprese da sole non ce l’ha fanno. Questa crisi segna anche l’indicazione della debolezza del nostro sistema imprenditoriale. Si dovrebbe ripartire con politiche di sostegno, di promozione e di sviluppo. Riattivare una politica di investimenti per il Mezzogiorno; nelle aree a maggiore concentrazione industriale, penso al Triveneto, intervenire immaginando una società in cui attraverso la formazione sia possibile superare un modello prettamente industriale in favore di un altro in cui l’industria e i servizi di qualità si fondono. E in tutta l’area intermedia, la più consistente, dell’industria meccanica e tessile e dei distretti ci vogliono politiche che aiutino la ricerca di innovazione».

Propone anche la costituzione di società a capitale pubblico…

«Ho detto due cose: una, proposta anche dalla Cisl, riguarda un fondo di rotazione pubblico in grado di intervenire nelle crisi industriali legate a difficoltà finanziarie, abbiamo tantissime aziende fortemente indebitate. E poi ci vuole un ruolo pubblico per quanto riguarda le grandi riconversioni se vogliamo mantenere e sviluppare i presidi in alcuni settori, come l’auto, e per innovare in settori nuovi nei quali siamo troppo poco presenti. Per questo ho proposto di aprire un confronto tra la nuova Confindustria e il sindacato».

Gli anni passati sono stati di forte antagonismo con l’associazione degli industriali, dal «collateralismo» di Parma in poi. Lei sembra ottimista sulla nuova leadership di Confindustria. Su che cosa poggia questo ottimismo?

«Premesso che bisogna attendere l’assemblea di Confindustria, direi che ci sono elementi che mi fanno sperare e altri che mi impongono cautela. Il ragionamento che Montezemolo ha sempre fatto sulla natura della crisi industriale del Paese, se non capisco male è molto simile al nostro. E questo mi fa sperare. È una lettura in cui c’è anche una forte autocritica verso il sistema degli imprenditori e le loro responsabilità. Questo l’ho colto e su questo c’è una differenza molto forte con il pensiero di D’Amato che invece aveva al centro l’impresa, la vedeva capace di tutto e invece come si è visto non è così».

E la cautela?

«Montezemolo è il presidente, poi ci sono gli industriali, il corpo di Confindustria, c’è tutta quella parte che scommette sui bassi costi, sui bassi diritti. Si tratta di capire se questo magma di interessi può essere riorientato, anche sulla base del disincanto verso le politiche liberiste del governo, ad un rapporto di segno diverso con il sindacato. Ovviamente deve essere basato sulla reciprocità, quindi anche sul riconoscimento che in questi anni c’è stata una politica redistributiva che ha favorito l’impresa e sul fatto che una precarietà del lavoro non si concilia con la qualità dello sviluppo».

Savino Pezzotta lo ha definito un «patto tra produttori», è questo?

«Non mi piace questa definizione, un patto prefigura l’idea che siamo d’accordo su tutto, e a mio avviso non ci sono le condizioni. È invece possibile lavorare a un’intesa sulle politiche di sviluppo. Poi dobbiamo verificare passo dopo passo quel che si determina. E c’è un altro motivo di perplessità: un patto è sempre un rapporto esclusivo, invece sono convinto che l’intesa, se ci arriviamo, debba rivolgersi a tutti, al Parlamento, al governo anche se non confido molto, agli enti locali, agli altri soggetti in campo. Mi sembra più giusta la logica di un accordo».

Apertura agli industriali, chiusura netta al governo. Venerdì lo sciopero del pubblico impiego diventa anche una risposta all’ennesimo strappo sulle pensioni. Poi, il Dpef. Ancora una stagione di lotte?

«Molti hanno sottolineato la durezza del mio giudizio su questo governo, ma non trovo davvero motivi per allentarlo. Non c’è da salvare nulla di quello che è avvenuto sulla previdenza, sul fisco, nella gestione delle situazioni crisi. C’è una parte del governo rispettosa nei confronti del sindacato, questo lo riconosco. Ma nella storia della Repubblica non si è mai visto un rapporto così negativo nei confronti del sindacato da parte di un governo».

Chianciano porta il risultato di un nuovo rapporto tra le confederazioni. Pezzotta è passato dall’«unità competitiva» al «pluralismo convergente». È un bel passo in avanti…

«Faccio mia la cautela che su questo punto hanno espresso sia Pezzotta che Angeletti. Quando si attraversano grandi divisioni il passaggio ad una fase diversa richiede prudenza. Detto questo non c’è dubbio che siamo in presenza di fatti che sono maturati con il tempo, con gli scioperi, le manifestazioni, gli accordi unitari che hanno permesso di costruire dal basso un clima diverso, di fiducia reciproca. D’altra parte di fronte ai problemi del Paese stare in campo con una forza unitaria della rappresentanza sociale è per il Paese e i lavoratori una possibilità straordinaria che penso vada coltivata e rafforzata».

C’è stata unità anche sul fronte interno. Eppure la dialettica in Cgil non manca. La sinistra, i riformisti, la forte identità della Fiom. Come vede Epifani la sua organizzazione?

«Come l’hanno vista tutti, come è. Un’organizzazione che ha un orientamento comune di fondo molto forte. E come in tutte le grandi organizzazioni ci sono tante soggettività: una è la minoranza congressuale, quella più “istituzionale”; c’è la soggettività delle storie e delle identità delle categorie, penso in particolare alla Fiom; ci sono culture che si sono interrogate di più sul bisogno dell’unità. Soggettività che trovano oggi risposta nella strategia che abbiamo messo in campo. Anche quando ci sono divisioni, si rema tutti dalla stessa parte. Nell’applauso della platea all’intervento di Gianni Rinaldini ho letto apprezzamento per il modo in cui ha condotto e portato a casa il risultato, e cioè l’accordo di Melfi, e poi un senso liberatorio rispetto ad una traiettoria che portava da una parte la Cgil, dall’altra la Fiom. Quindi il riconoscimento della sua soggettività, dentro però le grandi scelte della Cgil».

Ora la Fiom va a congresso. Quali sono gli scenari?

«Tocca alla Fiom fare il bilancio delle discussioni delle assemblee e trarre le conclusioni. Il mio auspicio è che la conclusione sia unitaria, ma la scelta è della Fiom».

La sua strategia è stata definita «radicaleriformista». Si riconosce?

«La mia cultura è riformista e riformista è il mio approccio ai problemi, ma è un riformismo molto rigoroso e su molti campi ha bisogno di scelte radicali. Si, mi riconosco».

Concludendo i lavori ha ripreso la metafora della barca nella nebbia che Cofferati usò all’assemblea precedente e l’ha «aggiornata». Una svolta, un voltar pagina?

«Il problema non è la svolta della Cgil, ma la svolta del Paese che forse adesso dopo anni di nebbia può cominciare a vedere una via di uscita. La barca simbolicamente rappresentata può essere una di quelle che forse ha contribuito più e prima di altri a questo risultato. Era quindi un messaggio di fiducia nel futuro».

Uno slogan per la Cgil uscita da Chianciano, quale potrebbe essere?

«Mi piace l’idea di una grande forza di cambiamento che sappia governare i processi».

Una forza «radicale-riformista»…

«Esatto».