“Intervista” G.Epifani: «Siamo oltre ogni emergenza»

02/05/2005

    sabato 30 aprile 2005

    Pagina 9 – Economia

    L´Intervista

      Il numero uno della Cgil chiede all´esecutivo una svolta radicale: nel paese crescerà lo scontro sociale
      «Siamo oltre ogni emergenza
      non accetteremo più sacrifici»
      Epifani: Confindustria miope sul nuovo governo

        ROBERTO MANIA

          ROMA – Contro il governo e contro la Confindustria. Il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, avvisa che il sindacato scenderà in lotta per impedire il blocco dei contratti pubblici, ma accusa anche gli industriali di «miopia» nel non capire che il programma del Berlusconi-bis, promosso dalla Confindustria, porterà ad un inasprimento del conflitto sociale. Di fronte ad una situazione economica ormai «oltre l´emergenza» – dice Epifani – ci vorrebbe una svolta «radicale di politica economica ed industriale». «Ma questo governo fa esattamente il contrario e non pensi – avverte il sindacalista – che il mondo del lavoro sia disposto a fare altri sacrifici per tappare i buchi: è un´idea inaccettabile». Sarebbero state meglio le elezioni anticipate? «Per il Paese forse sì, ma se la maggioranza riesce ad esprimere un governo, allora è giusto che governi».

          Epifani, nella Trimestrale il governo pensa ad uno slittamento dei contratti nel pubblico impiego. Siete disposti ad accettarlo, considerando le difficoltà nei conti pubblici?

            «Con una parafrasi volutamente oscura il governo afferma che il rinnovo dei contratti pubblici slitterà il prossimo anno e le risorse già stanziate nel 2005 verranno spostate nel 2006. Questo è gravissimo e contraddice l´impegno preso davanti al Parlamento dal premier, quando ha detto che intendeva mettere tra le priorità il rinnovo dei contratti pubblici. Per questo è necessario un immediato chiarimento da parte del presidente del Consiglio».

            Sta dicendo che il governo è inaffidabile?

              «Ancora una volta il governo non sembra aver capito il segnale che il voto regionale ha mandato. Quello è stato un voto di sfiducia nei confronti della politica delle promesse e non dei fatti concreti. Ho l´impressione che una volta ottenuta la fiducia delle Camere, l´esecutivo sia tornato alla versione precedente. Ma se è così, il sindacato non potrà restare fermo. Il governo si troverà di fronte la ferma opposizione e la mobilitazione del sindacato».

              Deciderete lo sciopero generale?

              «Daremo al governo la risposta che merita. Chiediamo l´apertura del negoziato senza l´alterazione del modello contrattuale. Ma se questo non accadrà non potremo che scendere in lotta».

              Su contratti pubblici è più volte intervenuta la Confindustria consigliando al governo di non cedere alla richieste sindacali. Si sta costituendo un asse su questo terreno?

                «È vero, la Confindustria ha colto tutte le occasioni per mandare al governo messaggi di moderazione. Però bisogna dire alla Confindustria che sostenendo la linea dei no alle piattaforme sindacali si assume, anch´essa, la responsabilità della riapertura del conflitto sociale».

                Gli industriali hanno anche promosso il programma del nuovo governo Berlusconi.

                  «La Confindustria avverte, come il mondo del lavoro, la drammaticità della situazione produttiva. Ormai siamo oltre l´emergenza: giorno dopo giorno si assiste alla chiusura di fabbriche e a processi di delocalizzazione. Faccio un esempio: nella provincia di Vicenza, una delle aree più ricche del Paese, le richieste per l´indennità di mobilità nei primi due mesi di quest´anno hanno già raggiunto lo stesso numero dell´intero 2004. È un quadro nel quale non c´è alcun indicatore di miglioramento: la domanda tedesca ristagna, l´euro si rafforza, mentre la debolezza del nostro sistema produttivo fa il resto. Ora si tocca con mano quanto il governo abbia sbagliato la sua politica economica. Per questo trovo un po´ strano il sì degli industriali al programma del Berlusconi-bis. Io lo interpreto come il segno delle difficoltà che hanno le imprese; come il tentativo di ottenere qualche sgravio di costo. Ma non è questa la risposta che può far ripartire il sistema. Servirebbe una svolta radicale di politica industriale».

                  Sta così sfumando la sintonia tra sindacati e Confindustria?

                  «Tra noi e gli industriali è comune la preoccupazione sulla drammatica crisi produttiva. Come comuni sono le proposte sul Mezzogiorno e sull´industria. Dopo di che gli industriali sbagliano a promuovere il decreto sulla competitività che non servirà quasi a nulla; e sbagliano a sottovalutare il tema dei rinnovi contrattuali e della difesa dei redditi da lavoro. Io so bene che il sistema delle imprese attraversa una fase di grandi difficoltà, ma questa è anche conseguenza delle scelte sbagliate del governo. Anche l´accentuazione del conflitto redistributivo tra capitale e lavoro è figlia delle scelte di politica fiscale di questo governo. È miope non vedere tutto questo».

                  Eppure il governo, presentando la Trimestrale, ha detto che le cose stanno andando bene.

                    «Stupisce davvero l´atteggiamento del governo. In realtà proprio la Trimestrale afferma il contrario: la crescita del Pil è stata dimezzata all´1,2% e forse non ci arriverà nemmeno; il deficit è più verso il 3,5% che verso il 2,9 mentre Bruxelles è pronta ad intervenire. Poi la Trimestrale prevede la riduzione di un punto della pressione fiscale oltreché di quella contributiva. Ma non si può fare, a meno che non si pensi ancora alla finanza creativa i cui margini si sono però esauriti».

                    Ma se questo è il quadro perché non accettate i sacrifici, a cominciare dal rinvio dei contratti pubblici?

                      «Perché non avrebbe alcun senso. Perché questa situazione è stata creata dal governo, dalla sue scelte. Ci sono settori, come quello dei medici e dei ricercatori che aspettano il contratto da quattro anni! Non si possono scaricare sui lavoratori, o i pensionati (di cui non parla più nessuno), le responsabilità degli altri».