“Intervista” G.Epifani: Sì al dialogo intanto cambiamo la finanziaria

04/10/2004

         Intervista a: Guglielmo Epifani
               
         



        Intervista
        a cura di
        Felicia Masocco
         
        domenica 3 ottobre 2004

        Sì al dialogo intanto cambiamo la finanziaria

        ROMA La Cgil è pronta a riprendere la discussione con Confindustria, ma l’idea di un «patto sociale» non convince Guglielmo Epifani «il termine mi sembra un po’ troppo alto», spiega, «meglio lasciar perdere le parole e lavorare per dare soluzione ai problemi»: Sud, formazione, casa, crisi industriale, perché per la Cgil il declino non è affatto superato. «La nostra risposta è positiva se si affrontano questi temi», il sindacato di Corso d’Italia «è disponibile, lo è stato fin dai primi passi del nuovo corso degli industriali». Per il leader della Cgil bisognerebbe ripartire da lì, da quelle prime battute. Ieri Luca Cordero di Montezemolo ha allontanato dal campo il macigno dei contratti che a luglio portò la Cgil a sbattere la porta di viale dell’Astronomia. Ma anche su questo Epifani si mostra cauto, «mi pare una soluzione di buonsenso, ora si tratta di vedere che cosa ci viene proposto», dice. La proposta di Confindustria viene quindi accolta «con prudenza, ma non con indifferenza». E il perché sta anche nella delicata fase attraversata da Cgil, Cisl e Uil, «le posizioni sui contratti non collimano». Il coro di critiche alla Finanziaria è invece più intonato, Epifani si dice «confortato», dal giudizio più netto uscito da Capri, «trovavo strano che si potesse dire di sì a scelte che penalizzano le imprese». E contro la riforma costituzionale propone a movimenti, associazioni, cittadini, un’iniziativa di massa nei prossimi mesi.

        Il presidente di Confindustria propone un «patto sociale». Basta litigare sui contratti, dice. La Cgil è pronta per questo patto?


        «La Cgil è stata disponibile dal primo momento del nuovo corso di Confindustria e ha sempre manifestato la ferma intenzione di provare a trovare i punti di convergenza, gli obiettivi, gli strumenti che possano aggredire i veri nodi che minano la competitività del sistema italiano e risolvere i problemi che sono comuni ai lavoratori e alle imprese. Tra questi avevamo citato il Mezzogiorno, la formazione permanente, la previdenza integrativa, il tema della casa, la riforma costituzionale. La nostra non può che essere una risposta positiva alla volontà di aprire un dialogo che affronti questi problemi. Aggiungerei che il termine “patto” mi sembra un po’ troppo alto, direi – come disse Montezemolo all’atto del suo insediamento – di lasciar stare le parole come “patto”, “concertazione” e di lavorare per dare soluzione ai problemi».


        Rispetto a luglio Montezemolo ha capovolto l’ordine delle priorità. Allora la Cgil lasciò il tavolo perché non accettava il termine di settembre per discutere di contratti. Oggi Confindustria allarga il campo d’azione. È l’uscita da quell’impasse?


        «Si tratta di vedere esattamente che cosa poi ci propone Confindustria. Certo mi pare una soluzione di buon senso, quella che peraltro mi ero permesso di avanzare. Abbiamo altre priorità, il sistema industriale in difficoltà, ci sono cause antiche e assenza di risposta da parte del governo, il declino a mio avviso è tutt’altro che superato. Io credo che su queste questioni ci sono le condizioni per aprire un dialogo, poi vediamo se riusciamo a trovare degli accordi. Anche sul Sud proprio in questi giorni si è fatto un lavoro importante, siamo vicini a un’intesa. Poi c’è il tema dei contratti che ha la sua importanza, non lo nascondo, però tra Cgil, Cisl e Uil le posizioni non collimano. Troviamo una soluzione unitaria e poi si affronterà questo problema. Quello che mi pare non si possa fare è una discussione su un tema architrave delle relazioni sindacali senza che tra Cgil, Cisl e Uil ci sia una discussione, un punto di vista o una mediazione unitaria. Io ho indicato una strada che mi pare rispettosa delle esigenze di tutti, e mi permetto di insistere».

        Sembra molto cauto…

        «Voglio essere prudente, bisognerà vedere se tutte le volontà riescono a comporsi. Comunque c’è stata e c’è una nostra disponibilità al dialogo e ho indicato anche in quali termini. Prudenza, ma non freddezza e non indifferenza».


        Da Capri sia i «giovani» che i «senior» di Confindustria hanno molto criticato il governo per la Finanziaria varata. Non ci sarà declino, come afferma Montezemolo, ma questo giudizio quantomeno è condiviso…


        «La Cgil ha dato un giudizio forte e inequivoco, questa Finanziaria non aiuta lo sviluppo e non sostiene i redditi. E abbiamo parlato di stangata: si tagliano gli investimenti allo sviluppo e alle infrastrutture, soprattutto nel Mezzogiorno, non c’è nulla per i pensionati e i redditi più bassi, si dice di ridurre le tasse al centro e poi si fanno crescere sette tasse locali. Si capisce che è una manovra molto negativa. Avevo sempre ritenuto che una Finanziaria così non potesse andare bene alle imprese né alle piccole, né alle grandi. In modo particolare a quelle che operano nel Sud e nelle costruzioni. Ho visto che con le valutazioni formulate dal responsabile del Mezzogiorno, dalla presidente dei giovani industriali e da Montezemolo il giudizio diventa più netto. Questo mi conforta perché trovavo strano che si potesse dire sì a una scelta che fino ad oggi penalizza le imprese, oltre che il lavoro. Condivido lo spirito della relazione di Anna Maria Artoni, mi permetto dire però che io non parlerei di “vuoto”. Questa Finanziaria produce un “vuoto” perché ha un “pieno”: con il meccanismo del 2% si tagliano indifferentemente opere e investimenti che andrebbero fatti, e opere investimenti che si potrebbero rimandare. Questo è il forte limite della manovra. L’impianto va modificato, altrimenti ai due tavoli che sono stati proposti avverrà solo uno scambio quantitativo, si tglierà da una parte, si porterà da un’altra. Bisogna cambiare la Finanziaria, e questo vale per le parti sociali, ma anche per i Comuni e le Regioni»


        Riforma costituzionale: con Pezzotta e Angeletti lunedì incontrerà Casini. Che cosa preoccupa il sindacato?


        «Faremo presenti le nostre critiche alla devoluzione. Per le materie che intende trasferire alle Regioni, scuola, sicurezza e sanità; per il permanente conflitto interistituzionale che ci propone; per le modalità con cui si sta facendo il Senato federale; per i poteri attribuiti al capo del governo. È un giudizio molto netto che si accomuna al giudizio di tantissimi. Se il governo e la maggioranza decidono di andare avanti, – come io penso faranno – si arriverà all’approvazione di una riforma sbagliata che indebolirà il sistema-paese e un paese basato su un ordinamento condiviso. Credo che chi la pensa così debba impegnarsi da subito in una campagna di informazione, di mobilitazione che porti poi a raccogliere la maggioranza dei no quando arriverà il momento del voto dei cittadini. Penso che per i movimenti, le associazioni, i cittadini ci sia il terreno di una iniziativa di massa da fare nei prossimi mesi».


        Di fronte alle cose gravi ci si mobilita. Il sindacato però in questa fase fa fatica a mobilitarsi. Per la difficoltà delle confederazioni a parlarsi?

        «Intanto va detto che siamo alla ripresa dei lavoro, la Finanziaria è al primo spoglio. Pensiamo che bisogna procedere lavorando unitariamente sul merito, proponendo alternative alle proposte del governo, sostenendole con la mobilitazione e la lotta. È un tradizionale percorso sindacale. Naturalmente deve avere più forza il bisogno di unità che oggi purtroppo si fa fatica a costruire. Ciononostante ci sono scelte di lotta unitarie importanti come la scuola, il pubblico, impiego, i pensionati e penso che nei territori, soprattutto al Sud si possano realizzare processi analoghi. Credo ci sia bisogno di rimettere in piedi il protagonismo sociale che è stato la costante di questi anni».