“Intervista” G.Epifani: «Sarà l’anno dell’allarme sociale»

12/01/2004


 Intervista a: Guglielmo Epifani
       
 



Intervista
a cura di

Bruno Ugolini
 

11.01.2004
«Sarà l’anno dell’allarme sociale»
Epifani: regole, sviluppo e salari le grandi emergenze. «L’Ulivo riparta dai programmi»

Guglielmo Epifani traccia in questa intervista, le prospettive del 2004, lancia l’allarme sociale della Cgil, invita l’Ulivo, i movimenti e le altre forze politiche d’opposizione a discutere non sugli uomini, non su ostracismi personali o meno, ma su dieci-quindici punti programmatici, a partire, appunto, dalla questione sociale.
Lunedì sarà il giorno della verità sulle pensioni, nell’incontro a palazzo Chigi. Anche il caos dei trasporti nasce dal caos delle iniziative governative. Non è in gioco solo il salario dei tranvieri, ma lo stato di questo settore decisivo. L’appoggio ad un possibile referendum sull’accordo già siglato per gli autoferrotranvieri. Il caso Parmalat, le sollecitazioni sindacali di oltre un anno fa, e il diritto all’informazione nei gruppi industriali. Per non essere presi alla sprovvista da altri crack. L’emergenza dei salari e quella dello sviluppo.

Un anno denso d’incognite e prove difficili. Domani, tanto per cominciare l’incontro decisivo sulle pensioni. A che cosa sono serviti i colloqui dell’ultimo mese?

«Abbiamo fatto una ricognizione, per vedere se esistevano le condizioni di una trattativa. L’esito è stato totalmente deludente. È stata registrata un’assenza d’aperture. Salvo clamorose sorprese, lunedì prenderemo atto dell’impossibilità a definire un’intesa totale o parziale. Non ha più senso proseguire in un confronto inconcludente. Il nostro giudizio definitivo sarà esposto, comunque, sulla base delle dichiarazioni del governo. E se si avrà la conferma di quanto già dichiarato, ne trarremo le conseguenze».

Il dissenso principale riguarda i conti previdenziali? Tra chi è preoccupato e chi no?

«L’ostacolo principale deriva da una premessa. Il governo ha inteso le sue scelte in questa materia per dare, attraverso il risparmio previdenziale, un segnale ai mercati e per recuperare risorse finanziarie».

La critica ricorrente ai sindacati riguarda però il fatto che sarebbero privi di proposte costruttive…

«Noi su quasi tutti i punti abbiamo presentato nostre proposte. Sul trattamento di fine rapporto, sulla decontribuzione, sull’età pensionabile. Non è mancata la disponibilità al confronto serio. Ma avevamo di fronte un muro».

Nella coalizione di centrodestra è possibile il risvegliarsi di divisioni, di fronte ad una rottura netta con i sindacati?

«Oggi la spinta decisiva a procedere viene dal ministro all’Economia Giulio Tremonti. È lui a dettare tempi e merito delle scelte».

Non c’è la possibilità che il governo assuma qualche cosa delle vostre proposte, per rendere meno dura la rottura?
«È una delle ipotesi. Certo, dopo il caso di Parmalat, l’idea di sostenere per l’uso del Tfr l’obbligatorietà dei fondi, appare priva di senso comune. Ma per poter apprezzare qualche possibile passo indietro del governo, come ho detto a Cisl e Uil, non si deve usare il criterio quantitativo ma un criterio qualitativo. Un conto è se il governo rinuncia definitivamente alla decontribuzione, un conto è se ne riduce l’ambito a cinque-tre punti».

L’euforia per i fondi pensioni, di fronte a tante vicende industriali, da Cirio a Parmalat, non appare scemata?

«Noi pensiamo a fondi previdenziali gestiti da sindacati e imprese, preferibili a quelli affidati al puro mercato, con una gestione prudente, con garanzie, con investimenti prevalenti in titoli di Stato, obbligazioni pubbliche. Inoltre l’alimentazione dei fondi potrebbe stabilizzare nel tempo una logica contraria a quella speculativa, quella del compra e fuggi. Costituirebbe nel mercato dei capitali la parte più sana, con benefici per risparmiatori e imprese».

Il caso Parmalat apre un processo a catena? Il sindacato non aveva sentore di nulla?

«Spero che non ci sia davvero una sequela di casi del genere. Non c’è dubbio, però, che il nostro sistema produttivo ha accentuato, negli ultimi anni, il suo indebitamento. Sono da aggiungere le preoccupazioni per alcuni grandi gruppi. Il 2004 sarà l’anno decisivo per la verifica alla Fiat, ma ci sono anche gruppi industriali, nella siderurgia e nelle costruzioni, con grossi problemi. Il sindacato di settore, alla Parmalat, aveva sollevato, almeno da un anno e mezzo, il problema d’alcune stranezze presenti nelle politiche di bilancio. È necessario tornare a riflettere su come il sindacato, accanto ai controlli esterni che in questa vicenda non hanno funzionato, possa essere messo in condizione di esprimere davvero un controllo, una verifica dei dati aziendali».

C’è un’altra emergenza ed è quella dei trasporti. Lo sciopero dei Cobas venerdì ha avuto un successo superiore al previsto. Come uscirne? Non è possibile un referendum sull’accordo contestato?

«Lo sciopero ha visto un’adesione molto forte, anche se a macchia di leopardo. Siamo di fronte ad un settore con duemila aziende con situazioni diverse, tra aziende pubbliche e private. La maggioranza (il 99%) è in passivo, spesso ha oltre cento, duecento milioni d’Euro d’indebitamento. Quaranta aziende (ad esempio quella di Milano) sono in attivo. Per molti lavoratori l’accordo rappresenta il massimo che si poteva ottenere. Per altri si avverte la necessità di andare oltre. La Cgil conosceva bene lo stato d’animo di chi aspetta da due anni il contratto, ha condotto otto-nove scioperi generali e vede che senza le forme di lotta più estreme non avrebbe ottenuto nemmeno quell’accordo. L’intesa raggiunta la chiamo un “punto fermo”, qualcosa da portare, intanto, a casa, non per arrestarsi, non per chiudere la vicenda. Una tale approdo permette, invece, di porre il potenziale di lotta al servizio d’ulteriori obiettivi, a cominciare dal nuovo contratto, scaduto dal 1° gennaio. E affrontando, nello stesso tempo l’architrave di tutta questa storia. Non c’è solo la questione sacrosanta dei salari inadeguati. Occorre cambiare radicalmente le condizioni da cui scaturisce la difficoltà di fare i contratti nei trasporti pubblici locali. Siamo di fronte ad un settore dove è cresciuto il caos e l’esasperazione, dove il governo ha lasciato marcire una situazione insostenibile. Ha decentrato poteri alle regioni e si è tirato fuori di qualsiasi responsabilità finanziaria ma tagliando risorse a regioni e comuni e mettendo chi dovrebbe avere una titolarità, nell’impossibilità di far fronte al deficit delle aziende. E ad un certo punto non si sono trovate le modalità di finanziamento non solo dei contratti, ma per gli investimenti nel servizio. L’una cosa è legata all’altra, un danno per i dipendenti e per i cittadini. Ed ora, con la scadenza del contratto, siamo allo stesso punto. Occorre definire un’intesa tra governo, regioni, comuni e aziende per affrontare il nodo dei finanziamenti, le responsabilità di ciascuno dei soggetti interessati».

Nelle discussioni di questi giorni la Cgil appare come la paladina, giustamente, del contratto nazionale. Non c’è, però, il rischio di negare, così, il valore della contrattazione integrativa aziendale e di non corrispondere alla spinta salariale?

«Quell’assenza di regole, di cui ho parlato, nell’intero settore, si riversa anche sulle regole contrattuali. È lo stato dell’intera branca del trasporto pubblico locale che fa saltare le regole contrattuali. Oggi può fare il contratto integrativo solo l’azienda che sta bene o sulla quale può agire una determinata pressione politica. Occorre incidere su quell’architrave, su come è organizzato il settore, con i suoi finanziamenti, con i ruoli dei diversi soggetti. Chi ha la responsabilità, ad esempio, di definire il contratto nazionale? Le aziende? Aziende indebitate che dipendono dai comuni? Comuni che dipendono dalle scelte delle regioni? Regioni che dipendono dai trasferimenti del governo? Il sindacato si trova di fronte ad un settore indebitato e allo sfascio, ad un conflitto tra istituzioni, ad un governo che gioca in questo conflitto e nel rapporto con gli utenti».

I sindacati non hanno alcuna autocritica da muoversi?

«Non abbiamo costruito per tempo e con la forza necessaria un grande movimento, non solo di categoria, sui problemi di riforma necessari. Abbiamo vissuto la vicenda tutta interna alla dinamica puramente contrattuale. Credo però che abbiamo fatto bene a porre quella firma all’accordo. Ripeto: è almeno un punto fermo. È sbagliato – anche se quest’idea fa fatica a passare – assumere quella firma come l’obiettivo da modificare. La lotta e la forza dimostrata va spesa, ripeto, in un obiettivo più grande, capace di modificare radicalmente le condizioni in cui operano i duecentomila autoferrotranvieri. Se no oggi, a fronte di un contratto nuovamente scaduto, possiamo anche avere qualche miglioramento salariale in più ma nei prossimi mesi ed anni saremo di fronte allo stesso identico problema. Continueremo a vivere tra rabbia dei lavoratori e disagi crescenti per i cittadini».

Non sarebbe necessario un dibattito di massa nei depositi, nei luoghi di lavoro, su queste scelte?

«Riconosco che c’è stato un ritardo. Bisognava e bisogna aprire una fase di discussione e di confronto con i lavoratori. Sia dove c’è stato lo sciopero, sia dove esistono i problemi più forti. Qui c’è la scelta sulle regole circa la validazione dei contratti. La Cgil ritiene che la parola finale debba essere data ai lavoratori e quindi, in questo caso, appoggia il ricorso al referendum. Non è che io pensi che questo sia in assoluto lo strumento migliore. Continuo ad essere fedele ad una vecchia opinione. Mi riferisco al metodo per cui si chiede il consenso dei lavoratori interessati, prima di chiudere una trattativa, prima di porre la firma definitiva. Ma qui incontro opinioni assai diverse della Cisl».

Un 2004 che si apre, dunque, con una questione sociale crescente?

«I capitoli sono tanti: il declino del Paese, la politica industriale, Alitalia, ferrovie, come difendere i redditi da lavoro in assenza di politiche di controllo dei prezzi e politiche fiscali adeguate, come difendere ed allargare i diritti sociali su sanità, scuola, gli anziani…. C’è un governo che esprime una linea opposta a quella che perseguiamo. Una diagnosi in gran parte condivisa anche da Cisl e Uil. È importante riflettere, di conseguenza, su come le forze al centro, ma anche alla periferia, si oppongono alle scelte del centrodestra. Con quali idee di cambiamento, di tipo economico, sociale».

Stai parlando alle forze politiche più o meno riferite all’Ulivo?

«Sono convinto che prima ancora di qualsiasi discussione sugli ambiti delle alleanze, dei processi aggregativi, dei rapporti con le forze politiche che compongono quest’arcipelago, compresi i movimenti, bisognerebbe partire dalla risposta ai problemi drammatici con cui si apre il 2004. Non partire dagli uomini, sia perchè tu li voglia escludere, sia perchè tu li voglia includere. Sarebbe più facile discutere di tutto, se le forze dell’Ulivo, più Rifondazione e i movimenti, fossero in condizione di trovare almeno dieci, quindici punti comuni. Tutto il resto diventerebbe più facile. Se non si parte dalle ragioni per cui ti unisci, rischi di apparire sui giornali solo con le divisioni e con le polemiche, corri il rischio di allontanarti dalle persone che rappresenti e di avere sia lo sfilacciamento dei movimenti, sia quello dei partiti».