“Intervista” G.Epifani: «Prendono in giro milioni di lavoratori»

02/05/2005
    sabato 30 aprile 2005

    Intervista
    Guglielmo Epifani
    segretario generale Cgil

    «Prendono in giro milioni di lavoratori»
    Contratti subito o un duro scontro sociale. Montezemolo non vuole i rinnovi? Sbaglia, alle imprese non conviene

      Giampiero Rossi

        MILANO. «Altro che rinvio al 2006 del rinnovo dei contratti: se non otterremo risposte chiare allora questo governo si dovrà assumere la responsabilità di un nuovo scontro sociale». Il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, non nasconde la preoccupazione per i primi passi del Berlusconi-bis. E il campanello di allarme più forte è quello che riguarda il nodo del contratto di lavoro degli statali. Ma su questo il leader della Cgil è chiaro: «In questo modo si va verso lo scontro sociale».

          Epifani, Berlusconi ha detto che i conti sono in ordine, che bisogna essere ottimisti e che i «catastrofismi» fanno male all’Italia. Lei si sente un catastrofista?

            «Diciamo che le bugie sistematiche sono controproducenti per il governo, perché ormai nessuno vi crede più. È proprio questo atteggiamento che provoca maggiore allarme e pessimismo, a mio giudizio. E in realtà, al di là dei tentativi di abbellimento dei dati, anche la trimestrale di cassa rivela un situazione pesante. Perché in essa si rivedono al ribasso tutti gli indicatori legati allo sviluppo e, al contrario risultano ritoccati al rialzo i dati relativi alla finanza pubblica. E poi, per la prima volta, affiora con evidenza l’ipotesi per niente remota della necessità di una manovra correttiva. Mi sembra proprio una conferma del pressapochismo con cui procede questo governo, che offre una rappresentazione della realtà del paese che lascia esterrefatti».

              E in questo quadro di operazioni politico-contabili c’è di mezzo anche la delicatissima partita dei contratti ancora aperti: pubblici dipendenti e metalmeccanici in primo luogo. Davvero, secondo lei, il governo punti al rinvio?

                «Purtroppo sembra proprio così. Per la prima volta con frasi sibilline, il governo di fatto fa intendere che per migliorare i risultati di bilancio del 2005 si possano rinviare al 2006 i rinnovi dei contratti pubblici che riguardano tra gli altri i lavoratori della scuola, della ricerca e dell’università».

                  E questa non può essere classificata come una banale operazione contabile…

                    «Proprio no. Si tratta di una scelta che apre problemi enormi. In primo luogo per quanto riguarda la credibilità stessa del governo, dal momento che solo tre giorni fa il presidente del consiglio è andato in parlamento per dire che le priorità del nuovo governo erano il Mezzogiorno, la tutela dei redditi delle famiglie e i contratti di lavoro. Dopodiché, incassata la fiducia, utilizza un appuntamento in teoria soltanto tecnico come la trimestrale di cassa per smentire subito tutto quanto. E in secondo luogo è del tutto privo di senso pensare di poter scaricare i problemi della finanza pubblica sui dipendenti dello Stato».

                      Sembrerebbe un’accelerazione del gioco al rinvio attuato dal governo precedente.

                      «Sembrerebbe proprio così. Ma per il sindacato, a questo punto, è arrivato il momento di un chiarimento non più rinviabile: o il governo dice chiaramente cosa intende fare, aprendo i tavoli di confronto che stiamo chiedendo da tempo, chiarendo anche quale sia la propria disponibilità a discutere dei contratti, oppure risulterà evidente che il cosiddetto Berlusconi-bis intende aprire una nuova, grave spaccatura con i sindacati. Con tutte le conseguenze che ciò comporta, anche in termini di iniziative di lotta e di nuovo scontro sociale».

                        Ma su questo anche Confindustria, nonostante sia sostanzialmente d’accordo con i sindacati nella richiesta di politiche per lo sviluppo, esce allo scoperto esortando il governo a non cedere sul contratto degli statali. Come giudica questo doppio binario?

                          «È normale che vi siano punti di contrasto di divergenze tra rappresentanze di interessi diversi. E in questo momento, tra noi e Confindustria, c’è un terreno di convergenza per quanto riguarda l’analisi delle vere ragioni della crisi di questo paese, a partire dalla situazione del Mezzogiorno per la quale insieme abbiamo chiesto un incontro con il governo. Poi, però, ci separiamo, soprattutto sul nodo dei contratti. Perché Confindustria è miope nel momento in cui chiede al governo di non definire la situazione contrattuale del lavoratori del settore pubblico, scuola ricerca e università, pensando così di mettere al riparo anche i contratti del settore privato, metalmeccanici in primo luogo. È miope perché il muro contro muro, l’inasprimento del conflitto redistributivo che ne conseguirebbe non serve innanzitutto alle imprese. La troverei una posizione di buonsenso se li limitasse a raccomandare al governo di tenere sotto controllo la finanza pubblica, ma non lo è più nel momento in cui invita addirittura al non rinnovo dei contratti».

                            Appunto, che scenario possiamo immaginare, in caso davvero non si arrivi a risolvere il nodo dei contratti?

                              «Uno scenario pesantissimo. Il paese è reduce da anni in cui il reddito ha premiato le aziende e ha penalizzato le famiglie, i lavoratori dipendenti e anche i pensionati. Che a mio avviso sono i grandi dimenticati da questo governo, che ha accantonato esplicitamente questi punti creando così un quadro in cui l’attrito non è limitato alla dialettica – anche conflittuale – tra imprese e sindacati, ma è alimentato da una precisa iniziativa del governo».

                                Come reagirà il sindacato a tutto ciò?

                                  «Intanto ribadiamo ancora con maggior forza la nostra richiesta di un confronto vero per capire quali siano le reali intenzioni del governo. Il primo maggio saranno molte le iniziative che rilanceranno i temi che riteniamo prioritari per il paese, a partire da quella che abbiamo in programma a Scampia, la zona di Napoli teatro di una sequenza di delitti di camorra. Saremo lì per dire che c’è assoluto bisogno di una svolta nella politica economica, per il mezzogiorno e anche di un rinnovo dell’impegno contro la criminalità organizzata. Sul fronte dei dipendenti pubblici il 5 maggio si terrà l’assemblea nazionale di categoria, dopodiché se non ci saranno risposte chiare da parte di un governo che ha rinviato più volte, allora si dovrà assumere la responsabilità di aprire un nuovo conflitto sociale.