“Intervista” G.Epifani: «Pensioni, il confronto è mpossibile»

23/02/2004


 Intervista a: Guglielmo Epifani
       
 



Intervista
a cura di
Felicia Masocco
 

21.02.2004
«Pensioni, il confronto è mpossibile»

«Basta inseguire le scelte del governo, saremo noi a decidere i temi e li porremo al centro dell’attenzione e del confronto con una proposta autonoma». «Apriremo una stagione in cui il sindacato torni ad essere protagonista con la proposta e con la lotta», ci dice il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani, «e come nei momenti migliori dell’iniziativa del sindacato sarà una stagione che terrà insieme tutto: lavoro, diritti, difesa dei redditi, previdenza». Non solo pensioni dunque nel percorso che lo stato maggiore di Cgil, Cisl e Uil ha deciso giovedì al termine del vertice con il governo, la risposta «non sarà parziale». «Daremo una risposta più alta, più unificante in campo metteremo qualcosa in più non in meno, e saremo noi a farlo, non sarà indotto dalle scelte del governo».
Lo sciopero generale è nei fatti, ma non è casuale che la sua proclamazione non sia stata decisa dopo l’incontro a Palazzo Chigi: non si sciopera infatti solo contro la riforma del governo, ma anche per gli altri temi fortemente avvertiti da un Paese «che ribolle», «che avverte giorno dopo giorno il degrado della situazione e che vuole rispondere. Noi governeremo questa domanda», afferma Guglielmo Epifani.

Pensioni, la riforma alla fine è arrivata, riveduta e aggiustata, ma l’avete bocciata lo stesso. Perché?

«Avevamo due grandi problemi: la decontribuzione contenuta nella delega originaria insieme all’uso obbligatorio del Tfr, e poi l’emendamento teso a ridurre la spesa previdenziale dello 0,7%. Alla fine il governo ha fatto scomparire le norme della decontribuzione e quella sul Tfr e questo vuol dire che aveva ragione il sindacato ad opporsi. È però rimasta in campo per intero la scelta di ridurre la spesa dello 0,7% inaccettabile, in sé e perché a pagare sono prevalentemente i lavoratori dipendenti, in modo particolare alcune fasce di età. Da questo punto di vista è un provvedimento che consideriamo sbagliato, iniquo e inaccettabile. Essendo finita la fase del rapporto col governo, tenteremo in tutti i modi di modificarlo nel percorso parlamentare».

Quindi comincia un pressing sui partiti…

«Con l’obiettivo di far valere le nostre sacrosante ragioni…»

Pur sapendo che i numeri in Parlamento sono quelli che sono.

«Non c’è dubbio, ma noi dobbiamo tentare fino in fondo di non far passare questo provvedimento».

E accompagnate il pressing sulle forze politiche con la mobilitazione dei lavoratori. O no?

«Le decisioni che abbiamo assunto unitariamente con Cisl e Uil hanno un altro segno, sono un po’ più generali, più forti, più ambiziose. Di fronte all’aggravamento delle condizioni del Paese metteremo in campo un’agenda delle priorità sociali, delle emergenze sociali con il sindacato protagonista nella proposta e nella mobilitazione. Vanno affrontati i temi che oggi il Paese vive con maggiore intensità: il lavoro, l’occupazione, l’assenza di una politica industriale degna di questo nome, le questioni di un Mezzogiorno che vede aggravate le sue condizioni, l’esigenza di un controllo efficace dell’inflazione, una politica fiscale diversa da quella messa in campo fino ad oggi a partire dal recupero del fiscal drag per il sostegno ai redditi, la salvaguardia dei servizi fondamentali come scuola e sanità. Oltre, naturalmente al tema della previdenza. E qui non c’è soltanto da opporsi a quello che fa il governo, ma si pone l’esigenza in positivo di dare una risposta ad alcuni problemi che la riforma Dini ha lasciato aperti e che si sono aggravati».

È quello che ha chiamato inversione delle priorità…
«Rispetto a quelle poste dal governo con le sue scelte: basta inseguire saremo noi a determinare i temi e a porli al centro dell’attenzione e del confronto».

Sta dicendo che lo sciopero non sarà solo sulle pensioni ma su una piattaforma più ampia?

« Esattamente. Il tema del previdenza è assai sentito ma non è l’unico. Urgono problemi di crisi industriali, ci sono salari e pensioni che non ce la fanno a mantenere il loro potere d’acquisto, c’è il tentativo di ridurre le prestazioni sociali in campi fondamentali. Tutto questo implica che il sindacato dia vita ad una stagione nella quale riacquisti il suo ruolo e chieda risposte a questi problemi».

Si parte il 10 marzo con l’assemblea dei quadri e dei delegati di Cgil, Cisl e Uil, una cosa che non si vedeva da anni. Le tappe successive?

«Abbiamo deciso la predisposizione di un documento strategico che rimetta al centro queste priorità; la convocazione di questa assemblea darà forza e solennità al nostro impianto programmatico che prevede anche assemblee unitarie su questi temi in tutti i luoghi di lavoro. Sarà una consultazione di massa di milioni di lavoratori e soprattutto segnerà il recupero di un rapporto democratico, diretto con loro che era venuto a mancare e che va assolutamente ripreso. C’è naturalmente anche la lotta, lo sciopero non è escluso. C’è poi a fine febbraio una grande manifestazione unitaria sulla scuola e il 3 aprile quella, sempre unitaria, dei sindacati dei pensionati».

C’è chi dice che manca lo spirito del ‘94, e che la gente ha capito, che non si ripeterà quel che avvenne allora. Insomma, i lavoratori non vi seguirebbero, non c’è attenzione: c’è un elemento di verità?

«No, siamo invece in una fase in cui riappare in tutta la sua forza un’insorgenza sociale, un malcontento, siamo in presenza di molti scioperi fatti o annunciati (Terni, Ascoli, Sardegna, Sicilia, Calabria, Savona), siamo in presenza di una ripresa forte di iniziative, il nostro compito è non lasciarle isolate, ma dare un quadro unitario di governo e di risposta a problemi che colpiscono soprattutto le condizioni di chi lavora o di chi il lavoro rischia di perderlo. È sbagliato immaginare un paese disattento o tranquillo, c’è un paese che ribolle, che avverte giorno dopo giorno il degrado della situazione e che vuole rispondere. Noi pensiamo di governare questa domanda attraverso una proposta una strategia, una piattaforma, e attraverso la mobilitazione e la lotta».

Se il quadro è questo perché allora non l’avete data subito una risposta forte?

«Quando decideremo le inziative di lotta e lo sciopero dovrà essere chiaro quali saranno i punti messi al centro: ci saranno tutte le questioni che ho elencato, pensioni comprese. Questo per dare più forza e unitarietà al movimento. Di fronte ad un governo che opera politiche di divisione sociale la risposta deve essere quella di unificare le persone unificando gli obiettivi che avvertono in maniera sempre più drammatica».

Insomma l’emergenza non sono le pensioni, andare a chiedere di scioperare per un provvedimento che avrà ricadute tra alcuni anni a chi oggi non ce la fa ad arrivare alla fine del mese potrebbe essere non compreso e considerato parziale. È così?

«Non vogliamo rispondere su un pezzo soltanto per quanto fondamentale, ma rimettere in piedi una rivendicazione e lottare e scioperare per l’insieme di questa rivendicazione, così come è avvenuto nelle stagioni migliori dell’iniziativa del sindacato in cui il lavoro, i diritti, la difesa dei redditi e le pensioni si sono tenute insieme. Non sono aspetti separati ma questioni che attengono a problemi connessi».

Sta dicendo che rispetto al recente passato si apre una fase diversa per il sindacalismo confederale?

«Sì, superando le divisioni e le incertezze cerchiamo di aprire una stagione in cui il sindacato torni protagonista. Con la proposta e con la lotta. Stiamo mettendo in campo qualcosa di più, non qualcosa di meno rispetto alle sole pensioni. È una risposta più alta, più unificante e non parziale, è una risposta che scegliamo noi non il governo. È la nostra proposta autonoma».

Si direbbe una bella sfida, una risposta a chi dice che il sindacato è finito. Ce la farete a restare uniti?

«Quella che ho riportato è la valutazione assunta solidarmente e responsabilmente al termine delle tre segreterie di Cgil, Cisl e Uil, non c’erano solo i segretari generali, c’era il gruppo dirigente delle tre confederazioni. Poi è evidente che si tratta di un processo: la costruzione di un rapporto unitario, più forte e maturo richiede i suoi tempi, ci sono ancora delle differenze su aspetti anche importanti, ma mi pare opportuno segnalare la volontà di giocare questo ruolo in questa fase con queste modalità. È molto importante».

Cambiamo argomento. Ci sono fermenti in Cgil, la Fiom va al congresso anticipato; l’ala riformista si è portata alla ribalta con una assemblea romana; l’ala sinistra non ha gradito e ha messo in guardia dal rischio di rinascita delle correnti sotto la pressione di questo o quel partito. Dove sta andando la Cgil?

«Nella Cgil da sempre convivono anime, sensibilità e culture, anche punti di vista spesso categoriali, territoriali che fanno la sua ricchezza. Quindi il dibattito, la discussione, il bisogno di arrichimenti sono assolutamente essenziali. È una Cgil in cui fermenti e le ricerche sono tutte importanti. Devo anche aggiungere che le scelte fondamentali sono state fatte quasi tutte con larghissima maggioranza. Quindi si tende a raffigurare una divisione laddove sostanzialmente non c’è. Le diverse opinioni stanno tutte legittimamente in campo fermo restando che le scelte e gli indirizzi sono quelli dettati dal congresso di Rimini e dalle decisioni che si prendono nel comitato direttivo che non pouò che essere la sede fondamentale del confronto e dell’assunzione delle scelte dell’organizzazione».

Non vede spazio per correnti politiche?

«Non vedo come si possa tornare indietro ad uno schema di una Cgil fondata su correnti di appartenmenza politica, mi pare che molto tempo fortunatamente è passato da quella fase. Ci siamo definiti un sindacato di programma, abbiamo regole che tutelano la ricchezza del dibattito e il modo con cui si formulano le decisioni ed è lungo questa strada che si muove la Cgil. All’assemblea programmatica faremo il punto a due anni dal congresso di Rimini e segneremo la fase che si apre».