“Intervista” G.Epifani: «Ora spetta a noi incalzare il governo»

15/04/2004

        n. 15, aprile 2004

        Intervista a Epifani / Aperta una questione democratica
        Ora spetta a noi incalzare il governo
        di Enrico Galantini
        «Quello che sta succedendo in questi ultimi giorni in Iraq purtroppo conferma la forza delle ragioni che la Cgil e il popolo della pace hanno messo in campo in questo anno e mezzo. Malgrado le letture strumentali e le forzature ideologiche, oggi la realtà testimonia il coraggio e la giustezza della nostra impostazione». Inizia con un ragionamento sull’Iraq la nostra intervista con Guglielmo Epifani. Messa in cantiere da tempo, per fare il punto sulla situazione economico-sindacale in vista dell’assemblea dei delegati della Cgil, che si terrà a Chianciano il 13 e il 14 maggio, giocoforza, davanti alla recrudescenza della situazione in Iraq, con una vera e propria guerra in atto a un anno dalla fine «ufficiale» del conflitto, la prima nostra domanda non poteva che vertere sulla drammatica situazione mediorientale e sul da farsi.

        «Noi sosteniamo da tempo – argomenta il segretario generale della Cgil – che questo terrorismo è un fatto nuovo e pericoloso, per i mezzi che impiega, la distruzione di vite umane, gli atti di terrore e di violenza indiscriminata; e per i fini che si propone, che sono opposti a quell’idea di valori e di diritti di cui la Cgil è portatrice. Proprio per le sue caratteristiche questo terrorismo deve essere affrontato con un impegno fortissimo, ma non attraverso l’uso della guerra, che porta, nella sua logica distruttiva, esattamente gli stessi disvalori di cui si nutre il terrorismo fondamentalista islamico.

        In più il ricorso alla guerra ha determinato tre conseguenze, che avevamo predetto per tempo: l’abbandono di ogni ripresa di processo di pace tra israeliani e palestinesi, che avrebbe dovuto essere per la comunità internazionale la prima preoccupazione; la totale delegittimazione del ruolo e dell’efficacia delle Nazioni Unite; una recrudescenza, dopo la fine ufficiale del conflitto in Iraq, di terrorismo, di fondamentalismo, di divisione etnica e religiosa che alimenta nella zona più calda del mondo ulteriori tensioni e ulteriori drammi».

        Rassegna Che cosa deve fare l’Italia, oggi, davanti alla ver a e propria guerra che è in corso?

        Epifani I soggetti in campo non sembrano in grado di esprimere un’idea credibile di governo, o quantomeno di fuoriuscita da questa situazione, e c’è il rischio di ricadere sempre più nella folle logica di una spirale tra guerra e terrorismo. Per questo c’è bisogno che l’Italia dissoci immediatamente la propria responsabilità dalla presenza in Iraq. Non per fuggire da una presunta responsabilità ma per assumere una responsabilità più alta, e cioè quella di favorire un’altra strada rispetto a quella che si è imboccata. Questo è il senso della nostra posizione. Per questo mi auguro che le forze politiche che hanno con noi condiviso questa impostazione – e si tratta praticamente di tutte le forze dell’opposizione, con dei dubbi molto forti anche all’interno di qualche componente di governo – facciano una battaglia limpida, da forza di governo, sapendo indicare, anche attraverso questa via coraggiosa, un’alternativa per risolvere i problemi che altrimenti rischiano di incancrenirsi sempre più.

        Rassegna Veniamo alla situazione interna. I conti pubblici sono sempre più preoccupanti, il rischio di declino sempre più una realtà concreta, ma il governo sembra impegnato soprattutto nella campagna elettorale …

        Epifani Ormai da tempo il governo non effettua una verifica attenta delle condizioni del paese e dei risultati della produzione. Non lo fa perché, se lo facesse, dovrebbe convenire con il giudizio che Cgil Cisl Uil hanno dato nella piattaforma dell’Eur: e cioè che l’azione del governo ha fallito. Un giudizio impietoso, netto ma assolutamente vero. Abbiamo davanti la più lunga stagnazione dal dopoguerra, l’assenza di ogni politica industriale ed economica, redditi che si sono allontanati tra di loro: quelli da lavoro dipendente e da pensione sono cresciuti meno dell’inflazione, quelli delle donne meno di quelli degli uomini, quelli dei giovani meno di quelli degli adulti, quelli del Sud meno di quelli del Nord. Il nostro paese è più diviso e, per una parte consistente, più povero.

        Il governo vuole utilizzare la campagna elettorale per dare una specie di «colpo a effetto». C’è il ritorno a una logica populistica, con una riduzione generalizzata delle tasse, per rimettere assieme quel blocco sociale che si è scompaginato per l’assenza di una corretta politica economica. L’attuazione della delega fiscale finirebbe per premiare in maniera scandalosa e del tutto inopportuna, anche dal punto di vista dell’efficacia su una politica di sviluppo, i ceti più ricchi.

        L’occasione elettorale si sposa con questa impostazione, fino a far prevedere un’anticipazione del Dpef al mese di aprile, con il compito di provare in questo modo a recuperare il calo di consenso e di immagine che il governo avverte. Solo che ancora una volta i risultati sono destinati ad andare nella direzione opposta a quella che il governo spera: questa manovra, qualora fosse possibile per le risorse finanziarie che richiede, sarebbe insieme uno spreco e l’assenza di ogni buon senso e maschererebbe, ma neanche più di tanto, la mancanza totale di ogni idea innovativa di politica industriale e di sviluppo, finendo per rivelarsi come l’ennesimo fallimento, con conseguenze però dannose nel rapporto tra classi sociali e sull’economia reale.

        Rassegna Accennavi al tentativo da parte del governo di ricompattare il blocco sociale che ne ha favorito l’elezione. Uno degli elementi fondamentali di quel blocco, e cioè Confindustria, pare avere, nella nuova dirigenza, un atteggiamento molto freddo rispetto alle proposte del governo…

        Epifani Se vogliamo stare alle reazioni con cui l’assemblea di Milano ha accolto la filosofia del presidente del Consiglio, mi pare che siamo molto distanti dalle reazioni entusiastiche dell’assemblea di Parma. Pesano evidentemente le disillusioni e il malgoverno di questi tre anni. Lo avevamo del resto già verificato in molte associazioni di impresa nei territori, quelle con le quali abbiamo fatto accordi di grande valore, penso da ultimi a quelli in Emilia-Romagna e in Toscana. E pesa il fatto che le aziende più innovative, quelle che capiscono che la strada da percorrere è quella di investimenti in ricerca e innovazione, sono quelle che da una riduzione generalizzata delle tasse non hanno nulla da guadagnare. Anche se una parte di imprese e di ceti professionali può essere attirata dall’idea di uno sgravio molto forte delle tasse sui propri redditi, non credo però che questo riuscirà a ricompattare quel blocco sociale. Servirà a galleggiare un altro po’ ma consegnerà al futuro del paese problemi sempre più gravi.

        Rassegna Nel frattempo la mobilitazione nel paese continua a essere forte. Lo sciopero generale del 26 e poi la manifestazione dei pensionati del 3 aprile sono stati due momenti straordinari…

        Epifani Sì, nel paese si allarga giorno dopo giorno la consapevolezza della gravità della situazione. Lo abbiamo visto anche nella relativa facilità – lo dico con tutto il rispetto necessario – con cui le nostre manifestazioni e i nostri scioperi incontrano il consenso delle persone: non c’è nulla che potrà oscurare la portata straordinaria della manifestazione dei pensionati o le piazze piene dello sciopero generale del 26. Per questo sono assai fiducioso per gli appuntamenti che abbiamo di fronte: i medici, gli universitari, il pubblico impiego, e poi ancora il 25 aprile e il 1° maggio, nei quali non ho dubbi che verificheremo ancora una volta la determinazione del mondo del lavoro, dei giovani, degli anziani a difesa di un’altra idea di governo, di sviluppo e quindi a sostegno delle proposte del sindacato. Ma qui sta il punto nuovo della fase che si apre.

        Rassegna E qual è la novità che vedi?

        Epifani Mi par di capire che, di fronte alla crescita di questa protesta e alla sua fondatezza, il governo abbia scelto sostanzialmente di ridurre e di svuotare ogni tavolo di confronto con il sindacato. Questo da un lato è il frutto di uno stato di necessità: le divisioni che crescono nel governo rendono impossibile un punto di vista unitario e quindi assai difficile qualsiasi incontro con i sindacati. Ma, se questo è il punto di partenza, di qui si sta costruendo invece una filosofia esplicita che abbiamo già visto nel «confronto» avuto sulle pensioni: il governo decide cioè di non dialogare, di non assumere nessuna interlocuzione, di non offrire un vero e proprio tavolo di confronto.

        È la prima volta che ciò avviene con queste caratteristiche e non basterà certo a smentire questo atteggiamento una frettolosa convocazione che dovessimo avere sul Dpef o a seguito delle nostre pressioni. Oggi in sostanza si è rovesciato un certo modello di discussione criticato da alcuni per l’abbondanza, a loro dire quasi eccessiva, di concertazione e di tavoli di confronto e l’assenza di conflitto. Oggi siamo esattamente in una situazione opposta: un’«abbondanza» di conflitto e un’assenza di tavoli, frutto di una scelta del governo, che intende in questo modo svuotare e svilire la forza di questo movimento. Su tutto questo l’organizzazione deve riflettere. Perché è un fatto inedito che porta con sé molte conseguenze e implicazioni.

        Rassegna Vediamole…

        Epifani Ce n’è una innanzitutto che riguarda le regole della democrazia. Noi sappiamo che questo governo sta tentando, nelle sue scelte concrete, una grande semplificazione democratica e che una parte importante della sua azione di questi anni è stata volta a ridurre il peso della rappresentanza sociale, oltre che ad accentuare il conflitto interistituzionale tra Stato, Regioni, Province e Comuni. Ma è la prima volta che tutto ciò avviene con questa forza.

        La seconda conseguenza è che in questo modo il governo prova a fiaccare l’iniziativa che si è messa in campo. E noi sappiamo che i cicli dei movimenti e delle lotte non durano in eterno. E quindi dobbiamo esserne consapevoli e governare la situazione con intelligenza e con rigore.

        La terza conseguenza è che, quando al sindacato e alle sue ragioni – ma soprattutto alle ragioni di chi esso rappresenta – non offri la possibilità di trovare uno sbocco, un punto di accordo, è evidente che il ruolo che queste persone conferiscono al sindacato diventa virtuale e quindi, attaccando il sindacato, attacchi queste persone.

        Sono temi inediti, almeno nella modalità con cui si presentano oggi. E mi fanno dire, come prima risposta, che dobbiamo essere noi a incalzare il governo e a pretendere in tutti i modi spazi di dialogo e di confronto.

        Rassegna Sono temi importanti di strategia su cui l’assemblea dei delegati Cgil di metà maggio dovrà centrare la discussione…

        Epifani Abbiamo alle spalle un movimento forte, un sindacato e una Cgil in buona salute, che dibatte liberamente al proprio interno. Abbiamo assunto opinioni e costruito orientamenti: dal welfare alla politica internazionale, dalla scuola alla riforma istituzionale, alle politiche rivendicative e contrattuali. L’assemblea deve essere l’occasione per aprire in tutta l’organizzazione una discussione su un impianto unitario di proposte e di ragionamenti, che tenga in conto le posizioni che abbiamo espresso, i problemi nuovi che si aprono e il governo della fase che ci sta di fronte. Un’occasione seria e importante che dobbiamo affrontare con la forza e la capacità di elaborazione necessarie.

        Rassegna A proposito di strategia, è già iniziata la discussione congressuale dei metalmeccanici. Una discussione che in qualche modo influenza anche quella della confederazione. Che valutazione dai della scelta del congresso e della discussione?

        Epifani Non ho mai nascosto nell’ultimo anno di ritenere che sarebbe stata necessaria una discussione molto approfondita della Fiom con i propri iscritti. Voglio dire con franchezza che avrei preferito una discussione di tipo congressuale ma non un congresso vero e proprio. Perché la prima soluzione avrebbe «liberato» la discussione, meno condizionata da questioni relative ai gruppi dirigenti, avrebbe evitato il rischio di una chiusura della discussione della Fiom su stessa e sarebbe stata un’occasione forte per una discussione a tutto campo sulle questioni che la Fiom poneva a se stessa e a tutti. La Fiom ha scelto altrimenti. Ed essendo una scelta impegnativa e responsabile, di essa occorre prendere atto e va rispettata.

        Da questo punto di vista la discussione della Fiom si è aperta su due documenti, frutto di due orientamenti presenti nel gruppo dirigente, che vengono ora sottoposti alle assemblee dei luoghi di lavoro. Io credo che, rispettando questa discussione, la Cgil debba stare in campo con il complesso delle proprie proposte, quelle che partono dal documento unitario del congresso di Rimini, si alimentano delle posizioni assunte in questi anni, molte delle quali decise all’unanimità, si nutrono degli aggiornamenti che abbiamo fatto – ad esempio in materia di politica internazionale, di welfare e di nuova politica dei redditi – in assemblee e comitati direttivi dell’organizzazione. Questo è il modo con cui una grande organizzazione si rapporta con la discussione che una parte importante di essa ha avviato.Per quello che mi riguarda penso che la Cgil debba sottolineare, in questa discussione della Fiom, alcune questioni.

        Rassegna E cioè?

        Epifani La prima è che la discussione con i lavoratori deve avere al suo centro il tema della crisi dell’industria italiana, e del settore metalmeccanico in particolare: una centralità, del resto, che i processi reali purtroppo gli assegnano. Nei due documenti c’è una parte rilevante di questa impostazione. Ma vedo anche la tendenza a spostare la discussione sul terreno della scelta redistributiva piuttosto che su quello dell’analisi della crisi, delle sue caratteristiche, delle modalità per affrontarle sul terreno delle politiche generali, settoriali e rivendicative.

        Se questa tendenza dovesse prevalere sarebbe uno sbaglio, perché si finirebbe per concentrare la discussione sulle modalità delle forme redistributive – attraverso il contratto o attraverso una nuova politica dei redditi – senza accorgersi che, se la situazione della produzione industriale, a partire da quella metalmeccanica, restasse quella in atto, non avrebbe alcuna rilevanza accettabile la scelta se assumere nel contratto nazionale una quota di produttività o viceversa una quota del pil prodotto dal paese, come i fatti degli ultimi due anni purtroppo testimoniano.

        La seconda considerazione che mi sembra opportuno fare è che, di fronte a una fase difficile per i lavoratori e per il sindacato, di fronte a sfide interne ed esterne della portata di quelle di cui parlavo prima, l’unità non è una concessione a un rito invecchiato quanto un fattore di forza. Io penso, ad esempio, che se il congresso della Fiom potesse, sulla base degli orientamenti che la Cgil ha assunto in questi anni, concludersi unitariamente, sarebbe un risultato positivo, dopo una discussione impegnativa che ha fatto emergere punti di vista diversi. Sarebbe un segno di grandissimo valore per la Fiom e per tutta la Cgil.

        Terzo, mi aspetto che il congresso della Fiom, soprattutto quello nazionale, abbia come obiettivo quello di proporsi, pregiudizialmente e con rigore, la riconquista del potere negoziale nazionale della categoria. Ci sono scadenze che si avvicinano. Abbiamo alle spalle un risultato importante con i precontratti. La saldatura tra questi e l’avvio di una nuova stagione di contrattazione di secondo livello in una parte consistente delle imprese del settore, previi accordi sulla democrazia definiti con Fim e Uilm, deve essere una spinta al congresso per proporsi l’obiettivo di come ottenere, a partire dal prossimo biennio, questo obiettivo. Ci sono discussioni da fare con Fim e Uilm, regole da stabilire, ma ci vuole la forza e la determinazione necessaria. Poi, la Fiom può anche non raggiungere l’obiettivo, ma deve fare di tutto per provarci. Il fatto che la più grande categoria venga tenuta ai margini del rinnovo dei contratti nazionali è un’anomalia che non può durare a lungo, pena l’aggravamento di una situazione di tensione molto forte.

        Queste sono le opinioni con le quali credo che la Cgil debba stare in campo, con rigore, con rispetto di questa discussione, guardando sia alla fase dei congressi nei luoghi di lavoro sia a quelle successive, fino a quella nazionale.

        (Rassegna sindacale, n. 15, aprile 2004)