“Intervista” G.Epifani: Luca io vorrei che tu, Pezzotta e io…

05/03/2004

N.10 anno L 11 marzo 2004

ECONOMIA
 
Luca io vorrei che tu, Pezzotta e io…
 
Il segretario della Cgil lancia un messaggio in bottiglia al nuovo leader degli industriali. Per voltare pagina
colloquio con Guglielmo Epifani
 
di Paola Pilati
 
Luca, io vorrei che tu, Pezzotta ed io… Beh, non sarà proprio il tono ispirato del sonetto di Dante che il leader della Cgil sceglie per rivolgersi al presidente in pectore della Confindustria, ma il clima che Guglielmo Epifani si attende dal cambio della guardia in via dell’Astronomia è senz’altro più costruttivo. Poiché l’elezione del manager della Ferrari non è ancora formalizzata, Epifani preferisce non personalizzare. Ma il segnale è chiaro: basta veleni tra parti sociali, e tutti insieme a occuparci della vera emergenza dell’oggi, la perdita di competitività del sistema Italia.
Con Antonio D’Amato sono stati quattro anni di scontri. Quello sull’articolo 18, con cui gli imprenditori chiedevano libertà di licenziamento nelle aziende con più di 15 dipendenti, è andato a vuoto; l’altra mossa tattica, quella di spaccare il sindacato trovando con la Cisl di Savino Pezzotta un’intesa sul ‘patto per l’Italia’, è andata a buon fine. Sono stati momenti duri per la Cgil. Oggi superati solo in parte. Perché proprio dall’interno della Cgil, sul fronte della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici, si è consumata la spaccatura più insanabile: i metalmeccanici Cisl e Uil hanno firmato l’intesa per il nuovo contratto, gli altri no. E poiché l’industria metalmeccanica è parte preminente dell’apparato sia confindustriale che sindacale, lo stato delle relazioni industriali non si può definire certo rilassato. Il passaggio di consegne al vertice degli imprenditori, però, potrebbe segnare un cambiamento. Se di ciò sarà davvero portatore Luca di Montezemolo, si vedrà. Questo è comunque il messaggio in bottiglia che Epifani fa arrivare all’indirizzo del futuro presidente.
Che cosa si aspetta dalla nuova Confindustria?
"Più autonomia. E la capacità di dialogare con tutte le forze sociali".
Brucia ancora il vostro isolamento?
"Mi pare che il tentativo di dividerci non ha portato da nessuna parte. E noi abbiamo ritrovato convergenze con Cisl e Uil che sono molto importanti".
Rompere il fronte, a volte conviene. Non lo ha fatto, nel vostro campo, la Fiom?
"Su quella rottura, le responsabilità sono tante. È certamente uno dei problemi aperti, che non si risana con la bacchetta magica. Ci vuole fatica".
Quando chiede autonomia cosa intende? Meno collateralismo con il governo?
"La grande impresa è tradizionalmente filogovernativa, soprattutto perché si è legata al governo con il sistema delle tariffe e delle concessioni pubbliche. Ma in questi anni c’era una parte della piccola e media impresa che si è resa autonoma dal potere politico. Ora, invece, mi sembra che torni a prevalere il primato dell’interesse pubblico. Si chiede alla politica di svolgere un ruolo regolatore. In questo clima è necessario avere soggetti con chiara autonomia di giudizio".
La presidenza D’Amato non l’ha avuto?
"Il bilancio dell’impresa italiana in questi anni non è positivo. La produzione industriale nel 2003 è scesa di un punto; siamo assediati dal basso dai paesi che competono con noi sul fronte dei costi, dall’alto da quelli che competono in qualità. Andiamo indietro rispetto a Francia e Germania, come dimostrano i dati sull’export. Siamo in una trappola. Dobbiamo uscirne".
Come?
"L’allarme lo abbiamo dato, ma il protocollo presentato dai noi sindacati e dalla Confindustria non ha avuto nessuna risposta dal governo. E la Confindustria non ha mosso un dito per farsi sentire".
Non sarà che la Confindustria si aspetta di uscire dalla crisi con una riduzione dei costi di produzione, a cominciare dagli stipendi?
"Basta con questa storia che attribuisce l’assenza di competitività sempre ai fattori di costo e alla rigidità del sistema. Gli ultimi anni avranno pure insegnato qualcosa".
Che cosa?
"Che il conflitto redistributivo tra sistema produttivo e lavoratori ha fatto due vittime: le imprese e i lavoratori stessi. È mancata una politica dei redditi, e l’impresa industriale – che non ha generato inflazione – ha pensato di poter scaricare la tensione riducendo il reddito a disposizione del lavoratore dipendente. I lavoratori sono diventati più poveri, ma l’impresa non è diventata più ricca".
Resta il fatto che con gli imprenditori dovete di-scutere i nuovi contratti. Chiederete più soldi?
"La Confindustria deve riflettere sul fatto che negli ultimi dieci anni la quota di reddito prodotto non è andata alle retribuzioni, ma ai profitti e alle tasse. Che c’è un eccesso di precarietà del lavoro. E che se si vuole puntare a una competizione alta, hai bisogno di gente più sicura, con più diritti e più qualificazione".
Insisto: la nuova stagione contrattuale sarà più conflittuale?
"Anch’io insisto: prima dei contratti è importante capire se l’analisi di quanto è accaduto negli ultimi anni è condivisa dagli imprenditori. Se loro capiscono che veniamo da anni di compressione salariale. Tutto il resto viene di conseguenza".
In questo momento ci sono più cose che vi dividono o che vi uniscono?
"La battaglia per rinnovare il sistema produttivo puntando alla qualità dovrebbe vedere imprese e lavoratori dalla stessa parte. Ma fino a oggi ancora non è così. È una sfida difficile: vuol dire investire, assumere capitale di rischio, e alcune imprese sono restie a capirlo. Ma è un passaggio chiave. Secondo come si risolve, segnerà lo stato dei rapporti tra sindacato e imprese".
La Confindustria punta anche a cambiare il modello di contrattazione. Meno nazionale e più territoriale. Vi va?
"No. Sulla questione le stesse imprese sono divise: in ogni caso non si abbandona la vecchia strada se non si sa dove andare".
Ma vi aspettate una Confindustria più o meno conflittuale?
"Non cerco l’appeasement. Voglio una Confindustria che cambi priorità. Che non parli di pensioni, flessibilità del lavoro, articolo 18, ma che inizi a parlare dei veri fattori di competitività dell’impresa".
Meno lobby?
"Che abbia meno interessi corporativi e pensi di più alle strategie di sistema".