“Intervista” G.Epifani: legalità unita alla solidarietà

02/11/2005
    venerdì 28 ottobre 2005

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    Caro Sergio, legalità sì
    ma unita alla solidarietà

    Epifani: è il patrimonio culturale della Cgil

    Lina Parmerini

      ROMA – Caro Sergio, la legalità non può essere disgiunta dalla solidarietà. La sostanza del messaggio è questa. Anche se Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, evita le personalizzazioni. Pensa soprattutto all’emergenza in Calabria, al valore della legalità nel Mezzogiorno. Tema anche al centro delle polemiche bolognesi che hanno come protagonista il sindaco Sergio Cofferati. «L’idea di legalità è fatalmente vicina all’idea di solidarietà. Da sola non basta. Altrimenti può creare divisioni», dice Epifani che sceglie il terreno più neutrale per parlare di un tema sul quale il suo ex leader è in prima linea: quello delle appartenenze culturali, politiche. Fatto anche della storia stessa della Cgil «che ha avuto tanti militanti caduti per difendere la legalità».

      L’omicidio di Fortugno, il caso Callipo: c’è un’emergenza di cui le istrituzioni non si erano accorte?

        Oltre ai tradizionali mercati – dalla droga allo sfruttamento delle persone agli appalti pubblici – sta emergendo un’altra realtà criminale. L’uso pulito di soldi illeciti: montagne di risorse impiegate in attività commerciali, edilizie, l’indotto legato ad appalti pubblici. È in corso una strategia di riconversione della criminalità: inabissarsi e contemporaneamente espandersi su altri fronti più vicini ai poteri pubblici ed economici. Questo rende più difficile l’azione di contrasto perchè implica una capacità di analisi dei flussi finanziari e la capacità di intervenire per bloccare attività formalmente lecite che derivano dall’illecito.

        Mandare l’esercito in Calabria, in Sicilia è una soluzione?

          In Sicilia, a Palermo c’era l’esercito. Ma abbiamo ancora gli stessi problemi. Prima di arrivare a questa scelta ci sono cose più semplici e più importanti da fare. Se si fa un esame onesto degli uomini e dei mezzi delle Procure, le conclusioni sono allarmanti. L’altroieri sono stato a Foggia, il nuovo Procuratore capo mi ha detto che ha undici sostituti procuratore, ognuno dei quali con 4mila fascicoli. E c’è chi, nelle procure, è costretto a pagare con la sua carta di credito – e compie un atto non autorizzato – una serie di costi, altrimenti il lavoro non va avanti. Si parla di mandare l’esercito ma intanto la Finanziaria ha tagliato anche le spese sulla sicurezza. Ed è passato sotto silenzio.

          Vuol dire che il Governo non fa nulla contro la criminalità?

            Il Governo non ha fatto quasi nulla. C’è, poi, questo disegno di legge – un po’ sciagurato – in Parlamento che modifica la disciplina della confisca dei beni ai mafiosi. Va, cioè, nella direzione opposta di una strategia credibile.

            Così è nato l’omicidio Fortugno?

              In questo contesto, mentre cresceva questa forma nuova della mafia, si è abbassata la guardia. Ora assistiamo di nuovo a fatti di sangue, come l’omicidio Fortugno, ma in tutto questo tempo sono stati lasciati soli a combattere quelli che quotidianamente fanno azione di contrasto alla mafia. Parlo dei sindacalisti, degli imprenditori onesti, della Chiesa, dei commercianti coraggiosi, dei magistrati, delle forze dell’ordine e di una classe di amministratori pubblici. Noi, in Cgil abbiamo avuto tantissimi casi di intimidazioni. E vediamo sotto tiro le imprese. Ricordo il caso del presidente degli industriali calabresi Pippo Callipo. Ecco, su questo terreno con le imprese abbiamo lo stesso interesse. A fronte di un’area della società e dei poteri che si sta rassegnando all’indifferenza, vedere una nuova attenzione di Confindustria, di alcuni giornali, dà forza a chi non smette di lottare.

              In Calabria colpisce la reazione dei più giovani. Sono scesi in strada in tanti con uno striscione forte: «Ora ammazzateci tutti». La lotta alla ‘ndrangheta è lasciata a loro?

                Certo, è impressionante vedere quella scritta "Ammazzateci tutti" ma le risposte non possono darle loro. È un problema degli adulti. Il sindacato il 25 novembre, giorno dello sciopero, sfilerà nelle strade di Locri per non abbandonare chi sta lottando. E quei ragazzi.

                Insomma, la Cgil riscopre il tema della legalità?

                  È un principio che è sempre stato forte nella Cgil. Voglio ricordare che negli anni 50 abbiamo avuto oltre 30 capi braccianti uccisi in Sicilia. Siamo il sindacato con una scia di martiri come nessun altro. Per noi la legalità è sempre stata un valore costituzionale che si richiama agli altri valori della nostra Costituzione. A quello del lavoro, dell’uguaglianza, della libertà, della democrazia. È dunque un principio che non si è mai disgiunto dall’idea di giuistizia sociale.

                  E lei appoggia la battaglia di Sergio Cofferati?

                    La legalità si deve accompagnare a un "e": legalità e solidarietà. Voglio dire che non può dividere ma deve tendere a unire. Anche nei casi di questi giorni, senza entrare nelle polemiche, colpisce che esista una domanda di sicurezza crescente nel Paese. Noi l’avevamo detto tra i primi: il Paese è più diviso, povero, insicuro. E la domanda di sicurezza diventa più forte in chi è più fragile: negli anziani. Oltre a loro ci sono i giovani che hanno un’idea di legalità vicina alla solidarietà. Dunque, la legalità non può dividere questi giovani dagli anziani. E la legalità non puù essere disgiunta dal dare risposte ai problemi sociali. Occupare una casa sfitta è un atto contro le leggi. Ma se affermi la legalità, devi anche dare una risposta a chi non ha la casa.

                    Insomma, lei da sindaco non le avrebbe mandate le ruspe?

                      Intanto non sono il sindaco. E comunque, non sono in grado di giudicare dall’esterno. Penso, però, che in ogni circostanza si debba dare una risposta a problemi sociali che possono generare fenomeni di illegalità e – insieme – rispettare un principio di legalità. Se non si fa, i problemi poi si ripropongono. Parlavamo prima degli anziani e di come sia cresciuta la domanda di sicurezza. Ecco, credo che non debbano essere lasciati con la loro debolezza. Ma che non si debbano lasciare soli anche quelli che, per bisogno, possono trovarsi in una condizione di illegalità. O di a-legalità, perchè c’è anche una terra di nessuno, dove non c’è alcun diritto. Per questa ragione affermo che la legalità è un’idea che deve unire e non dividere. Per un sindacato confederale è un concetto chiaro, evidente perché è basato sul principio della solidarietà.

                      Ma ci sono anche circostanze che impongono un aut-aut tra due priorità, e allora che si fa? Non si sceglie?

                        Anche a un sindacato capita di decidere non tra quello che si chiede o si vuole ma tra il minore dei mali. Anche nella scelta del sindacalista si ha, talvolta, un aut-aut. Ma cosa insegna la storia della Cgil? Che quando si sceglie una tra due strade, poi si lavora per recuperare chi è rimasto indietro.