“Intervista” G.Epifani: «L’economia ha bisogno dello Stato»

22/11/2004
    domenica 21 novembre 2004

    Intervista al segretario della Cgil, Guglielmo Epifani
    «L’economia ha bisogno dello Stato»

      Guglielmo Epifani, il capo della Cgil, è un riformista vero. Lui immagina che la sinistra abbia una vocazione: riformare le istituzioni e i meccanismi dell’economia, in modo da impedire al mercato di governare tutti noi a suo piacere, e al profitto di diventare l’"interesse generale" della comunità. Epifani è preoccupato perché teme che il centrosinistra – se Berlusconi perderà le elezioni – si possa presentare impreparato all’appuntamento col governo. Lui dice che questa è la grande occasione per il centrosinistra: rovesciare l’idea del berlusconismo, cioè della deregolamentazione. Però non è sicuro che il centrosinistra ci riuscirà, non è sicuro che sia pronto, cioè che abbia chiare le idee e il programma. Quale deve essere il programma? Si possono discutere molte cose, una però al segretario della Cgil sembra chiarissima: lo Stato deve tornare in economia, il pubblico deve far valere il suo peso nelle strategie e nelle relazioni industriali: è questo il cuore della riforma. Anche del riformismo. Epifani da ragazzo faceva lo storico. Viene dai movimenti giovanili cattolici, e poi dalla federazione giovanile socialista; si iscrisse all’università subito dopo il ’68 e studiò la storia del movimento operaio. La sua laurea è su Anna Kuliscioff, e in particolare sul periodo nel quale lei lasciò il suo vecchio compagno, Andrea Costa, e si mise con Filippo Turati. Quello è il periodo nel quale tutto il movimento socialista passò dall’ispirazione spontaneista e anarchista di Costa alla socialdemocrazia organizzata, moderna e moderata di Turati. Forse Epifani ha sempre vissuto la sua vita politica attratto da queste due ispirazioni diverse, le due Kuliscioff, i movimenti e l’organizzazione.
      La prima domanda di quest’intervista è sulla stretta attualità.

      Si va alla crisi di governo?

        Ho l’impressione di no. Scatterà un meccanismo di autodifesa. Se la maggioranza non riesce a trovare una mediazione al suo interno, non solo il governo va a casa, ma perde le elezioni ed esce di scena definitivamente. Non credo che la maggioranza prenderà questa strada. Troverà un accordo. La mia impressione è che nei giochi interni della maggioranza vincerà di nuovo Berlusconi e imporrà la sua linea.

        Berlusconi dice che taglierà le tasse. Sembra che per trovare i soldi li andrà a prendere dagli stipendi dei dipendenti dello Stato.

          E’ un’idea assolutamente immorale. Non può farlo. Io in genere misuro sempre le parole, però l’idea di andare a prendere i soldi dagli statali è immorale.

          Qual è la linea economica del governo?

            Questo governo, sin da quando è nato, ha tenuto insieme tre linee economiche. Una di stampo nettamente liberista: il lasciar fare, la rinuncia a dirigere l’economia. Una seconda linea è stata quella della attenzione speciale verso alcuni settori sociali: l’area delle partite-iva, la piccola impresa, i professionisti, i possessori di patrimonio. Diciamo i ceti più ricchi. I provvedimenti dei primi 100 giorni del governo sono ispirati a questa seconda linea economica. Poi c’è una terza linea economica che contiene elementi populisti, anche verso il basso: per esempio l’aumento delle pensioni minime. Il risultato di tutto questo qual è? Che le scelte fondamentali sono a favore dei più abbienti, ma hanno sempre avuto come contrappunto una certa attenzione a qualche segmento dei più poveri. Questo è stato il mix guidato da Tremonti. Con le dimissioni di Tremonti si sono introdotti dei cambiamenti. E oggi siamo nell’incertezza: non si capisce bene se il disegno è di lasciare intatto il blocco sociale di riferimento o se invece l’arrivo di Siniscalco altera questo blocco.

            Perché Berlusconi dovrebbe cambiare le sue alleanze sociali?

              E’ di fronte a un problema complicato: il suo modello economico non regge. Cosa è che rende questo modello molto esposto? Il cambio delle premesse sulle quali è stato costruito. Le premesse erano semplici: crescita ed economia florida. La situazione economica invece è molto peggiorata, anche la situazione del debito pubblico è peggiorata, e il paese attraversa una crisi industriale di proporzioni gigantesche. Quando non crei più valore e alteri il rapporto tra ricchezza accumulata e ricchezza che generi, cosa succede? Che il vecchio afferra il nuovo. E questo per una forza che si presenta come la forza della modernità è un problema insormontabile. Con la promessa del taglio delle tasse, Berlusconi parlava al suo blocco sociale di partenza, e parlava un linguaggio dinamico, innovativo; ma se la crisi economica non gli consente di abbassare le tasse, si trova nel vicolo cieco. Deve abbandonare quel modello economico. Il guaio è che non mi sembra che Berlusconi abbia pronto un modello nuovo.

              Era un modello che aveva come condizione la crescita della ricchezza, e che non può funzionare in recessione. E così?

              Esattamente. Aveva come condizione una crescita costante della produttività. E non c’è stata. Se tu sommi i valori di crescita del Pil degli ultimi quattro anni, ti accorgi che sono i quattro anni più negativi della storia del dopoguerra.

              Addirittura i più negativi del dopoguerra?

                Si. Anche nel passato abbiamo avuto momenti di recessione forte (persino più forte di quella di oggi), ma abbiamo sempre avuto momenti di ripresa altrettanto forti che interrompevano la recessione. E poi ci aiutava la manovra monetaria e la svalutazione della lira. Non ci sono mai stati quattro anni consecutivi di stagnazione come questi. Guarda i dati: nel 2001 abbiamo avuto una crescita dell’1,8%, l’anno successivo dello 0,4, nel 2003 abbiamo avuto lo 0,3, e quest’anno sarà l’uno per cento o l’1,2% al massimo. Se noi mettiamo insieme queste cifre calcoliamo che in quattro anni il paese è cresciuto del 3,7 per cento. Se vogliamo essere più precisi, e fare il calcolo composto, arriviamo forse al 4%. Capisci? Mediamente è quello che è cresciuto un qualsiasi paese europeo in un anno e mezzo. Non sto parlando della Cina o dell’India: sto parlando della Spagna. La differenza di crescita tra l’Italia e gli altri è enorme. In queste condizioni la politica di Berlusconi diventa impossibile. Un paese che non genera più ricchezza è un paese che non genera più opportunità. E allora quello che prevale sono le opportunità legate al patrimonio, al vecchio. La spinta conservatrice nasce esattamente da questo. Dal vecchio che prevale. Sul piano economico prima, e poi necessariamente nei pensieri, nelle culture, nelle preoccupazioni per il futuro, nei comportamenti. Per questo il paese è invecchiato. Mi viene in mente l’opera di un grande economista inglese di due secoli fa, Ricardo. Lui fece questa analisi per l’Inghilterra (in un’epoca dove grande parte della ricchezza veniva dalla terra, dall’agricoltura): i salari non possono crescere molto, i profitti calano, o comunque non aumentano, l’unica componente che aumenta è la rendita. Beh, duecento anni dopo, e in un epoca nella quale la ricchezza non viene più dalla terra, l’analisi di Ricardo vale per l’Italia. Crescono solo la rendita e i patrimoni. Cresce il vecchio. Il nuovo sembra morto.

                Noi usciamo da un triennio rosso. Grandi movimenti, tra i quali il movimento sindacale, hanno imposto i loro temi, le loro agende: cosa è rimasto di quei movimenti?

                  E’ stato uno dei più grandi periodi di lotte della storia del nostro paese. Forse il più lungo. Proviamo a fare qualche paragone storico: il biennio rosso? Durò due anni, lo dice la parola. Il ’68-69? Iniziò nel marzo del ’68 e finì a piazza Fontana, 12 dicembre ’69. Un po’ più di un anno e mezzo. Stavolta i movimenti sono stati alla ribalta almeno per tre anni. E hanno imposto dei grandi temi: lavoro, pace, scuola. Questi movimenti hanno prodotto delle rotture, una crescita di soggettività, una domanda di cambiamento. Oggi la spinta si è arrestata. Per vari motivi. Il primo motivo semplice: tutti i grandi movimenti hanno dei cicli, è fisiologico. Non bisogna stupirsi se il ciclo è concluso, casomai bisogna stupirsi della straordinaria durata di questo ciclo. Il secondo motivo è che quando un movimento non produce risposte, tende ad esaurirsi, a fermarsi.

                  Nel 68-69 il movimento trovò più risposte. Ottenne molte cose…

                    Sicuramente. Incontrò forze politiche e un sistema istituzionale disposto a interloquire, ad accettare le richieste. La linea di Berlusconi (e del bushismo, su scala mondiale) è stata di chiusura, di contrapposizione. E alla fine, delle tre grandi domande, due sono rimaste senza risposta e una sola ha ottenuto qualcosa, ma non abbastanza. Alla domanda di pace la risposta è stata la guerra; alla domanda di democratizzazione della scuola la risposta è stata la riforma Moratti, cioè con un passo indietro; alla richiesta di maggiori diritti sul lavoro si è risposto con l’idea di ridurli, e di cancellare l’articolo 18. Su quest’ultimo punto abbiamo vinto noi, l’articolo 18 ha resistito. Per noi è stata una vittoria molto importante, con un grande valore anche simbolico.

                    Durante il triennio rosso si sono verificate delle rotture all’interno del movimento sindacale. Una vera e propria spaccatura tra voi della Cgil e gli altri due sindacati confederali. Si sono ricomposte queste rotture?

                      Parzialmente si. Abbiamo ricostruito una unità di azione, obiettivi condivisi, anche se con una certa fatica. Negli anni scorsi, con il "patto per l’Italia", il governo puntò a un obiettivo chiaro: dividere il sindacato. Oggi stiamo recuperando in termini di unità: sciopero generale unitario, unità contro la finanziaria, forse piattaforma unitaria dei meccanici.
                      E i risultati, per esempio, alle elezioni della "Rsu" del pubblico impiego, ci incoraggiano molto: enorme affluenza alle urne, grande successo dei confederali, la Cgil che avanza di 3 o 4 punti e arriva al 35 per cento. Diciamo che su questo piano siamo abbastanza contenti.

                      Se Berlusconi perde le elezioni, la sinistra ha un programma per governare?

                        Se Berlusconi perde è perché nella sua maggioranza passa l’idea che questo governo ha fallito. Ha fallito la sua linea. Questa è una grande opportunità, e anche una responsabilità. Il centrosinistra si troverebbe di fronte alla possibilità di spingere il paese su un’altra strada. La sinistra ha questa capacità di governo? Secondo me, oggi come oggi, no: non ci siamo. Il centrosinistra è formato da una decina di partiti. Come li teniamo insieme? Solo in un modo: stringendo un patto che si basi sui valori di fondo che condividiamo tutti e su un certo numero di cose da fare.

                        Epifani, quali sono queste cose da fare.

                          In ordine di importanza: la pace, una idea sulla nuova missione produttiva del paese, il superamento dei guasti provocati dal governo Berlusconi in termini legislativi. Il primo punto non ha bisogno di grandi spiegazioni. Si tratta di cambiare la politica estera dell’Italia e di riportarla all’interno dell’Onu e delle relazioni tra paesi europei. Il secondo punto è più complesso. La domanda è questa: di fronte alla crisi industriale e produttiva più gigantesca degli ultimi anni, cosa si fa? Quale sarà la politica industriale dell’Italia, quale sarà la politica dello sviluppo? Io dico che bisogna tornare al metodo che una volta si chiamava di "Programmazione democratica". Cioè bisogna trasformare profondamente la natura della politica economica e i suoi metodi.

                          Pensi al famoso "progetto ottanta", quello scritto da Ruffolo e da altri alla fine degli anni ’60, e cioè negli anni d’oro del primo centrosinistra?

                            Si, penso a qualcosa del genere. Un progetto per gli assetti economici e produttivi del paese nei prossimi decenni. Lasciato a se stesso, senza nessuna politica di sostegno, il nostro sistema non ce la fa. Bisogna affrontare le questioni dei servizi, del mezzogiorno, dei limiti delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni. Qualcuno pensa che il mercato possa risolvere da solo questi problemi? E’ chiaro che no.

                            Allora il ritorno dello Stato in Economia?

                            Si, un nuovo ruolo dello Stato in economia. Poi vediamo come. Io sarei abbastanza cauto nell’immaginare un ruolo di gestore diretto dell’economia. Non ne vedo le condizioni. Però lo Stato deve avere un ruolo di indirizzo, di controllo, e anche di aiuto e di sostegno della gestione.

                            Passiamo alla terza cosa che il centrosinistra dovrà fare: riparare ai danni prodotti dalla legislazione del centrodestra. Come? Abrogando tutte le leggi del governo Berlusconi?

                            Il problema non è se abrogare o mantenere. Il problema è che quelle leggi vanno cambiate. Io parlo sia delle leggi generali sia di alcune specifiche riforme. Per leggi generali intendo quella sul falso in bilancio, la Gasparri, i provvedimenti sulla giustizia, le modifiche alla costituzione. E poi ci sono le leggi più specifiche: la scuola, le legge 30 sul lavoro, la Bossi-Fini contro gli immigrati. Che si fa? Specialmente sulle ultime tre questioni non c’è alternativa: bisogna rifare le cose da capo. Cioè cancellare le vecchie leggi e presentarne immediatamente di nuove.

                            La Volkswagen ha ridotto i salari, la Siemens e la Bosh in Francia hanno esercitato un vero e proprio ricatto: o i sindacati accettano la riduzione di salario e l’aumento di orario, oppure noi andiamo a produrre all’est. Il sindacato è in grande difficoltà: la strategia delle imprese di rilocalizzare il lavoro, rischia di annullare i vecchi strumenti di lotta, come lo sciopero. E così?

                            Si, è così

                            E che bisogna fare?

                            Se tu lasci libere le aziende di muoversi senza regole, con le capacità tecnologiche di oggi, avrai un trasferimento permanente delle aziende verso aree a bassissimo costo del lavoro e a bassissimi diritti dei lavoratori. Cosa fare? Bisogna agire su tre livelli. Il primo è il livello europeo. Noi non possiamo avere una Unione Europea che in alcuni settori detta una linea protezionistica (pesca, agricoltura, trasporti) e su campi decisivi come quello della politica industriale si disinteressa. Nel campo industriale l’Europa lascia fare o addirittura prepara direttive, come la Bolkestein, che non solo non frenano ma incoraggiano il liberismo puro e la rilocalizzazione. Nessuno ne parla di queste cose, ma l’unione europea è schizofrenica e questa schizofrenia può portare a danni enormi all’assetto industriale dell’Europa e all’impianto dei diritti dei lavoratori. Io dico che dobbiamo ottenere che il protezionismo agricolo sia alleggerito (anche per aiutare il terzo mondo) e che invece si realizzi una seria politica di difesa della produzione industriale.

                            La sinistra non mi sembra molto impegnata su questo terreno.

                            No, la vedo pochissimo impegnata. E’ preoccupante questa cecità.

                            Tu dicevi tre livelli di interventi…

                              Si c’è il livello nazionale. Servono leggi degli Stati che incentivino la produzione nazionale e che ostacolino la delocalizzazione selvaggia. Io non sono in assoluto contro la delocalizzazione, cioè contro lo spostamento di risorse e opportunità in altre zone del mondo. Sono però per una delocalizzazione governata, regolata e intelligente.
                              Terzo livello. Ci vuole una cultura di impresa più attenta al rapporto tra quello che resta e quello che si delocalizza. Poi c’è un altro problema: le multinazionali. Non si può accettare che le multinazionali decidano le loro strategie, nel nostro paese, o in altri paesi, senza nessun vincolo, senza regole. Bisogna avere con loro un rapporto non di acquiescenza. Tutto questo però prevede che cosa? Un nuovo ruolo del pubblico. Un intervento forte dello Stato in economia. Esattamente quello che dicevamo prima, quando parlavamo del possibile programma di governo del centrosinistra.

                              Tu pensi anche alla possibilità che lo Stato investa, cioè che prenda quote di aziende, che entri nei capitali?

                              Questo si vedrà. Può darsi che in alcune situazioni possa essere necessario, possiamo vedere se su alcuni settori strategici serve, per esempio nella Fiat. Ma il punto fondamentale non è questo: è il pubblico che fa valere il suo peso nella determinazione delle strategie industriali. Se lasciamo tutto alla logica del profitto è un disastro. Deve contare la logica dell’interesse comune, e quindi dello Stato.

                              Piero Sansonetti