“Intervista” G.Epifani: L’allarme? Gli investimenti sotto zero

02/03/2004



 
   



2 Marzo 2004
POLITICA




 

IL DECLINO
L’allarme? Gli investimenti sotto zero


Guglielmo Epifani commenta i dati Istat. E spiega le prossime mosse del sindacato
Verso lo sciopero Per il segretario generale della Cgil, si apre una nuova fase. Serve un regolatore pubblico, perché il mercato ha fallito, crescono le diseguaglianze e l’economia è ferma per il terzo anno. E aumentano anche le tasse. Dal 10 marzo al primo maggio una nuova grande mobilitazione

PAOLO ANDRUCCIOLI


Il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, è molto preoccupato. Gli ultimi dati sull’economia italiana non fanno che dimostrare un fallimento, seppure annunciato: la produzione è praticamente ferma, l’economia rischia di vivere il suo terzo anno di blocco, cresce la diseguaglianza anche all’interno delle stesse fasce sociali, tra uomini e donne, tra nord e sud; l’Italia non compete più nonostante il suo costo del lavoro medio sia tra i più bassi in Europa. E ora aumenta anche la pressione fiscale, soprattutto sul lavoro dipendente. In più si vive in una situazione di incertezza e di precarietà, che «per onestà, bisogna ammetterlo», non è il frutto esclusivo della legge 30, che ancora non è in vigore in tutte le sue parti. E neppure ci si può oggi aggrappare ai miti della privatizzazione e liberalizzazione senza fare una nuova riflessione sul ruolo dello Stato, o meglio sulla necessità di «un regolatore pubblico»…

Epifani allora come giudichi i dati sul Pil?

I dati sono in parte attesi, lo avevamo previsto, ma in parte anche sono anche più allarmanti. Lo 0,3% vuol dire crescita zero, ma la cosa che più impressiona è che questo avviene con un’inflazione che torna a salire, anche nell’ultimo mese (ormai siamo a un punto oltre la media europea). Particolarmente pesante è il dato sugli investimenti, che sono calati del 2%. Quando si riducono gli investimenti fissi vuol dire che una componente fondamentale della domanda per lo sviluppo successivo non c’è stata. E quindi i tempi della ripresa si allungano. Colpisce anche il dato disaggregato perché quella poca ripresa che c’è è tutta dovuta al settore delle costruzioni. Nessuno lo nota, non so perché, ma è l’ottavo anno consecutivo che il settore delle costruzioni contribuisce a sostenere lo sviluppo. Il settore industriale sta sotto zero, così l’agricoltura e perfino i servizi crescono di pochissimo. Tutta la domanda viene dal settore delle costruzioni, cosa che si spiega anche con la crisi finanziaria e con la riscoperta del mattone. Poi c’è una politica di riammodernamento che produce tanta domanda, molto più delle opere faraoiniche.

Anche l’occupazione non cresce e aumenta la flessibilità…

Abbiamo un’occupazione più povera e più precaria.

Durante il vostro seminario è emersa una voglia di pubblico. E’ una tendenza vera?

Ci sono tendenze visibili: il bisogno di un regolatore pubblico (più che di Stato). Il mercato e il liberismo non risolvono i problemi. Chi ha teorizzato il contrario ha detto una falsità. Abbiamo oggi le cose peggiori: assenza di crescita e diseguaglianza che sale. C’è di nuovo una sbornia di federalismo spinto, l’idea di fare da se contro gli altri. C’è invece bisogno di un regolatore che abbia una sede nazionale. L’idea spinta di devoluzione frantuma i diritti e non aiuta il paese, il decentramento è avvertito più come rischio. Sanità e scuola ci dicono esattamente questo. Ma sta cambiando qualcosa rispetto al segno degli anni novanta in cui si pensava di privatizzare tutto.

Pensi dunque che stiamo entrando in una nuova fase e verso quale direzione?

Il mercato non risolve. Neppure negli Stati uniti la domanda si sostiene da sola, basti pensare alle grandi spese per la difesa che fanno di nuovo da volano. Quello che è certo è che viviamo un periodo molto delicato: è la prima volta che le cose possono peggiorare per le generazioni future. Si coglie l’assenza della politica. Giuliano Amato racconta, per esempio, che anche tra gli imprenditori si comincia a cogliere una nuova voglia di politica. Prima dicevano: fateci fare a noi, tenetevi fuori. Oggi hanno bisogno che la politica torni alle proprie responsabilità. E questo è un passaggio, può essere anche un segno diverso di Confindustria.

Di fronte a queste difficoltà e alla crisi, che cosa emerge dalla società e come vi preparate ai prossimi appuntamenti, il primo è quello del 10 marzo?

La gente ci chiede un sindacato unito. Dal 10 marzo faremo ripartire una nuova grande iniziativa che cambi l’agenda. Il fatto che faremo assemblee in tutti i luoghi di lavoro è straordinario. Erano anni che non succedeva. Faremo migliaia di assemblee è un prova democratica, quasi più importante dello sciopero. Si è detto che il sindacato è troppo fuori dalle aziende e questo è vero. La polemica sullo «scioperetto» era verso il governo: uno sciopero è sempre uno sciopero. Sulla riforma delle pensioni, la delega fiscale, la scuola siamo d’accordo con Cisl e Uil. La scuola è stata una prova straordinaria. E’ vero, si apre una fase nuova. Una preccupazione che era prevalentemente nostra, sta diventando una preoccupazione di tutti, perfino sulla legge 30. Dal 10 marzo, passando per il 25 aprile e il Primo maggio, con le manifestazione dei pensionati il 3 aprile, avremo due mesi in cui staremo sempre in campo. Arriveremo così alle elezioni.