“Intervista” G.Epifani: La vera emergenza è il governo Berlusconi

08/09/2003



 Intervista a: Guglielmo Epifani
       
 

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Intervista
a cura di

Rinaldo Gianola
 

07.09.2003
La vera emergenza è il governo Berlusconi
Epifani: non staremo fermi di fronte agli attacchi alle pensioni e al reddito delle famiglie

L’aggressione alla magistratura, gli attacchi alla scuola pubblica, il mancato rispetto delle istituzioni, il tentativo di colpire lsvoratori e pensionati, rappresentano i punti complementari di una politica perseguita con convinzione e coerenza da Silvio Berlusconi. Questa linea dice Guglielmo Epifani porta alla «rottura sociale del Paese, alla violazione dei principi di convivenza, alla riduzione drammatica del reddito delle famiglie e dei diritti di cittadinanza»
Di fronte a questa minaccia il segretario della Cgil chiede al mondo del lavoro e sindacale «una valutazione comune, nel rispetto delle posizioni di ciascuno, e un’azione immediata di contrasto», alle forze dell’opposizione «una mobiltazione ampia e forte nel Paese e in Parlamento, per bloccare questa
deriva». Epifani ha trascorso un sabato bolognese,
tra i funerali di Claudio Sabattini («Mi ha colpito la grande partecipazione di tutti, l’affetto corale e profondo verso un uomo che ha segnato la storia receente della Cgil»)e, in serata, una discussione
con i suoi colleghi Savino Pezzota e Luigi Angeletti
alla Festa dell’Unità. In questa intervista illustra la sua
analisi sul momento drammatico che attraversa il
Paese, la linea di azione della Cgil per l’autunno, il suo auspicio per il futuro dell’Ulivo.
Epifani, perchè parla di «rottura sociale»?
«Perchè l’autunno si presenta con emergenze e problemi noti, ma registro un aggravamento di tutti gli
indicatori sociali ed economici. La crescita dell’economia è inesistente. Si allontana nel tempo la ripresa non solo per l’Italia ma anche per l’Europa,
e forse per gli Stati Uniti. Gli obiettivi d’inflazione del Patto per l’Italia stanno naufrando in maniera clamorosa e si riduce il redditto disponibile per le famiglie. Siamo ormai il Paese con l’inflazione più alta in Europa e si allarga la forbice con gli altri nostri
partners. Non si vede nessuna seria idea di politica industriale da parte del governo, e lo stesso documento preparato da sindacati e Confindustria
è stato ignorato. Inoltre si sta aprendo per responsabilità di questo governo un conflitto molto pesante, che emergerà nella Finanziaria, con i
poteri e le responsabilità di comuni e regioni. In tutti questi elementi io vedo la conferma dell’analisi che la Cgil aveva fatto sul declino economico, civile
e istituzionale del Paese».
Poi ci sono le interviste di Berlusconi…
«Berlusconi non parla a vanvera. Dice proprio le cose che pensa. Il presidente del Consiglio e larga parte parte della sua maggioranza aggrediscono
la magistratura, non temono di scatenare conflitti interistituzionali e mostrano una disinvoltura e una
mancanza di rispetto verso i poteri e le cariche dello Stato che dovebbero allarmare tutti».
Qual è il compito della Cgil, del sindacato in questa situazione?
«Il problema che abbiamo di fronte è evidente: dobbiamo impedire che si compia lo sgretolamento sociale indotto dalle politiche del governo. La linea di Berlusconi spinge verso la corporativizzazione della società, favorisce la segmentazione sociale, accentua divisioni e insiscurezze, enfatizza la contrapposizione di interesse nel corpo stesso della rappresentaza
sociale minacciando i diritti del lavoro e di cittadinanza. Questo è il vero progetto del governo nel momento in cui appare evidente la sua
incapacità a mantenere le promesse. La vicenda più inquietante è quella della scuola».
Perchè?
«Il finanziamento a favore delle scuole private è un fatto gravissimo non solo perchè contraddice il principio costituzionale, ma questa operazione
avviene mentre contestualmente si riducono risorse destinate alla scuola pubblica. Questo è il segno di
un’indicazione precisa: si vuole diminuire di ruolo e di valore l’istruzione pubblica».
Lei conosce la proposta del governo per le pensioni?
«No. Sono mesi che i sindacati chiedono un confronto col governo, aspettiamo una risposta a un documento unitario, nessuno ci ha risposto.
Il caso pensioni è emblematico delle modalità con le quali il governo sta preparando scelte che interessano
milioni di cittadini. La sua azione genera panico e allarme crescente, non c’è lavoratrice e lavoratore che non si senta inquieto o minacciato nelle sue
prospettive di lavoro e di vita da questi disegni del governo. In questo quotidiano bombardamento di incertezze la sola certezza è che vogliono distruggere
la riforma Dini: le ipotesi vecchie e nuove che circolano, dalla delega alla chiusura delle “finestre”
fino all’anzianità, tutte si muovono per scardinare la riforma Dini e quindi sono per noi non accettabili. La
stessa riforma Dini contiene giù gli strumenti di rimodulazione per fronteggiare le esigenze di equilibrio dei conti previdenziali. Ma il governo
vuole solo far cassa e mandare un messaggio rassicurante a Bruxelles».
Se la sua analisi è giusta anche le imprese non se la passano. Epppure non si sentono grandi
lamentele pubbliche.
«La cosa che più mi sorprende è la doppiezza di molte imprese. Ho sentito che Umberto Agnelli ha chiesto di far di più sulla previdenza. Mi permetto di dire che se c’è un’azienda che non dovrebbe parlare di questo argomento, questa è proprio la Fiat. Tra prepensionamenti, mobilità corta e lunga, rifiuto di ogni principio di rotazione della cassa integrazione
per i lavoratori, la Fiat è stata l’espressione di un’idea malthusiana della durata del lavoro».
Non vede segni di ravvedimento in Confindustria dopo il collateralismo di questi anni?
«La linea di Confindustria la dice lunga sugli errori delle imprese. Qualche segnale di cambiamento si vede, molti si accorgono dell’inadeguatezza della politca industriale, del mancato controllo dei prezzi che penalizza le famiglie ma anche la competizione
tra aziende. Però non succede niente. Ci sono imprenditori che pensano ancora di uscire dalle difficoltà comprimendo i diritti e il valore del lavoro,
scaricando sui lavoratori le difficoltà che le imprese incontrano non accorgendosi che queste sono il frutto degli errori del governo».
Con Cisl e Uil si può fare qualche cosa insieme?
«Con Cisl e Uil è importante avere rapidamente la possibilità di confrontarci su queste questioni centrali
per il Paese. E in queste settimane ho letto e sentito dichiarazioni dei vertici di Cisl e Uil che esprimevano preoccupazioni molto simili alle nostre su prezzi, pensioni, welfare, politica industriale. Abbiamo davanti un passaggio importante e spero che possiamo mettere assieme le nvalutazioni e
porci l’obiettivo comune di difendere milioni di persone, giovani e anziani».
Probabilmente alcuni vorranno attendere la Finanziaria prima di muoversi.
«Capisco la prudenza, la richiesta di aspettare che il governo espliciti la Finanziaria. Ma sarebbe davvero un errore di sottovalutazione se il sindacato restasse inattivo. Questo governo non ha volontà di dialogo col sindacato, anzi vuole usare la strada della
divisione sindacale per nascondere le proprie difficoltà. La Cgil è interessata alla ripresa del confronto unitario, nel rispetto dell’autonomia di tutti
e delle differenze di valutazione e di posizione. Ma non ci possiamo permettere di stare fermi, non possiamo scoprire che il governo taglia pensioni
e sanità e noi non facciamo niente».
Anche nel centrosinistra c’è un vivace dibattito:
lista unica, Partito riformista europeo, Ulivo
stretto e allargato. Che cosa ne pensa?
«Dalle forze politiche dell’opposizione avverto il
bisogno che mettano in campo rapidamente un’idea di società, progetti, obiettivi, non seguendo sempre i terreni che sceglie il governo giorno per giorno. E’ necessario maturare velocemente una forte allenza sui contenuti, una capacità di mobilitazione nel
Paese e nel parlamento, mostrando una maggior coesione e chiarezza sugli obiettivi. In questa direzione tutto è legittimo. Auspico una vasta alleanza che si allarga, spero in una politica di inclusione, aperta ai movimenti, ai sindacati nella loro complessità e pluralismo. E’ un processo difficile, in
cui ogni soggetto dovrebbe rinunciare a un po’ della sovranità del proprio particolare, ma in un momento
come questo mi pare che non si possa fare altro».
Un gruppo di dirigenti della Cgil ha presentato un documento molto critico sul recente passato della Confederazione chiedendo una svolta. Condivide questa richiesta?
«Ho letto il documento con molta sorpresa. Contiene infatti un’idea molto radicale, sostanzialmente demolisce tutto quello che la Cgil ha fatto in questi anni. C’è l’idea, in quel documento, che la Cgil ha sbagliato tutto. Osservo solo che se così fosse,
questa idea segnerebbe l’assenza di qualsiasi ruolo autonomo della Cgil anche nel futuro consegnando ad altri – e non alla capacità che ha avuto la Cgil – il merito di disarticolare quel fronte sociale e di interessi che il governo aveva tentato di costruire. La nostra azione, invece, deve ripartire dalla valutazione pienamente positiva di quello che abbiamo fatto e dobbiamo trasferire la nostra esperienza nel nuovo contesto che abbiamo di fronte».
Questa discussione può riportare alla rinascita delle «componmenti» nella Cgil?
«Il modello di democrazia interna che da dieci anni segna le regole e la vita interna della Cgil sono un patrimonio da salvaguardare. Non credo che in Cgil nessuno voglia ritornare indietro anche perchè ci sono nelle nostre regole e nella nostra cultura spazi di confronto, di libertà, di opinione, di democrazia. Un’organizzazione così vasta, che anche quest’anno
aumenterà il numero degli iscritti, si governa solo con collaudate regole democratiche di vita interna».