“Intervista” G.Epifani: «La sinistra sia più vicina ai metalmeccanici che ai banchieri»

12/01/2006
    giovedì 12 gennaio 2006

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    IL LEADER DELLA CGIL

    Epifani: «La sinistra sia più vicina ai metalmeccanici che ai banchieri»

      Sergio Bocconi

        «L’ordine del giorno approvato dalla direzione dei Ds è un passo coraggioso e importante. Riconosciuti gli errori, che ci sono stati, è bene andare avanti. Mi sembra che il centrosinistra abbia dimostrato la volontà di riaffermare la cultura del lavoro, dell’innovazione, della mutualità. In questo modo si può tornare a fianco dei metalmeccanici piuttosto che dei banchieri». Guglielmo Epifani è il leader della Cgil, quindi pensa anzitutto ai contratti. Ma sa bene che oggi i problemi e gli imbarazzi sollevati dalla questione Unipol sono una priorità della politica. Sul rapporto con gli affari dice dunque: «Bisogna recuperare l’autonomia critica della politica senza la quale il rischio, più del collateralismo, è la subalternità». Invita poi le cooperative a un’autoriforma, ed estende il richiamo all’intero mondo della mutualità: non solo alla Lega delle coop «rosse», ma anche alla Confederazione di quelle «bianche». Verrebbe da dire: un appello bipartisan. «Si può, sebbene in questo caso forse si semplifica».

        Qual è stato l’errore più grave del centrosinistra nella stagione delle Opa?

          «C’è stato un errore politico di valutazione, molto pesante».

          Lo sostiene anche il presidente dei Ds Massimo D’Alema. Ma quando Piero Fassino dice all’ex capo di Unipol Gianni Consorte «Abbiamo… avete una banca» le pare un problema di valutazione politica? O piuttosto di potere, influenza…

          «Sicuramente ai vertici di Unipol ci doveva essere una "volontà di potenza", altrimenti non si spiegherebbe tanta determinazione. Ma conosco Fassino: sarei portato a escludere una simile lettura».

          Dunque, l’errore?

          «È stato proprio di valutazione: senza l’affermazione dell’autonomia critica della politica il rischio non è il collateralismo, ma la subalternità alla cultura egemone in quel mondo degli affari che si è mosso all’ombra delle scalate e non estranea a una parte più ampia della finanza: tutto si riduce a una lotta fra poteri, al fare i soldi attraverso i soldi. L’etica, l’impresa, il lavoro, l’innovazione spariscono. Il problema è l’assoluta assenza di riferimento di come si determinano scelte e valutazioni in tutti i settori: nessuno si chiede se una banca serve allo sviluppo, al territorio, alla clientela. Serve per il potere e i soldi che porta a chi la possiede».

          Un errore però che parte da lontano: i rapporti fra Unipol e il "circolo Gnutti" risalgono al ’99, alla scalata a Telecom.

            «Noi, il sindacato, ai tempi dell’Opa Telecom avevamo già espresso critiche. Un’azienda con grandi possibilità si ritrovava piena di debiti. Inevitabilmente si sarebbe ridimensionata. Prima delle scalate Telecom era più importante della spagnola Telefonica. Oggi è il contrario».

            Ma l’allora premier D’Alema approvò.

              «Il problema non è se qualcuno abbia difeso o difenda questo o quel progetto. Le ripeto: l’errore è stato di valutazione. Difendere l’autonomia della politica non significa certo negare gli inevitabili tentativi di condizionamento fra poteri. Quelli ci sono e ci saranno ovunque, in Italia, in Europa, nel mondo. Bensì significa avere un proprio punto di vista critico sui processi economici, sociali, finanziari. Punto di vista che non può rincorrere le singole situazioni, ma deve stabilire criteri non tattici per i profili di valutazione. Solo così si può essere altro dalle interferenze, rafforzare il rispetto per le autorità di controllo, chiedere alle imprese comportamenti etici e responsabili».

              Il centrosinistra le sembra oggi "attrezzato" per simili riflessioni e conclusioni?

                «Il tema è comune a tutte le forze politiche, ma spetta al centrosinistra riprendere ricerca ed elaborazione. Pensando anche alla possibilità di diventare forza di governo: inserire questi punti nelle proposte agli elettori gli darebbe la possibilità di presentarsi come forza autenticamente riformatrice. La maggioranza non è invece in condizioni di proporsi come tale. L’azione dell’esecutivo lo dimostra, per l’esistenza del conflitto d’interessi in capo al premier Silvio Berlusconi: le riforme trascinate per anni, come quella del risparmio, i ripetuti condoni hanno finito per indebolire l’etica pubblica».

                Cosa prevede per Unipol e Bnl?

                  «La tempestiva decisione della "nuova" Bankitalia consente di tirare una linea di chiarezza. Per Bnl il pallino torna agli spagnoli del Bbva».

                  Scenario che avete mostrato di preferire fin dall’inizio. Forse perché avevate già l’accordo in tasca con gli spagnoli sulla conservazione dei posti di lavoro.

                    «Per Antonveneta non avevamo alcun accordo: siamo stati subito critici verso le iniziative di Unipol e Lodi perché non era convincente la difesa dell’italianità delle banche, principio fatto saltare proprio da Bankitalia: se fossero andate in porto nozze come Bnl-Montepaschi e Capitalia-Antonveneta, olandesi e spagnoli non avrebbero lanciato le Opa».

                    Quindi Bnl al Bbva?

                      «Sempre che gli spagnoli continuino a ritenere valida l’offerta. Bisogna poi vedere se intendono procedere da soli o con altri, magari avviando contatti con il mondo cooperativo, Unipol. Per noi è importante capire se confermano il piano già discusso. Che prevede l’impegno a conservare il "cuore" in Italia e i legami con il territorio».

                      Le coop potrebbero restare in gioco?

                        «Per fatturato e fabbisogno hanno piena legittimità ad aspirare a un "polmone finanziario". Paradossalmente Bnl poteva essere più adatta a un’integrazione con loro che con Unipol: se la compagnia voleva una banca per distribuire polizze, Bnl non era la più adatta, e non era alla sua portata. Lo stop di Bankitalia può rivelarsi per Unipol e le cooperative non una sconfitta ma un’opportunità».

                        In che senso?

                          «Unipol può ripensare allo sviluppo, concentrarsi sul core business e tornare a conciliare mercato e mutualità»

                            Nozze con il Montepaschi?

                              «Le riflessioni spettano a Unipol, Mps, fondazioni e coop. Molto dipende comunque dalle scelte strategiche di Siena: se restare com’è, allearsi o fare il salto verso una grande aggregazione bancaria».

                              Perché un’occasione per le coop?

                                «Possono riflettere meglio sulla necessità di avere una banca e su quale tipo di istituto puntare. Ma soprattutto devono avviare un’autoriforma: ci sono problemi di trasparenza, governance, controllo, efficacia della partecipazione al voto dei soci, coerenza rispetto ai valori della mutualità e al rapporto con l’economia di mercato. Un processo che parta da loro, da tutte le forze dell’economia cooperativa. Che in Italia e in Europa ha una funzione importante. Non sarà qualche "furbetto" a cancellarla».