“Intervista” G.Epifani: la Cgil in piazza contro la guerra e il terrorismo

17/03/2004


  Sindacale




17.03.2004
Epifani: la Cgil in piazza sabato contro la guerra e il terrorismo
di 
Felicia Masocco


 Guglielmo Epifani, la Cgil sarà al corteo pacifista, come un anno fa e come allora senza indugi. Con quali parole d’ordine?
«Noi stiamo nel “tavolo della pace” con altre organizzazioni e riteniamo che sia importante tenere aperto il fronte sociale attorno alle parole d’ordine “no” al terrorismo e “no” alla guerra».

C’è chi come il premier sostiene però che se si manifesta contro l’uno non si può manifestare contro l’altra: sono due piattaforme contrapposte.

«È una visione di parte che copre un pensiero non corretto. Il movimento della pace chiede che i problemi del mondo vengano risolti con gli strumenti della legalità internazionale e senza ricorrere alla guerra. Lo dico anche rivolto a quelle frange del movimento che guardano all’aspetto del “no alla guerra” e non si pongono con la stessa forza di comprendere il nesso che lega terrorismo-guerra-terrorismo».

In effetti si tratta di un movimento piuttosto composito e per questo si presta ad essere strumentalizzato…

«L’essere composito è la sua ricchezza, non un suo limite. La forza di questo movimento è stata la sua ampiezza. Le grandi manifestazioni della primavera del 2003 hanno dimostrato la volontà dei cittadini soprattutto europei di veder affermati i valori della pace. Il movimento è composto da diverse culture: anche sul tema della pace ci sono posizioni diverse. C’è quella più intransigente, assoluta, del “no alla guerra in ogni caso”; c’è quelal che si richiama al pacifismo temperato, ad esempio a quello dettato dalla nostra Costituzione. E ci sono anche persone e movimenti che si oppongono all’uso della guerra per combattere il terrorismo perché ritengono che questo vada affrontato con strumenti diversi. C’è una complessità di sensibilità che attorno a questi temi si riuniscono pur avendo punti di partenza non propriamente simili».

Insiste molto sul valore del pluralismo: crede che sia un aspetto non compreso a sufficienza del movimento pacifista?

«Io dico che questa complessità non può essere ridotta, pena l’indebolimento del movimento per la pace. Tutto quello che è avvenuto nelle ultime settimane, cioè l’aver introiettato la polemica interna al grande movimento per la pace per dividerlo secondo me è un errore tragico, che se non viene fermato e arrestato corre il rischio di rendere più chiuso un movimento che invece deve restare aperto. Ed è invece importante che sia un movimento aperto perché è anche il modo per far partecipare le persone, i giovani che si ritrovano attorno a questo rifiuto della logica di guerra pur avendo, ripeto, sensibilità e culture non simili. La Cgil ci sta con i propri valori tradizionali, siamo nel movimento e manifesteremo il 20 marzo con l’obiettivo di spezzare la spirale terrorismo-guerra-terrorismo, e per ricostruire sedi e istituzioni di legalità internazionali che intorno a queste questioni si sono in parte dissolte. A partire dal ruolo dell’Onu. Questa è la posizione che la Cgil sostiene, ed è evidente che la tragedia dell’azione terroristica a Madrid – con i rischi concreti che essa può portare anche per il nostro e ancora per altri paesi – rende oggi più forte l’esigenza di spezzare questa spirale».

L’altra manifestazione, quella del 18: lanciata dal presidente dell’Anci è stata rilanciata come appuntamento bipartisan. Vi convince? Ci sarete?

«Tra il carattere istituzionale dell’iniziativa proposta dall’Anci e quello di tipo più politico c’è stata una sovrapposizione che ha generato confusione e divisioni: si è indebolita la stessa prospettiva di un’azione istituzionale. Non so se questo errore si potrà correggere e far assumere alla manifestazione un carattere esclusivamente istituzionale. Va da sé che una manifestazione indetta dai sindaci che vede rappresentanze comunali unite nel combattere il terrorismo ed esprimere solidarietà alla Spagna per la sua tragedia, difficilmente si sarebbe potuta prestare a qualche rilievo».

La Cgil sarà presente il 18 marzo (domani, ndr)?
«Ci sarà una presenza, ma il punto non è questo. Perché quando una parte importante delle forze politiche e dei movimenti sociali per questi motivi non si ritrova nella logica politica del 18, anche il segno dell’iniziativa ne risulta compromesso».

Si rischia la contrapposizione, dice. Ma anche dentro al movimento pacifista c’è chi minacciando “ceffoni umanitari” si arroga il diritto di dire “tu si, tu no”. Lei che ne pensa?

«Questa è un’affermazione intollerabile e irresponsabile. Non ho mai visto un movimento della pace che usa argomenti e frasi di violenza. E’ una contraddizione in termini, il movimento per la pace non può che avere dentro di sé anche un comportamento inclusivo e pacifico, è la grande lezione della cultura che cresciuta attorno alla marcia Perugia-Assisi. Il rifiuto della guerra deve portare con sé una cultura della comprensione e del rispetto reciproco. Queste espressioni sono da condannare senza riserve».

Però la Cgil sarà in piazza con chi queste espressioni le ha usate. Non è una contraddizione?

«Noi saremo in piazza con i tanti che si battono per la pace, giovani e lavoratori. Se la manifestazione del 20 non dovesse svolgersi nel rispetto nei confronti di chiunque voglia partecipare condividendo le parole d’ordine “no al terrorismo, no alla guerra“, questo segnerebbe ua profonda divisione del movimneto ed un esaurimento della sua funzione, proprio quando le sue ragioni si affermano. Se questo dovesse, malgrado tutto, avvenire non potremo che interrogarci sulle strade da seguire. È evidente che si deve sempre chiedere coerenza tra le parole d’ordine di una manifestazione a cui si intende partecipare e i comportamenti che poi si assumono, ma è un altro discorso che attiene alla sfera della coerenza tra il fare e il dire e quindi definisce la base per un giudizio di natura politica. Oggi alla luce degli ultimi fatti mi sembra ancora più importante far premio su quello che unisce e non su quello che divide, questa è stata la forza del movimento pacifista, l’aver rappresentato l’orientamento della stragrande maggioranza della popolazione, specialmente europea».

Anche a Madrid un anno fa sfilarono in tanti. Uno anno dopo bombe e morti e un governo a cui è stato chiesto il conto. Che cosa ricava dagli avvenimenti spagnoli?

«Intanto l’esito delle elezioni spagnole è molto importante anche per il sindacato italiano e per la Cgil. Perché Zapatero è stato in questi anni accanto alle lotte del sindacato spagnolo e ne ha sostenuto le ragioni. Inoltre con la vittoria del Psoe la Spagna ricomincia a lavorare per un’Europa più forte e per un profilo europeo più nitido. Infine, con questa vittoria le ragioni contro il terrorismo e contro la guerra che hanno segnato il nostro punto di vista escono rafforzate, in Spagna, in Europa e indirettamente anche in l’Italia».

C’è una lezione da trarre?

«Resto convinto – prima di arrivare alla lezione – che il modo approssimativo, incredibile, con cui il governo spagnolo ha trattato la vicenda dell’attribuzione dell’attentato ha aiutato la vittoria dell’opposizione, ma non penso che l’abbia determinata. Resto convinto che nel voto si è espresso qualcosa di più che il semplice, legittimo sdegno nei confronti del governo dopo l’attentato. C’erano una domanda di cambiamento sociale, una domanda di più Europa e, ovviamente, la conferma che la stragrande maggioranza degli spagnoli era ed è contro l’intervento armato in Iraq».

Zapatero ha annunciato il ritiro delle truppe dall’Iraq, l’Italia deve fare lo stesso?

«Ormai siamo al redde rationem, non regge più la tesi per cui se si va via si lascia l’Iraq in balia del disastro. Il problema è che si deve lavorare per riportare immediatamente l’Onu in Iraq, per tornare a un principio di legalità internazionale, avviare un processo di democratizzazione e riconsegnare l’Iraq agli iracheni. Quindi riproporre il ruolo delle istituzioni internazionali e a tutto questo serve il ritiro delle truppe. Dopo la scelta di Zapatero questa posizione si rafforza e si può forse riavvicinare un ritorno in campo dell’Onu».

Sabato in piazza per chiedere questo. Che tipo di partecipazione si aspetta?

«Per la Cgil ci sarà una grande presenza dei quadri e dei militanti, la voglia di partecipare è cresciuta in queste ore. Le nostre bandiere saranno listate a lutto per la tragedia di Madrid. Ci sarà la Cisl, le Acli, tutti i componenti della tavola della pace: abbiamo lavorato perché si tenesse questo profilo unitario e questo rafforzerà anche la pressione sulle scelte del nostro governo che oggi è più isolato in Europa. Una ripresa di iniziativa europea non può che ripartire dalla drammatica situazione tra israeliani e palestinesi. La fine della logica della guerra impone il ritorno in campo della politica e della necessità che attraverso la politica si risolvano i problemi».