“Intervista” G.Epifani «Il vuoto di governo»

07/01/2003





 
   
07 Gennaio 2003


 

«Il vuoto di governo»
Guglielmo Epifani apre la stagione contrattuale dai salari e dalla politica industriale
PAOLO ANDRUCCIOLI


La guerra dei prezzi si può tradurre solo in un modo: nel crollo del potere d’acquisto dei lavoratori. Abbiamo chiesto al segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, come si sta preparando il suo sindacato alla nuova stagione dei contratti. E qual è la suastrategia in una situazione di economica bloccata.

Epifani, qual è il punto politico e sindacale che si nasconde dietro lo scontro sulle statistiche sui prezzi? La stagione contrattuale si riapre sui salari?

Il punto centrale è evidente. Se prendiamo i dati ufficiali dell’Istat su una crescita dell’inflazione a dicembre (sul dicembre del 2001) del 2,8%, significa che i contratti nazionali che sono già stati chiusi, sono stati rinnovati con un punto o qualcosa di più al di sotto dell’inflazione. Sono stati rinnovati infatti all’1,7%. Tutti quei lavoratori ci hanno già rimesso. Per i pensionati il discorso è lo stesso e la perdita è evidente. Questo dato di fatto si riscontra nella contrazione dei consumi, che è sotto gli occhi di tutti. E la contrazione dei consumi determina più in generale il rallentamento della crescita. C’è anche un altro fatto evidente: si sta allargando la fascia della povertà, fenomeno che viene aggravato dalle ultime decisioni del governo. Viene cancellato il reddito di inserimento e gli incapienti sono penalizzati dalla riforma fiscale. Così, non si fa altro che allargare l’area della povertà.

Il ministro Tremonti si dice però molto soddisfatto perché l’Italia non è in recessione e perfino l’Europa ci promuoverebbe. Poi però i dati sull’economia reale dicono qualcosa di diverso. Come stanno le cose?

E’ chiaro che anche il ministro Tremonti è costretto a parlare di stallo. Il paese non cresce, se non dello 0,2%, mentre gli altri paesi hanno ricominciato a crescere a ritmi molto più sostenuti. Tremonti, quando c’erano governi di centro sinistra con una crescita del 2% parlava di recessione. In confronto a oggi quello di allora era dunque un boom economico. Cresce poi la produttività e i posti di lavoro che si creano sono tutti precari e flessibili. Parliamo giustamente molto della Fiat, ma non di tutto il resto: la crisi delle telecomunicazioni, di una parte dell’industria della moda, del grande indotto della stessa Fiat, della Cirio, di ampi settori della ricerca dove ci sono dei punti di eccellenza che sono entrati in crisi per la prima volta. C’è la crisi di Finmeccanicia, del settore petrolchimico, dell’industria farmaceutica. Insomma la lista è lunghissima e se la confrontiamo con quello che sta succedendo nel settore bancario per effetto delle fusioni, con i tagli agli enti locali, con la crisi della pubblica amministrazione ne esce un quadro davvero drammatico e molto, molto preoccupante. Che si fa su questo? nulla. Il governo, mentre su altri punti cerca di risponderci in qualche modo, su questo nicchia, non parla. Il governo in realtà o non ha nessuna intenzione di affrontare questa grande crisi industriale, oppure, più semplicemente, non è capace di farlo.

Capisco che potrebbe apparire, in questo quadro, una questione minore, ma esiste ancora la politica dei redditi?

Politica dei redditi significa in sostanza un’idea combinata dell’andamento di tutte le retribuzioni. E’ un principio di coesione e un sindacato confederale non può essere contro una reale politica dei redditi. Il problema però è che, dopo più di 10 anni di redistribuzione a favore delle imprese, ora si dovrebbe ripartire dai redditi operai. E comunque dai salari e dalle retribuzioni più basse che sono state penalizzate in tutti questi anni. E si dovrebbe ripartire dalle regole su prezzi e tariffe che l’accordo del 1993 prevedeva. Ma anche su questi punti il governo è sordo. Le regole che spingono alla coesione sociale non interessano, perché per questo governo è più importante la divisione. Si opera per la divisione anche all’interno degli stessi settori del lavoro.

Si riparte però ora dai contratti. Il segretario della Uil, Angeletti, dice che bisogna chiudere il contratto dei metalmeccanici e quello dei pubblici dipendenti con le vecchie regole, e che solo in un secondo momento lo schema contrattuale si dovrà ridiscutere. Baretta della Cisl parla invece di aumenti poco al di sotto dell’inflazione reale. Qual è la posizione della Cgil?

Dobbiamo rinnovare i contratti dei pubblici dipendenti e quello dei metalmeccanici con il modello attuale. Sarebbe assurdo cambiare le regole in corso d’opera. Si tratta poi di far rispettare le promesse che sono state fatte ai dipendenti pubblici e che invece sono state cancellate. Si tratta di affrontare il contratto della scuola e poi quelli di oltre due milioni e mezzo di lavoratori privati, ovvero dei metalmeccanici e del commercio. Ci sono già le piattaforme e su quelle ci misureremo con Cisl e Uil. Mi sembra però che le dichiarazioni di Angeletti e di Baretta siano un primo passo avanti. Anche la Cisl riconosce che esiste una questione salariale urgente; senza spingersi troppo in là, Baretta pensa di fermarsi poco prima del 2,5% dell’inflazione reale. E’ comunque un passo. Per quanto riguarda la rivisitazione del modello contrattuale ci sarà il tempo giusto per farlo. Noi non ci tireremo indietro dalla discussione. Ora però dobbiamo rinnova questi contratti.

Ci sono, secondo te, altre scadenze che si faranno urgenti, come le pensioni? E che cosa proporrete sulla Fiat, lo sciopero generale?

Il presidente del consiglio ha fatto un discorso strano sull’articolo 18. Se ha voluto dire che non si deve più toccare, allora vuol dire che abbiamo vinto. Se invece vuol dire altro allora dobbiamo stare sul chi va là e capire le reali intenzioni. Sulle pensioni, in una situazione economica come quella attuale, mi sembra francamente improponibile un intervento sul sistema previdenziale. La delega è comunque ferma. Vedremo cosa ha intenzione di fare il governo. Anche sulla Fiat vedremo che cosa sarà più utile fare. Abbiamo fatto proposte precise alla Cisl e alla Uil. Così come proponiamo una serie di scadenze: un convegno sulla Fiat, una grande iniziativa a Milano sui diritti, una sulla scuola e la formazione a Roma. Ma, ripeto, quello che ci sembra più urgente ora è affrontare la politica industriale. Il vuoto non può che portarci al declino.