“Intervista” G.Epifani: «Il Patto? Va riformato, l’Italia arranca»

19/01/2005

    mercoledì 19 gennaio 2005

    sezione: IN PRIMO PIANO – pagina 2

    Intervista / Guglielmo Epifani

    «Il Patto? Va riformato, l’Italia arranca»
    Un errore ridurre le tasse, ora non ci sono neanche i fondi per gestire le crisi

      MASSIMO MASCINI
      LINA PALMERINI

        ROMA • Guglielmo Epifani chiede moderazioni sul contratto dei metalmeccanici: ai suoi e alle imprese. Il rischio è un conflitto sociale che non giova a nessuno, i fondi per lo sviluppo sono poca cosa e si rischia una «guerra tra poveri». Le tasse? Un errore il taglio di Berlusconi, ora non ci sono neanche i fondi per gestire le cento crisi in atto. Per il segretario generale Cgil è giusta la via delle riforme a costo zero e, ad esempio, la Cgil sulle liberalizzazioni «non si è mai tirata indietro». Ma ci vuole più ossigeno per gli investimenti che potrebbe arrivare proprio dalla reinterpretazione di Maastricht.

        Le risorse sono il dilemma al tavolo sulla competitività. Una strada per recuperare fondi è quella della revisione del Patto?

          Noi siamo favorevoli a una riforma, purché non sia fatta in modo strumentale e — come dice Giorgio Ruffolo — «magliaro». Le modifiche dovrebbero stabilire che la quota di spese da espungere dal calcolo del 3% sia solo e rigorosamente per quegli investimenti in linea con gli obiettivi di Lisbona. A quel punto si creerebbe un controllo in sede europea che, di fatto, diventerebbe anche un luogo di coordinamento sulla politica industriale. Insomma, nascerebbe un «mister euro» anche per lo sviluppo economico dell’Unione. Detto questo, le ultime notizie che arrivano da Bruxelles farebbero pensare a un orientamento negativo della Commissione sull’allentamento del parametro del deficit e a un qualche margine in più sull’estensione della «golden rule». Se così fosse, non hanno aiutato modalità un po’ improvvisate che alcuni Governi , fra cui il nostro, hanno usato per affrontare la questione.

          Il Governo punta tutto sulla riforma fiscale: fa crescere i consumi. È difficile spiegare ai lavoratori che pagare meno tasse è sbagliato?

          Noi non siamo contrari a una riduzione fiscale, siamo contrari a questa riforma: premia i redditi alti, trascura i pensionati e i salari più bassi. Sottrae risorse alle politiche di sviluppo. Non è difficile da spiegare soprattutto quando si possono citare esempi come quello francese: Chirac ha creato un’agenzia per l’innovazione industriale che avrà in dote un miliardo di euro di investimenti pubblici all’anno, più altrettanti dal mondo privato. Il Governo, con la Finanziaria, ha invece ignorato il problema, salvo recuperarlo ora, in extremis con il negoziato sulla competitività.

          Quanto scommette su un esito positivo del confronto?

            Le aspettative sono basse perché la Finanziaria ha ignorato il tema della competitività. Ora, siamo già in ritardo, l’Italia arranca, ci sono cento crisi solo a Palazzo Chigi, migliaia di casse integrazioni straordinarie che stanno per scadere. Il negoziato dovrà innanzitutto affrontare l’emergenza sociale: ci sarà bisogno di fondi per rifinanziare gli ammortizzatori visto che la Finanziaria non lo fa. Incalzeremo il Governo: la riduzione delle tasse non basta e, quel che è peggio, non garantisce coesione sociale. Si doveva ridurre il cuneo contributivo, restituire il fiscal drag, dare sgravi ai salari bassi, ai pensionati: si sarebbe evitata una tensione salariale che sta scoppiando.

            Sta tornando la conflittualità?

              Le difficoltà delle aziende sono una realtà, mediamente le cose non vanno bene. Capisco la posizione delle imprese, le risorse sono poche, ma c’è anche una forte esigenza salariale dei lavoratori: in questi anni i prezzi sono cresciuti. Si sono compressi i consumi, la gente fatica ad arrivare a condizioni di vita decente. Non è una scelta ideologica del sindacato, e questo rende il problema più acuto, perché è meno gestibile. Gli industriali non possono fare finta che non esista. Io ho avvertito la necessità di dire ai lavoratori che la situazione delle aziende è pesante e, quindi, non esistono ampi margini distributivi. Ma Confindustria e Federmeccanica devono inviare al proprio interno un messaggio uguale e opposto: dire che esiste un problema reale di remunerazione del lavoro.

              Basterebbe questo a risolvere il problema?

              Aiuterebbe a porre il conflitto su un piano dei reciproco rispetto. Sarebbe importante, perché se i lavoratori esprimono rivendicazioni sacrosante e le imprese hanno necessità reali, l’unico modo per eliminare il conflitto è quello dei riconoscere onestamente la situazione.

                Le imprese non lo hanno fatto?

                  La loro prima uscita è stata sbagliata. E, invece, devono capire che dietro quelle rivendicazioni non c’è un sindacato che vuole cavalcare il conflitto, c’è un problema vero. Senza tener conto dell’importanza di una piattaforma finalmente unitaria, che cerca di superare la frattura degli anni passati.

                  Il Centro-sinistra si divide sulle liberalizzazioni, Bertinotti è contrario. La Cgil le appoggia?

                    Noi ci siamo impegnati negli ex monopoli pubblici (Poste, telefonia, Enel e Fs) e siamo stati determinanti per aprire i mercati. Adesso però occorre fare un bilancio onesto degli interventi operati in dieci anni: ho l’impressione che siano rimasti tanti problemi quanti ce n’erano prima. Forse qualcosa è mancato nella fase della transizione, quando servono regole e controlli forti.

                    Per la Fiat conferma l’idea di una presenza pubblica?

                      Siamo stati i primi a dirlo e ora vedo che la stessa famiglia Agnelli non esclude un intervento pubblico. Sono preoccupato per i tempi troppo lunghi del contenzioso con Gm, vorrei si concludesse in fretta. La Fiat deve avere la libertà di cercare un partner importante, capace di investire, perché servono ingenti risorse: l’indebitamento è alto, investire costa, la concorrenza è forte. Certo, penso a una presenza pubblica che aiuti lo sviluppo dell’azienda, non che serva a scambi di favore. E certo non un modo per creare condizionamenti del Governo sulla Fiat.

                      Molti sono contrari.

                        Ma questo non sarà un problema solo nostro? C’è una forte presenza pubblica in Volkswagen e in Renault. E c’è una multinazionale tedesca della cosmetica, quella che produce la crema Nivea, con sede ad Amburgo, che per il 10% è di
                        proprietà della città di Amburgo. Perché scandalizzarci?

                        È vero che la Cgil assieme ai Ds ha tramato per far perdere Francesco Boccia nelle primarie in Puglia?

                          Ma cosa dite? Gli iscritti alla Cgil votano come credono. Semmai la Cgil ha da dire qualcosa sul fatto che si facciano primarie senza avere un programma. Che significa? Che se vince Vendola vince il salario sociale e se vince Boccia no? La Cgil vuole i programmi per giudicarli. Quelli ci interessano, indipendentemente da chi li fa.