“Intervista” G.Epifani: il Paese vacilla

18/07/2005
    domenica 17 luglio 2005

    Pagina 11 – Economia

      L´Intervista

        Il segretario della Cgil avverte: rischiamo di avere un autunno davvero difficile

          Epifani: il Paese vacilla
          400 mila posti a rischio

            "Dpef vuoto e poco credibile, nessuna ricetta seria"

              pensioni e contratti
              Non c´è una sola parola per i pensionati, nulla per il Sud, niente di niente sul fiscal drag. Né si capisce come verranno onorati i tanti contratti pubblici
              i tagli all´irap
              Non serviranno a far ripartire la crescita. Questa storia degli sgravi è solo uno specchietto per le allodole, un titolo sotto il quale non c´è nulla

                ELENA POLIDORI

                  ROMA – Guglielmo Epifani giudica il nuovo Dpef «vuoto di indicazioni credibili, aleatorio nelle scelte». E questo lo preoccupa: «Se il governo continua a non fare nulla, l´autunno sarà davvero difficile: 3800 aziende in crisi, 400 mila posti di lavoro a rischio e il paese tutto vacilla».

                  Che scenario disegna il leader della Cgil?

                    «Crescita zero. Lo stock del debito in aumento. E poi: aziende che chiudono, un mucchio di persone a spasso, i consumi delle famiglie fermi, le grandi sacche di precarietà che s´allargano e restano senza risposte concrete. E tanta, tanta cassa integrazione: già oggi si esercita per 56 mila lavoratori in ragione d´anno, il doppio di 2 anni fa. Anche i primi segnali della stagione turistica non sono incoraggianti. Nel complesso direi che il 2005 s´annuncia davvero pesante».

                    Nessun segnale di ripresa?

                    «Niente di apprezzabile ed è presto, comunque, per dirlo».

                    Non è un quadro un po´ troppo fosco?

                      «No, è realistico. E tra le altre cose è alimentato da una obiettiva difficoltà di creare fiducia nel futuro proprio perché le misure previste dal Dpef sono aleatorie e poco credibili».

                      Si riparla però di tagliare l´Irap: basterà a far riprendere la crescita all´1,5% come spera il governo?

                        «Assolutamente no, anche se il governatore Fazio pensa il contrario. Allo stato, questa storia dell´Irap è solo un´intenzione, un titolo, dentro cui non c´è nulla, tantomeno la copertura: pare uno specchietto per le allodole. E poi non dimentichiamoci che il governo taglierà i trasferimenti agli enti locali, col risultato di comprimere ancora di più gli investimenti pubblici. Inoltre sono fermi anche gli investimenti in infrastrutture: malgrado le parole che il governo spende, non ripartono certo da un giorno all´altro. Quindi due componenti essenziali dello sviluppo sono piatti».

                        Si parla di rilancio delle opere pubbliche, però?

                          «Si parla, appunto».

                          E di sgravi alle famiglie povere…

                          «Un altro di quei titoli».

                          E di aiuti per affitti e asili nido, oltre che di lotta all´evasione.

                            «Ma non c´è una parola per i pensionati, nulla per il Sud, niente di niente sulla restituzione del drenaggio fiscale per i lavoratori dipendenti. Né si capisce come verranno onorati i contratti pubblici. E ancora meno come verranno sostenute le imprese che cercano di esportare, che stanno da sole parzialmente riorganizzandosi con uno sforzo di investimenti».

                            Già, che fanno le imprese?

                            «Si arrangiano: ristrutturano, cercano di ridurre i costi, delocalizzano, piano piano si misurano con altri mercati. Ma pesa la crisi di alcuni settori manifatturieri: il tessile, l´abbigliamento, l´auto».

                            Non sarà che, nel tempo, si sono sedute aspettando le svalutazioni ed ora che c´è l´euro si ritrovano spiazzate?

                            «Sicuramente pesa nei loro comportamenti il ricorso alle svalutazioni del passato. Diciamo che scontano errori che risalgono agli anni ´90 quando, invece di investire, innovare o crescere, hanno preferito la finanza e la diversificazione in settori più protetti».

                            Ha ragione Berlusconi allora quando dice che, nelle aziende dove c´è stato il cambio generazionale, i figli anziché lavorare vanno in vacanza?

                              «Diciamo che questo attiene alla struttura proprietaria delle piccole e medie imprese, che ha dei vantaggi e degli svantaggi».

                              L´industria fatica a tenere il passo, il governo secondo lei promette e basta: e in mezzo?

                              «C´è un paese che arranca, perde peso nel commercio internazionale e dunque perde anche dinamismo. Se solo ci avessero ascoltati! Sempre, nelle Finanziarie, diciamo cosa secondo noi andrebbe fatto e puntualmente il governo decide il contrario».

                              Anche il sindacato ha le sue responsabilità, non crede?

                              «Da questo punto di vista non ne vedo: da anni elenchiamo inascoltati ciò che non va».

                              Per esempio sui contratti: perché non va rivisto l´accordo di luglio del 93?

                              «Io penso che non sia oggi una priorità, mentre la gente perde il lavoro, le aziende chiudono e le famiglie si impoveriscono. Ma ci si rende conto di quanti sono 400 mila posti a rischio? Noi teniamo questa stima costantemente aggiornata: ogni vertenza che chiudiamo, se ne aprono due».

                              Non sarà che non vi fidate perché c´è di mezzo una scadenza elettorale?

                              «Del tema discuteremo presto con Cisl e Uil: lavoreremo insieme».

                              Ma le elezioni influiscono o no?

                              «Sul Dpef e la Finanziaria non c´è dubbio: a settembre si faranno tutti i giochi e tutte le scelte decisive».

                              Lei dichiara che le famiglie si impoveriscono. Berlusconi sostiene invece che la povertà non c´è e tutti hanno i telefonini.

                              «Lasciamo perdere».

                              Dice anche che i consumi crescono.

                              «Quelli di lusso sì, quelli popolari e più diffusi no».

                              E ieri ha consigliato di seguire gli insegnamenti di Einaudi contro il caro prezzi: cercare la merce più conveniente.

                              «Ma non dice che il governo non si è preoccupato dello scalino che si è creato con l´ingresso dell´euro e non ha esercitato i controlli dovuti. Poi, quando si è reso conto, non ha fatto nulla per fermare la crescita dei prezzi. Quante volte ha promesso un intervento sulle accise dei prodotti petroliferi? Almeno quattro, invano. E questo per molte famiglie ha determinato un relativo impoverimento. Ma è inutile elencare: il governo non dice tante altre cose».

                              Per esempio?

                              «Diciamo che preferisce li annunci alle cose concrete, gli specchietti per le allodole alla realtà: sento solo promesse».

                              E quando le sente, cosa pensa?

                              «Che è un modo poco serio di affrontare una situazione critica, difficile: abbiamo assistito a quattro anni di scelte sbagliate; il quinto non si smentisce. Penso anche che il governo non ha tratto nessuna lezione della realtà che deve fronteggiare e che ha contribuito a creare. Aggiungo che è sempre più lontano dai problemi reali del paese: non c´è più sintonia, non ha più nemmeno la voglia di fare».

                              Cosa, in concreto?

                              «Sostenere i pensionati, rifinanziare gli ammortizzatori sociali, aiutare il sud, restituire il drenaggio fiscale, finanziare i contratti pubblici. E poi gli investimenti, il Mezzogiorno. Mi devo ripetere?»

                              La risposta del sindacato, quale sarà?

                                «Quella classica: se queste misure non saranno in Finanziaria, chiederemo al governo di cambiarla ed esprimeremo con forza il nostro disappunto. Se non lo fa, risponderemo con la lotta unitaria».