“Intervista” G.Epifani: «Il Paese è in declino»

02/02/2004


LUNEDÌ 2 FEBBRAIO 2004

 
 
Pagina 9 – Economia
 
 
Il segretario della Cgil: la protesta monta da sola, serve una nuova politica dei redditi
Epifani: "Il Paese è in declino ora contratti sull´inflazione reale"
          il malessere sociale Questa non è campagna elettorale. La lotta è nei fatti. Noi non facciamo altro che orientare la protesta per evitare che sfoci nel ribellismo
          la classe media In dieci anni è peggiorata la qualità della vita. Oggi un terzo della popolazione è povera e un altro terzo è a rischio. Ed è aumentato il divario tra Nord e Sud
          la previdenza Ho sempre detto cose di merito e mi aspetto risposte di merito. Sto ancora aspettando quelle del ministro sulle pensioni. Il governo, evidentemente, non ha una strategia
          il caro prezzi Ci vogliono una politica di controllo e contenimento dei prezzi e delle tariffe, il ripristino del recupero del fiscal drag, interventi di tipo fiscale e aiuti ai redditi più bassi

          RICCARDO DE GENNARO


          ROMA – «Altro che campagna elettorale da parte nostra: il malessere sociale c´è, la mobilitazione è già partita. Noi non facciamo che orientare la protesta, altrimenti rischia di sfociare nel ribellismo e nel corporativismo». Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, risponde in questo modo al ministro Maroni, che ieri l´ha accusato di fare campagna elettorale e di voler provocare lo scontro sociale. Secondo Epifani, che difende la contrattazione nazionale e propone una nuova politica dei redditi, i lavoratori pagano la debolezza del sistema industriale, lo scarso peso del governo a livello europeo, la mancanza di controlli efficaci sulle società. E all´invito del segretario Cisl, Savino Pezzotta, per una piattaforma unitaria risponde: «D´accordo, ma quello che conta sono gli obiettivi».
          Epifani, oggi l´Italia si scopre a parlare non più di sviluppo e competitività, ma di povertà diffusa e crescente. Sembra quasi che il Paese abbia fatto un balzo indietro di decenni. Com´è possibile?
          «Quando ci si trova di fronte a un fenomeno di queste dimensioni, con cinque milioni di famiglie povere o a rischio-povertà, la causa non può essere una sola. C´è un complesso di risposte, alcune delle quali fondamentali. La prima è la debolezza del nostro sistema industriale, un fattore che non è nuovo, ma si è aggravato. Abbiamo pochissimi grandi gruppi e siamo posizionati meglio dove la concorrenza internazionale è più forte. La seconda grande debolezza del Paese è la scarsa efficacia dei livelli istituzionali. In questo quadro si sono poi innestate alcune scelte politiche totalmente sbagliate. L´euro ha messo a nudo tutte queste debolezze, ma non ha alcuna responsabilità di questa situazione: una moneta così forte o incorpora valore, creato dalla produzione di beni e servizi, oppure rende soltanto più difficili le esportazioni».
          Nell´ambito del declino industriale siamo addirittura costretti a difendere produzioni che non hanno un elevato contenuto tecnologico, come l´acciaio. La vicenda delle Acciaierie di Terni è un sintomo grave, non crede?
          «Assistiamo a due fenomeni. Uno è quello della delocalizzazione nell´Est europeo o in Asia di parte dell´industria manifatturiera per un problema di costi. Il secondo è quello rappresentato dal caso delle Acciaierie di Terni, che dice altro. Pochi sanno che l´acciaio magnetico prodotto lì è il migliore d´Europa e che l´Italia consuma il 60 per cento del magnetico nel Continente. Nello stabilimento lavorano moltissimi giovani tra i 25 e i 35 anni altamente professionalizzati. Ma, nonostante tutto questo, l´impresa tedesca decide di chiudere e favorire gli stabilimenti in Gemania e
          Francia. E qui paghiamo lo scarsissimo peso politico che ha il governo oggi in Europa, il fatto che non siamo in grado di fare sistema-Paese. Rischiamo grosso». Francia, Germania e Gran Bretagna decidono e l´Italia è esclusa…
          «È così. Le grandi alleanze e scelte vengono fatte altrove. Prendiamo, ad esempio, il caso Alitalia. Io temo che la vicenda finirà in maniera drammatica: non c´è un´idea del governo, gli spazi di manovra sono stretti, il piano è di ridimensionamento. Alitalia era la settima compagnia aerea, ora diventerà una compagnia di livello regionale. Preoccupa parecchio, poi, il fatto che i primi quattro gruppi italiani hanno un debito che è il doppio del loro fatturato».
          Nel suo fondo di ieri, Eugenio Scalfari ha parlato del pericolo di una proletarizzazione della classe media. Ha questa sensazione?
          «Fino a 10 anni fa il rischio era quello di avere un terzo di esclusi. Oggi non è più così. Oggi sembra che questa piramide si sia rovesciata e che ci sia soltanto un terzo della popolazione che sta bene, mentre un altro terzo è povero e la parte restante rischia. Negli ulimi dieci anni, poi, è aumentato il divario retributivo tra Nord e Sud».
          Il segretario della Cisl, Savino Pezzotta, la invita a predisporre una piattaforma unitaria su questi e altri temi. Risponderà al suo appello?
          «Il problema non è né una piattaforma, né un tavolo. Ma gli obiettivi. Che sono quelli contenuti nell´accordo che Cgil, Cisl e Uil hanno firmato con la Confindustria e sui quali il presidente del consiglio non ha mai convocato le parti: ricerca e innovazione, formazione, infrastrutture».
          Vuole negare che tra Cgil e Cisl esistano divergenze su molti punti fondamentali?
          «Con la Cisl siamo d´accordo sull´idea di politica economica e industriale e anche sulla politica fiscale. Su Welfare e pensioni ci divide una sola cosa: le modalità di un´eventuale copertura della gobba previdenziale. E poi abbiamo qualcosa da discutere in tema di sistemi contrattuali: non ha senso ridurre il peso della contrattazione nazionale».
          La Cgil ha una proposta concreta che risolva il problema della perdita di potere d´acquisto delle retribuzioni?
          «Ci vuole una nuova politica dei redditi. Quella che avevamo è stata svuotata da questo governo».
          Come dev´essere la nuova?
          «Articolata. Ci vogliono una politica di controllo e contenimento dei prezzi e delle tariffe, il ripristino del recupero del fiscal drag, interventi di tipo fiscale a sostegno dei redditi da pensione più bassi. Inoltre non si possono calcolare i rinnovi contrattuali su un´inflazione programmata non credibile. Infine, va rafforzato il secondo livello di contrattazione, ma dopo aver consolidato quello nazionale. Insomma, il protocollo del 23 luglio non va cancellato, ma migliorato».
          Il presidente della Margherita Rutelli non dice cos´è, ma propone un patto tra impresa, lavoro e risparmio. Lei che ne pensa?
          «È una proposta che non comprendo. Le imprese devono fare le imprese, i lavoratori devono vedere riconosciuti i loro diritti, mentre per il risparmio vanno rafforzati i controlli e trasparenza. Guardiamo al caso Parmalat: anche qui il governo ha fatto molta confusione, rischiando di far perdere credibilità al nostro sistema finanziario. Ci vuole un intervento che risponda a una logica alta e non una bega tra ministro delle Finanze e governatore della Banca d´Italia».
          Lei che cosa propone?
          «Un percorso a tappe. In primo luogo, ci vogliono reali garanzie di autonomia e indipendenza per sindaci, revisori e società di rating. Poi vanno rafforzati i poteri della Consob, una cosa che va fatta con realismo nella tempistica, visto che oggi la Consob non ha né risorse né un numero di funzionari sufficienti per assolvere in modo adeguato a questo compito. Infine non va dispersa la professionalità della Banca d´Italia».
          Di Cofferati dicevano che era il «signor no», di lei il ministro Maroni ieri ha detto che fa campagna elettorale. Non fate più sindacato?
          «A Maroni ricordo solo che io ho sempre detto cose di merito e mi aspetto risposte di merito. A partire da quelle che ci aveva promesso sulle pensioni e che non ho ancora sentito. Il governo, evidentemente, non ha una strategia».
          Lei però ha detto che la tregua è finita. Ci dobbiamo aspettare una nuova stagione di conflitti?
          «La lotta è nei fatti, sta già avvenendo. Il 6 si ferma tutta Terni, il 13 è in programma uno sciopero per l´occupazione in Abruzzo. Il 28 ci sarà una grande manifestazione unitaria sulla scuola. Di fronte alle difficoltà delle famiglie c´è una mobilitazione che cresce. Tanto più se il governo non dà risposte. Il malessere sociale c´è. O il sindacato lo governa o questo sfocia nel ribellismo o nel corporativismo. Altro che campagna elettorale».