“Intervista” G.Epifani: «Il governo sceglie lo scontro»

01/04/2005
    venerdì 1 aprile 2005

      Pagina 13 – Economia

        L´Intervista

          Il leader Cgil non esclude nuove mobilitazioni: "Decideremo la protesta insieme a Cisl e Uil"
          «Il governo sceglie lo scontro
          dipendenti pubblici presi in giro»
          Epifani: il disagio sociale dilaga, l´industria è ferma

            ROBERTO MANIA

            ROMA – «Di fronte alle chiusure del governo non si può escludere nulla. Ma sarà una decisione che dovremo prendere insieme alla Cisl e alla Uil». Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil non parla di sciopero generale. Non si può fare a ridosso del voto per le regionali e quando ancora con le altre confederazioni sindacali non è stato fatto il punto della situazione dopo l´ennesimo stop del governo al rinnovo del contratto del pubblico impiego. L´ultimo episodio di un dialogo difficile tra il governo di centrodestra. Epifani, invece, non esita a dire che «il disagio sociale tende a diventare generale», a riguardare i lavoratori dipendenti, del pubblico e del privato, i pensionati, i giovani precari del Mezzogiorno che ormai in massa (80-100 mila l´anno) ritornano ad emigrare al Nord. «Ennesima conferma del fallimento delle politiche economiche e sociali di questo governo», dice il leader della Cgil. Che aggiunge: «Stanno preparando un nuovo scontro con il sindacato».

            Per il contratto del pubblico impiego è tutto rinviato a dopo le elezioni. Pensa che ci siano le condizioni per un accordo?

              «Cominciamo col dire che si è chiusa in questo modo una settimana del tutto paradossale. Una situazione mai vista prima. Nessun governo del dopoguerra si è comportato così. Abbiamo assistito ad un balletto di dichiarazioni nel quale si sono impegnati il presidente del Consiglio, i suoi due vice, il ministro del Welfare, quello della Funzione pubblica e quello dell´Agricoltura. Mi domando che senso abbia avuto tutto questo».

              Non le sarà sfuggito il collegamento con il voto regionale.

                «Certamente no. Ma, appunto, se si voleva chiudere il contratto si dovevano convocare i sindacati. Guardi che c´è stato un solo incontro per avviare il negoziato, poi nulla! Insomma se avessero voluto rassicurare i lavoratori avrebbero dovuto muoversi in maniera opposta».

                E invece?

                «Invece i dipendenti delle amministrazioni pubbliche e della scuola hanno capito di essere stati presi in giro».

                I 95 euro non sono una base di partenza per la trattativa, come dice Berlusconi?

                  «Non intendo fare cifre perché sono tutte da verificare, sono prive di senso quando non si distingue tra comparti e si considerano anche i lavoratori pubblici non contrattualizzati».

                  Oltre ad una proposta di aumento, il governo ha lanciato quella di aprire un confronto per cambiare il modello contrattuale. Non va bene?

                    «No. La strada è un´altra ed è la stessa che due anni fa ha portato all´accordo con Fini: un´intesa quadro che permetta di avviare le trattative nei singoli comparti».

                    Anche la Confindustria ha chiesto all´esecutivo di non cedere sui contratti pubblici. La preoccupa questa posizione?

                      «Le pressioni di Confindustria sui contratti pubblici non sono una novità. Gli industriali temono contraccolpi nei loro settori. Mi stupisce, invece, il fatto che sugli aumenti retributivi anche la Confindustria ragioni in cifra assoluta».

                      Perché, come si dovrebbe ragionare?

                        «In termini percentuali. Così si scoprirebbe che tutti i contratti privati sono stati firmati con un incremento di poco superiore al 6 per cento. Non al 4 per cento come propone il governo. E poi nel pubblico impiego, diversamente dal privato, gli oneri del secondo livello di contrattazione sono computati nel costo generale del contratto».

                        A lei non convince nemmeno la proposta del ministro Maroni di un negoziato per ridurre il costo del lavoro?

                          «Il problema esiste e l´abbiamo posto da tempo. Ma la proposta è sospetta perché fatta a pochi giorni dal voto e perché la stessa operazione si poteva fare con la Finanziaria, come dicevamo noi».

                          Comunque viene incontro ad una proposta anche del sindacato: quella di ridurre il divario tra costo del lavoro e salario netto che va in tasca ai lavoratori. Perché anche questo non va bene?

                            «Perché non è credibile. Non si può cambiare idea da un giorno all´altro. Perché Maroni parla di competitività quando solo qualche giorno fa il governo ha varato il decreto proprio per la competitività? Se si vogliono ridurre i premi Inail per le aziende lo si faccia solo dopo che l´adozione di piani per la sicurezza ha dato risultati positivi. Poi si premino le imprese più virtuose. Aggiungo: con quali altre risorse si vuole affrontare il problema? Ma la realtà è un´altra: la produzione industriale è ferma e l´area del disagio sociale tende ad allargarsi».

                            Può essere più preciso?

                            «C´è un problema di tenuta complessiva dei redditi del lavoro dipendente, che vanno difesi con le politiche fiscali, a cominciare dalla restituzione del drenaggio fiscale, con quelle per il welfare e la formazione, e con anche quelle contrattuali».

                            Eppure l´Istat dice che c´è stata una crescita delle retribuzioni negli ultimi due mesi?

                              «Sono dati che risentono degli aumenti dei rinnovi contrattuali più recenti. Piuttosto è preoccupante la crisi di tutto il settore dell´auto, Fiat e indotto. E poi il tessile, la chimica».

                              Cosa propone?

                                «Le ho detto: una politica fiscale orientata alla tutela dei redditi, una politica per rilanciare la aree di crisi industriali, solo per fare due esempi».

                                Pensa che il governo seguirà questa traccia?

                                «Il sindacato deve tenere fermo l´obiettivo di un cambiamento radicale della politica economica. Ma è evidente che se il governo non darà alcuna risposta si andrà verso un inasprimento delle tensioni sociali».

                                Fino ad un nuovo sciopero generale?

                                  «Credo che le confederazioni non potranno lasciare sole le categorie, dal pubblico impiego ai metalmeccanici, ai tessili. Decideremo insieme come sostenere le nostre richieste».