“Intervista” G. Epifani: il governo porta il Paese al fallimento

22/07/2004

    mercoledì 21 luglio 2004
 Intervista a: Guglielmo Epifani
       
 



 

IL SINDACATO di fronte alla crisi economica
Epifani: colpiscono i lavoratori
e portano il Paese al fallimento

Felicia Masocco

ROMA«Una manovra correttiva affrontata sotto l’urgenza e nel peggiore dei modi». Tagliare gli investimenti al Sud, far calare la scure sugli enti locali, e intervenire «approssimativamente» su banche e assicurazioni che hanno avuto più redditività, non è per Guglielmo Epifani il modo giusto per affrontare le cose.
Raggiunto telefonicamente a Boston, dove si trova su invito dei sindacati statunitensi, il leader della Cgil afferma che saranno i cittadini a pagare. E in vista del Dpef, avverte che la Cgil «non è disponibile a tagli su beni che in una fase di rallentamento dell’economia sono fondamentali per lo sviluppo».
Quanto al dibattito sulla concertazione, Epifani certo non si tira indietro. Conferma la sua linea e attacca: «È stato un errore da parte di Confindustria porre al centro la discussione sulle politiche contrattuali e scegliere di aprirla a settembre sapendo che su questo Cgil, Cisl e Uil non hanno ancora opinioni coincidenti», «è stata una scelta sbagliata, intempestiva che avrebbe prodotto come unica conseguenza l’accentuazione delle differenze. Siccome Confindustria lo sapeva, mi domando perché abbia voluto farlo». Il maggiore sindacato lascia i tavoli «per questioni di merito», anche questo dice Epifani. «Il documento che ci è stato presentato non era emendabile». Quanto al coraggio «alla Cgil non manca, la questione è un’altra: ci vuole la forza e la determinazione per compiere ognuno la sua quota di lavoro unitario», «l’obiettivo della Cgil è ricercare questa unità». «Va però aggiunto – continua Epifani – che le commissioni da mandare avanti sono due, una sui contratti, l’altra sulla democrazia sindacale. La mediazione deve vertere anche su questo. Avevamo deciso così e, se ci sono le condizioni come io spero, dobbiamo lavorare così da settembre».
La manovra correttiva va alla fiducia. Qual è il suo giudizio?
«Si conferma, come insieme hanno detto Cgil, Cisl e Uil, che anche la manovra correttiva per troppo tempo negata è stata affrontata sotto l’urgenza e nel peggiore dei modi. Non aiuta lo sviluppo, taglia gli investimenti nelle aree che scontano un ritardo industriale soprattutto nel Mezzogiorno, e quando interviene nei settori che hanno accumulato redditività, come le banche e le assicurazioni, lo fa con strumenti approssimativi e incoerenti. Infine, taglia del 10% le spese degli enti locali e visto che siamo a metà anno, significa per molte amministrazioni un taglio drastico sia degli impegni già presi sia delle previsioni di spesa da qui a dicembre. Non si tratta di tagliare gli sprechi, ma quasi la metà delle spese previste per i bisogni di una comunità, i servizi alla persona, la manutenzione delle strade, l’assistenza agli agli anziani, gli asili nido, la cultura, gli investimenti nei sistemi produttivi».
La correzione dei conti pubblici la faranno i cittadini?
«Esattamente»
E non è finita. Il neoministro dell’Economia ha annunciato che il Dpef verrà approvato prima della pausa estiva. Ha anche detto che ascolterà le parti sociali. Voi andrete, e con quale spirito?
«Intanto è apprezzabile questa volontà di confronto, spero però che non si tratti ancora di riunire cinquanta organizzazioni, ognuno dice la sua, e poi il governo fa come gli pare. Dopodiché andremo, le nostre opinioni sono quelle della piattaforma unitaria, di Cgil, Cisl e Uil approvata in marzo all’Eur. Tre sono per noi le questioni: le politiche di sviluppo, parzialmente già compromesse dalla manovra correttiva; le politiche redistributive partendo da quelle fiscali, con un forte no a una riduzione generalizzata delle tasse; terzo le politiche e gli investimenti sociali. Non siamo disponibili a tagli su beni che in una fase di rallentamento dell’economia sono una risorsa fondamentale per la coesione e lo sviluppo del paese».
A proposito di coesione: sta riesplodendo la vicenda Fiat, i conti preoccupano e una valanga di cassaintegrazione si è abbattuta sugli stabilimenti. È il primo allarme sotto la presidenza Montezemolo. Sarà un nuovo banco di prova per i rapporti tra voi e il presidente di Confindustria?
«Si sapeva che questo sarebbe stato un anno di passaggio molto delicato per il futuro della Fiat. Ora però sembra che i conti siano peggiori di quelli attesi e quindi la fase diventa più complicata di quanto pure il gruppo dirigente della Fiat non avesse ritenuto di dire. Abbiamo entro la fine del mese (il 29 luglio, ndr) l’incontro con i nuovi dirigenti e mi aspetto sia l’occasione per l’azienda di dire con chiarezza ai sindacati qual è la situazione con quali strumenti pensa di farvi fronte e quali sono le prospettive di rilancio. Una valanga di cassa integrazione in molti stabilimenti ci dice che le cose non vanno come si era sperato. Tocca adesso all’azienda fare la sua parte, i lavoratori hanno già compiuto sacrifici straordinari».
La Fiat è stata spesso il paradigma della crisi industriale del paese. Lei ha detto che la bocciatura del documento di Confindustria derivava anche dall’aver posto in secondo piano il declino industriale, una priorità per la Cgil. Si è parlato e si parla molto di contratti, ma altri punti di dissenso non mancano, quali?
«Intanto diciamo che, come afferma Pezzotta, si è persa davvero un’occasione. Ma in questo senso. C’era bisogno di mettere in campo un’opinione condivisa tra Cgil, Cisl e Uil e Confindustria sul rilancio delle politiche industriali in modo da presentarci insieme al governo e di orientarne le decisioni. Per questo non ho capito la scelta, il taglio e i contenuti del documento di Confindustria. E il paradosso lo si vede: invece di parlare del declino industriale si sta parlando dei contratti e delle divisioni tra i sindacati. Dunque un’occasione persa. E mi rammarico perché Confindustria sapeva che questa sarebbe stata la conseguenza se avesse forzato nella direzione di presentare come punto prioritario la riforma degli assetti di contrattazione. Si è preferito presentare un documento generale, ma anche molto generico che conteneva dal nostro punto di vista molte parti non condivisibili. Lo stesso capitolo sulle politiche industriali è molto più povero del documento siglato con gli industriali un anno fa. Si è persa un’occasione soprattutto sul versante degli interessi dell’impresa».
Nuove tensioni tra i sindacati, e poi quella concertazione che sembrava dietro l’angolo viene differita. A questo punto che cosa accadrà? Come si comporterà la Cgil?
«Per quanto riguarda il rapporto con la Confindustria di Montezemolo, della quale abbiamo sempre apprezzato i segnali di novità, lamento che rispetto ad un percorso di avvicinamento a tappe sui punti che si potevano condividere ha preferito far calare un elemento forte di divisione. In ogni caso la Cgil in tutte le sedi, centrali, periferiche e di categoria, è stata e resta disponibile a ricercare il confronto per sostenere politiche industriali di sviluppo. Ci sono poi terreni di lavoro con Confindustria fisiologici in un rapporto tra le parti, e anche da questo punto di vista resta la disponibilità piena».
Si è visto che per gli industriali non è questa l’urgenza. I contratti, dunque?
«Trovo giusto che la discussione degli assetti della contrattazione sia intanto risolta in un rapporto con Cgil, Cisl e Uil prima di essere affrontata con Confindustria. Ho ritenuto un errore il fatto che su un tema sul quale le opinioni di Cgil, Cisl e Uil non sono ancora collimanti, Confindustria abbia deciso di forzare i tempi scegliendo di aprire la discussione nel mese di settembre. È stata una scelta sbagliata, intempestiva che avrebbe prodotto come unica conseguenza l’accentuazione delle divisioni, esattamente come è stato. Siccome Confindustria sapeva che questo sarebbe stato l’esito, mi domando ancora adesso perché abbia voluto farlo. Per questo ho parlato del tentativo del “vecchio” di risucchiare la nuova Confindustria, altrimenti non mi spiego questa scelta autolesionistica, innanzitutto per il Paese e per le imprese».
Il merito però è passato in cavalleria, la Cgil è di nuovo sotto i riflettori per essersi alzata e andata via. E le critiche fioccano…
«Non c’erano le condizioni di merito. In quel documento era sbagliato il giudizio sul 23 luglio, era debole la parte sulla politica industriale, non andava bene la parte sui conflitti, sulla politica salariale e su quella contrattuale. In sostanza un documento che non poteva essere emendato».
Dalle vostre decisioni però dipende molto. Avete una grande responsabilità, come vi comporterete?
«Voglio dire che è stata la Cgil a chiedere di riaprire il confronto con Confindustria in maniera molto forte, per noi l’amarezza è doppia, ma la responsabilità è totalmente in carico alla Confindustria. E per quanto riguarda la questione contrattuale che ci divide da Cisl e Uil, il nostro è un percorso lineare. Noi sappiamo che sul tema le opinioni sono allo stato non coincidenti. Io penso che una riforma dei contenuti, degli assetti della contrattazione non si faccia senza una salda unità tra Cgil, Cisl e Uil quindi il nostro obiettivo fondamentale per l’oggi e il domani è ricercare, se si può, questa unità. Non mi convince una scorciatoia che chieda alle aziende di forzare i tempi, che invece devono essere lasciati alla disponibilità e al lavoro unitario. Le scorciatoie allontanano il lavoro unitario. La nostra è quindi una preoccupazione unitaria».
Ma vi si rimprovera di non avere il coraggio di innovare…
«Alla Cgil il coraggio non manca. Il problema è un altro, è che ci vuole la forza e la determinazione per compiere ognuno questa sua quota di lavoro unitario. Va però aggiunto che non c’è soltanto il modello contrattuale: le commissioni da far partire sono due, c’è anche quella sulla democrazia sindacale. La mediazione deve vertere sui contratti, sulla verifica del 23 luglio e sulla democrazia sindacale perché è così che abbiamo deciso e così dobbiamo, se ci sono ancora le condizioni come io spero, lavorare da settembre».