“Intervista” G.Epifani: «È una dichiarazione di guerra»

19/09/2005

    sabato 17 settembre 2005

    Pagina 3 – Economia

      L´Intervista

        Il segretario della Cgil: dal governo solo tagli, per lavoratori e famiglie c´è appena un´elemosina

          Manovra, l´affondo di Epifani
          «È una dichiarazione di guerra»

          la legge elettorale No a riforme a colpi di maggioranza, siamo pronti a scendere in campo per difendere le regole del gioco democratico

            ROBERTO MANIA

              ROMA – «Le anticipazioni della Finanziaria rappresentano una sorta di dichiarazione di guerra al mondo del lavoro. Non c´è nulla, assolutamente nulla – dice il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani – a sostegno i redditi dei lavoratori e dei pensionati, falcidiati dalla ripresa dell´inflazione e dalla mancata restituzione del fiscal drag». Una dichiarazione di guerra che preannuncia lo «scontro», ammette il leader sindacale, per il quale si rischia già un buco di sette miliardi. Un autunno caldo, nel quale la Cgil potrebbe scendere in campo anche «a difesa delle regole del gioco democratico» violate dall´eventuale riforma del sistema elettorale proposta dal centrodestra.

              Eppure il presidente Ciampi ha chiesto di ritornare allo spirito del ´93, quello della concertazione, per affrontare nello scorcio di legislatura i problemi più urgenti. La Cgil non è disponibile?

                «Naturalmente Ciampi ricorda una stagione che salvò il Paese dal rischio del baratro. Ma il presupposto di quella esperienza fu proprio la grande volontà politica del governo e delle parti sociali di scommettere su un obiettivo condiviso. Esattamente ciò di cui non c´è traccia nel programma del centrodestra. Oltre al fatto che noi non condividiamo nulla della politica economica e sociale di questo governo. D´altra parte le prime anticipazioni della Finanziaria confermano questa linea: siamo a metà di settembre e non c´è un tavolo di confronto aperto, non c´è alcun interesse a sentire l´opinione del sindacato. Questo è un governo totalmente chiuso nella sua autoreferenzialità».

                Le prime anticipazioni indicano, più o meno, una manovra divisa a metà tra tagli e misure per lo sviluppo. Non le sembra ragionevole?

                  «No, ci sono solo tagli in tutte le direzioni: dalla sanità ai trasferimenti agli enti locali. Non c´è nulla per aiutare i redditi da lavoro e da pensione; per rilanciare gli investimenti né per risanare le finanze pubbliche ormai fuori controllo. Questi sono i dati. E questo può far svanire ogni prospettiva di ripresa. Siamo in piena continuità con le scelte precedenti del governo, quelle che ci hanno condotto in questa situazione. E ora, sulla base delle prime anticipazioni, sette miliardi di spese non hanno copertura né è pensabile farlo con gli strumenti indicati».

                  Non vanno bene nemmeno i 200 milioni per attenuare l´effetto caro-petrolio sulle famiglie a reddito più basso?

                    «È un´elemosina. È pochissimo, praticamente zero. Consideri solo che per la riduzione dell´Irap è prevista una posta di due miliardi. E come pensano di restituire il fiscal drag, con 200 milioni? Ma andiamo! Piuttosto ci vorrebbe un´operazione straordinaria a favore dei pensionati perché nel 2006 recuperino l´inflazione e abbiano anche qualcosa di più. E poi bisognerebbe mettere sotto controllo i prezzi e le tariffe. Per affrontare il caro petrolio servirebbe una riduzione delle accise, non un bonus. Si deve affrontare a monte il processo moltiplicatore sui prezzi, non a valle. Andrebbe rifinanziato il fondo per gli ammortizzatori sociali perché il numero di aziende in crisi sta aumentando, così come quello dei lavoratori che perdono il posto. Tra le priorità non ci si può scordare della casa e del pubblico impiego: hanno previsto un miliardo per i contratti e ne prevedono due di tagli. Con una mano danno e con l´altra tolgono! Questa è la politica economica di Siniscalco!».

                    A proposito, il ministro dell´Economia aveva minacciato le dimissioni se Fazio fosse rimasto al suo posto. Il governatore è ancora in Via Nazionale…

                      «Si aveva detto: "O io, o lui". E invece sembra che restino tutti e due. Siniscalco predica bene, quando esprime le sue personali opinioni di economista, e razzola male quando realizza le scelte di governo».

                      Vi state preparando allo scontro sulla Finanziaria? Nella Cgil in particolare, c´è già chi parla di sciopero.

                        «Ma guardi anche le prese di posizione durissime dei sindaci e delle Regioni. Le nostre critiche sono largamente condivise. Su questa strada andremo per forza allo scontro. Non c´è neanche una buona idea nelle anticipazioni finora uscite».

                        Intanto si profila un accordo sulla riforma del Tfr. Dallo scontro sul patto per l´Italia nel 2002, che la Cgil non firmò, ad un´intesa sulla previdenza complementare. Cos´è cambiato?

                          «È cambiato che tutte le parti sociali hanno condiviso l´idea di migliorare una delega che non avevano apprezzato. Ed è cambiato anche l´atteggiamento di Maroni: per la prima volta ha tenuto conto delle nostre opinioni. Comunque non siamo ancora al punto conclusivo».

                          Mentre l´Istat certifica il continuo affanno della nostra produzione industriale (-3,4% in un anno), la famiglia Agnelli ha deciso di restare azionista di controllo della Fiat con il 30%. Come giudica questa scelta?

                            «Cominciamo col dire che i dati sulla produzione industriale sono una doccia gelata sugli entusiasmi di chi già si azzardava a parlare di fine della stagnazione. Purtroppo non è affatto così. Quanto agli Agnelli mi pare un segnale positivo, significa che intendono tornare a fare industria. Questa scelta, però, non deve essere né occasionale, né contingente».

                            Per finire: se dovesse passare la riforma della legge elettorale presentata dalla Casa delle libertà, la Cgil si mobiliterà insieme all´opposizione?

                              «Se sarà necessario non ci tireremo indietro. Sono questioni che interessano anche il sindacato, perché riguardano le regole della vita democratica del Paese. E queste non si possono cambiare a fine legislatura e a colpi di maggioranza».