“Intervista” G.Epifani: da Confindustria proposta indecente

16/07/2004





 
   
16 Luglio 2004
POTERI




 

INTERVISTA
Guglielmo Epifani: da Confindustria proposta indecente

Il leader Cgil spiega la rottura con Confindustria su contratti e salari: «E’ il vecchio che ritorna e contraddice le aperture dichiarate». E sul quadro politico mette in guardia contro chi pensa di ingabbiare il sindacato dentro vincoli inaccettabili «in nome dell’interesse superiore del paese»

GABRIELE POLO


Difficile immaginare Guglielmo Epifani che «sbatte la porta». Il segretario generale della Cgil non è uomo da sceneggiate. Eppure mercoledì sera, all’incontro tra sindacati e Confindustria sulla «nuova concertazione», Epifani si è proprio arrabbiato. E, pur senza sbattere porte, se n’è andato quasi subito, senza raccogliere le implorazioni di uno stupefatto Montezemolo, evidentemente poco edotto sulle materie in discussione, cioè sulla stretta proposta dalla sua Confindustria (meglio dire da Alberto Bombassei, l’ex capo di Federmeccanica, ora responsabile per viale dell’Astronomia dei rapporti industriali) sui contratti di lavoro allo scopo di legare salari e diritti a redditività e produttività delle imprese. Una stretta che è precipitata nella richiesta di ridefinire le regole contrattuali da settembre, con il risultato di far sostanzialmente saltare il contratto di cinque milioni di dipendenti pubblici e privati (pubblico impiego e metalmeccanici in primis).

Epifani, cos’è successo?

Che ci siamo trovati di fronte a un documento che – accanto ad alcuni punti condivisibili per rilanciare l’assetto industriale del paese – contiene proposte irricevibili su privatizzazioni, salari e contratti. Colpisce poi che in quel documento non compaiano mai le parole «lavoratori» e «diritti», mentre c’è un’inflazione di altri termini: «competitività», «impresa», «cittadino».

Un linguaggio alla D’Amato…

Io apprezzo il riconoscimento che Montezemolo fa sulla crisi dell’industria italiana e le sue dichiarazioni sull’importanza del ruolo dei sindacati, Cgil compresa. D’Amato faceva esattamente il contrario, individuando il rilancio dell’industria italiana nella restrizione dei diritti dei lavoratori considerati come lacci allo sviluppo. Ma il documento di ieri, su salari e politiche contrattuali sembra scritto un anno fa, è in contraddizione con ciò che Montezemolo afferma. Forse è il vecchio che ritorna, forse in Confindustria l’antica logica della presidenza D’Amato è più forte dell’innovazione proposta dal presidente della Fiat.

Ma lo stesso Montezemolo ha poi precisato che il documento confindustriale è il massimo che le imprese possono concedere. Altra contraddizione?

A me sembra un segnale di debolezza.

Quali sono i margini di recupero del rapporto con Confindustria? Cosa siete disposti a dare?

Per ciò che mi riguarda non sono disposto a cambiare di una virgola l’impostazione della Cgil. Noi non siamo né chiusi, né estremisti, siamo assolutamente costruttivi e responsabili, disponibili a lavorare con gli imprenditori che condividono un’impostazione di politica industriale fondata sull’innovazione, a discutere sulla formazione permanente e sulla previdenza integrativa, ma per quanto riguarda salari e contratti il problem non può essere affrontato in questi modi e con questi tempi.

Pezzotta vi accusa di porre veti. Sembra di tornare ai tempi del Patto per l’Italia…

Noi non poniamo alcun veto, ma vogliamo discutere i problemi realtivi agli assetti contrattuali con Cisl e Uil e poi aprire un confronto con la controparte a partire da una posizione comune del sindacato. Porre una data ultimativa e aprire la trattativa con Confindustria contemporaneamente alla discussione tra le confederazioni, significa non cercare una posizione unitaria e aprire la strada a possibili intese separate, rischiando di far saltare i contratti che scadono in autunno. D’altra parte, l’accordo del 23 luglio `93 sulle regole contrattuali fu votato da milioni di lavoratori, se vogliamo cambiarlo bisogna farlo in maniera trasparente, con una piattaforma condivisa, da discutere con la nostra base e un voto.

Ma adesso con Cisl e Uil si ritorna alla «guerra fredda»?

Noi non abbiamo alcuna intenzione di alzare il tono polemico contro le altre confederazioni. Lavoreremo per riprendere il confronto nel sindacato sul modello contrattuale.

Non avete paura di essere isolati?

No, la concertazione può essere utile ma non è tutto. Io penso che noi siamo portatori di un progetto di rinnovamento e non abbiamo chiusure al confronto. Noi non siamo conservatori: pensiamo che la legge 30 non vada bene e debba essere cambiata, pensiamo che l’attuale assetto produttivo non funzioni e lo vogliamo innovare. E credo che le persone lo avvertano. Veniamo da tre anni di conflitto sociale intenso, dobbiamo metterlo a frutto senza pensare che possa durare all’infinito la fase di scontro, con la partecipazione dei lavoratori che non si esaurisce negli scioperi. Una partecipazione che si misura anche nella nostra capacità di dare a chi rappresentiamo la possibilità di decidere sulle scelte che facciamo. Penso, addirittura, che la via democratica sia quella maestra per dare consistenza a un’ipotesi riformista.

Quanto ha inciso il quadro politico sullo scontro di mercoledì sera?

Difficile dirlo con precisione, ma – a patto che la crisi politica trovi una conclusione di lungo periodo – si potrebbe ricreare un comune interesse di Confindustria e governo per mettere in difficoltà le ragioni della Cgil. In una situazione economica e sociale del paese che è sempre più difficile – specie per chi vive di reddito fisso – ci potrebbe essere una pressione su di noi per costringerci ad accettare cose che riteniamo sbagliate in nome di un «interesse superiore», facendo pagare alla nostra parte tutti i costi e senza cambiare sostanzialmente scelte di politica economica di carattere restrittivo, come quelle preannunciate nella manovra da 30 miliardi. E’ una ricetta sbagliata, non solo per i lavoratori ma per l’insieme del paese, non invertirebbe il declino in atto.

Un nuovo 31 luglio?

Peggio, perché allora la carta della svalutazione permise comunque un rilancio della competitività delle imprese, pur facendo pagare pesanti costi ai lavoratori. Oggi quell’ipotesi non è praticabile. E, poi, per quanto ci riguarda noi abbiamo già detto che la strada è quella di intervenire sulle grandi rendite, che le risorse devono essere recuperate attingendo a quella parte del paese che in questi anni si è arricchito e non a scapito di chi si è impoverito.

Risorse per fare che cosa?

Serve un intervento pubblico per orientare le imprese verso i settori più innovativi, accompagnandolo con un nuovo sistema di ammortizzatori sociali, dalla cassa integrazione per tutti alla formazione.

Che giudizio dai sull’attuale fase politica? Sull’eclissi della stella di Berlusconi?

C’è sicuramente uno sfaldamento della forza propulsiva del governo, si accentuano le spinte centrifughe nella maggioranza e tutto questo porta il governo a cercare di sopravvivere a se stesso. Io non ce lo vedo un Berlusconi che getta la spugna, cercherà di resistere fino in fondo, giocandosi la carta della riforma fiscale. Magari cercheranno di smussare i toni più estremi del berlusconismo, con una maggiore collegialità e chiedendo alle forze sociali impegni molto forti. Anche i fatti delle ultime ore che ci riguardano li inserisco in questo contesto. Un gioco pericoloso che costringerebbe il sindacato dentro vincoli non accettabili.

In un paese dove i salari sono già in sofferenza e dove il mercato del lavoro è stato stravolto….

Certo. La flessibilità in una situazione di stagnazione economica diventa precarietà tout court.

E voi cosa pensate di fare per porvi rimedio?

Noi abbiamo lo strumento contrattuale – che difendiamo anche per questo – per rimediare ai guasti della legge 30. Poi servirebbe un intervento legislativo e speriamo che un governo di altro segno lo metta in campo.

E, allora, cosa chiede la Cgil a un governo di centro-sinistra?

Di leggere bene la fase sociale in atto, di non illudersi più, di lavorare a una riqualificazione del sistema produttivo, puntando alla coesione sociale. Abbandonando la politica dei due tempi – prima lo sviluppo e poi le politiche sociali – ma tenendo insieme le due cose. Insomma rimettere il lavoro e i suoi diritti al centro della propria attenzione.

E come ti sembra messa l’opposizione su questo?

Un po’ in ritardo. C’è qualche elaborazione parziale, ma manca un’idea d’insieme, mi sembrano tutti presi dentro la dinamica della crisi politica. Il centro-sinistra deve trovare una proposta forte per affrontare la crisi sociale. Che, poi, è quello che gli chiedono i suoi elettori.

Dopo mercoledì sera hai cambiato idea sulla possibilità di una nuova concertazione?

Penso sia giusto chiedere a Confindustria di essere conseguente ai propositi espressi dal suo nuovo presidente. Oggi l’industria italiana è più fragile del passato e gli imprenditori sanno benissimo di non poter fare a meno anche delle ragioni della Cgil.