“Intervista” G.Epifani: «Con questa Confindustria si può fare della strada»

12/07/2004




domenica 11 luglio 2004

intervista
Roberto Giovannini

IL SEGRETARIO DELLA CGIL FRA CONCERTAZIONE E RICETTE PER LO SVILUPPO
ROMA
Epifani apre al dialogo «Con questa Confindustria si può fare della strada»

«S’è riconosciuto che esiste un problema salariale. Le imprese
devono riconsiderare il valore degli stipendi»

«Disponibili ad una verifica del modello del 1993 Se ci sono le condizioni
siamo per il confronto»

«Ho colto molte novità nelle parole pronunciate da Montezemolo
Ma ciò non significa che non ci siano differenze»

«Con gli imprenditori sarebbe importante riordinare le priorità
da dare all’esecutivo Buone le premesse»

«E’ sbagliato pensare di poter rilanciare l’economia diminuendo
le tasse. Bisogna puntare sulla ricerca»

«Le critiche all’azione del governo sono ampie perché con la manovra
si taglia male e a casaccio Non si aiuta lo sviluppo»

GUGLIELMO Epifani, segretario generale della Cgil, si apre una stagione di nuovo dialogo tra sindacato e impresa. Ma c’è anche preoccupazione per le prospettive economiche del Paese, anche alla luce della manovra appena varata dal governo.

«Le critiche all’azione del governo si diffondono, perché questa manovra – di cui a lungo si è negata la necessità – ha dimensioni rilevanti, e soprattutto finisce per penalizzare gli investimenti e lo sviluppo, a cominciare dalle aree svantaggiate. Si taglia male e a casaccio, e manca completamente la “fase due”: dopo il risanamento, non ci sono interventi di sostegno all’economia, allo sviluppo, al Mezzogiorno».

Ma il governo afferma che la crescita sarà rilanciata con la riduzione delle tasse.

«Qui sta lo sbaglio. Serve un’operazione sul Fisco, ma attenta alle ragioni dello sviluppo: a favore del lavoro dipendente e dei pensionati, e delle imprese per incentivare l’innovazione e la ricerca. Non è un caso che sindacati, imprenditori, amministratori ovunque mostrino perplessità e scetticismo per un progetto strumentale, iniquo, inefficace. Si dovrebbe prendere atto della realtà, altrimenti significa che non si vuol tenere conto delle dinamiche reali dell’economia, degli interessi di lavoratori e imprese».

Mercoledì 14 il sindacato incontrerà Confindustria. Di che discuterete?

«Sarebbe importante mettere insieme le priorità da sottoporre a governo, Parlamento ed Enti locali, priorità di sostegno ai fattori di sviluppo e di investimento. I timidissimi segnali di ripresa dell’economia non coinvolgono il settore industriale, che continua a stagnare o arretrare».

L’Esecutivo è alle prese con una complessa verifica. Meglio accelerare la crisi, anche mettendo tra parentesi il bipolarismo?

«Questo governo ha avuto il mandato degli elettori, ma in questi tre anni ha governato male. Non sappiamo come si concluderà questa verifica, che in ogni caso andrebbe portata in Parlamento alla luce del sole. Un conto sarà se il governo cambierà politica economica e prenderà una strada nuova; se dovesse proseguire con scelte sbagliate, o non si mostrasse in grado di operare, certo è che non ci possiamo permettere mesi e mesi di incertezza che aggraverebbero i problemi».

Si parla di una nuova stagione di concertazione. Ma la concertazione, per definizione, non si fa in tre, con il governo?

«Le parti sociali, fermi restando i loro ruoli, funzioni, punti di vista, possono trovare punti di condivisione su misure per sostenere la crescita ed evitare il rischio di declino industriale. Il mondo del lavoro assiste alla chiusura di aziende, alla delocalizzazione, a posti di lavoro che diventano precari. Quello dell’impresa all’affanno di tanti settori produttivi. Preoccupazioni condivise. Poi, si tratta di vedere che fa il governo. Certo, se come un anno fa non risponde nemmeno alle richieste di incontro, se procede senza dialogare e ascoltare, sarebbe un governo non all’altezza, che allarga il fossato tra sé e il Paese».

Recentemente lei ha partecipato a un dibattito con Luca Cordero di Montezemolo. Su molti temi è emersa sintonia, ma l’impressione è che su alcuni nodi – salario, contrattazione, conflitto – la distanza sia notevole.

«Io ho colto nelle parole del presidente di Confindustria molte novità. Non c’è più l’attacco ai diritti, alle condizioni di lavoro. C’è una preoccupazione di segno diverso: se non si fanno politiche di sostegno alla crescita, se non si immette qualità, il sistema industriale fatica a reggere la competizione internazionale. Su questo, oggettivamente c’è una convergenza di analisi. Sono parole d’ordine che la Cgil aveva posto, che diventano terreno di interesse comune. Poi, ciò non significa che non ci siano differenze. Sulla legge 30 sul mercato del lavoro non abbiamo cambiato idea. Così come pensiamo che sulle politiche redistributive e sul salario forse abbiamo idee diverse. Si deve però ripartire dagli obiettivi condivisi, lo sviluppo e la competitività, e poi costruire intese su altri terreni: la formazione, la lotta all’illegalità nel Sud. Aver recuperato un contesto di reciproco rispetto è un grande passo in avanti. Poi, si vedrà: adesso comincia un percorso, sulla base di premesse positive. Purtroppo, oggi la condizione delle imprese italiane è nettamente peggiore».

Chi ha seguito le vicende dei rapporti tra Cgil e Confindustria in questi anni non può non notare un’evoluzione per certi versi sorprendente. Come se la spiega?

«La vecchia Confindustria aveva scommesso sul governo di centrodestra, sostenendolo e incalzandolo su un attacco alle condizioni di chi lavora. Una politica che è fallita. Se la scelta è quella del dialogo, Confindustria su questa strada non può che incontrare le ragioni di chi negli ultimi anni ha sostenuto proposte che alla fine si sono rivelate giuste. La Cgil aveva ragione, e ha avuto ragione».

Montezemolo, nel vostro dibattito di Serravalle Pistoiese, ha proposto di legare il salario alla competitività.

«Montezemolo da un lato ha riconosciuto l’esistenza di un problema salariale e, contemporaneamente, ha fatto presente le difficoltà delle imprese. Il suo ragionamento, mi pare, stava in questa logica, non prefigurava modelli contrattuali precisi. Io credo che un problema redistributivo e salariale esista; non penso che debba essere caricato interamente nel rapporto tra sindacato e impresa, anche perché il salario è determinato da molti fattori, come le politiche sociali e le politiche dei prezzi. Ma anche l’impresa deve riconsiderare il valore del lavoro e la sua remunerazione. In questi anni la crescita della produttività è andata quasi tutta sul versante dell’impresa».

Molti affermano che i rapporti tra Cgil e Confindustria sono segnati – nel bene e nel male – dal ruolo e dalle scelte dei metalmeccanici della Fiom. È un problema reale? Superabile?

«Il sistema di relazioni industriali italiano in questi anni ha permesso un normale rinnovo di tutti i contratti, nel pubblico come nel privato. Solo per i metalmeccanici abbiamo alle spalle due accordi separati, e credo che si debba lavorare per superare questa situazione. A chi tocca? Ai diretti interessati: Fim-Fiom-Uilm e Federmeccanica. Le confederazioni sindacali e Confindustria possono aiutare questo processo, ma tocca a Fim-Fiom-Uilm e Federmeccanica, nella loro autonomia e responsabilità, trovare le condizioni per superare questa anomalia. Se, ad esempio, la nuova Federmeccanica e Confindustria affermassero esplicitamente che non procederanno ad accordi separati, si darebbe seguito alla positiva apertura di dialogo manifestata da Montezemolo, e sarebbe anche un modo intelligente per responsabilizzare tutti i soggetti in campo».

Dunque, sempre per i metalmeccanici: meglio aprire la trattativa per il rinnovo del contratto a regole vigenti, o meglio rinegoziare le regole?

«È un problema delicato. Noi abbiamo sempre detto di essere disponibili a una verifica del modello del ‘93. Questa verifica non deve interferire però con i contratti collettivi, e naturalmente presuppone che prima Cgil-Cisl-Uil abbiano maturato un punto di vista comune. Aggiornare i sistemi contrattuali è cosa delicata, si deve trovare il consenso di tutti. Abbiamo varato commissioni di lavoro per svolgere un primo esame sui modelli contrattuali e di democrazia sindacale, poi tireremo le somme. E se ci saranno le condizioni, apriremo un confronto con le imprese».

Cosa apprezza e cosa non apprezza, di Luca Cordero di Montezemolo?

«Mi colpisce la sua determinazione, la sua voglia di non rassegnarsi al declino, la spinta che cerca di trasmettere alle imprese a operare, a non scaricare sugli altri le proprie responsabilità. Poi, si tratta di vedere come si passa da queste analisi e impostazioni – che sono largamente condivisibili – ai fatti. Il peso degli interessi presenti in Confindustria potrebbe frenare questo approccio innovativo. Si apre un terreno nuovo, ma tempi e risultati di questo processo sono tutti da verificare».

Cosa pensa voglia Confindustria dalla sua Cgil? Cosa siete disposti a negoziare, su cosa non sarete mai disponibili?

«Non so cosa ci si aspetti da noi. So però che non si potrà chiedere alla Cgil, anche in presenza di crisi e problemi, di svolgere un ruolo di “freno” alle esigenze dei lavoratori. Bisogna, ho detto, rimettere al centro la questione del salario: senza massimalismi, senza nascondersi le difficoltà del sistema produttivo, ma il problema c’è. Così come un esagerato ricorso a strumenti di flessibilità che penalizzano le condizioni di chi lavora. Un mix che può diventare esplosivo, tanto più in una fase difficile come questa».

Cgil-Cisl-Uil hanno chiesto un incontro con il vertice Fiat. Con quali obiettivi?

«La Fiat si trova a un passaggio decisivo del suo risanamento. Ha un nuovo vertice, ci sono le preoccupazioni dei lavoratori per il futuro di Mirafiori, Cassino, Termini Imerese. Abbiamo deciso unitariamente di sollecitare un incontro tra sindacati e azienda per avviare un confronto che porti a una discussione di merito. La situazione della Fiat non può essere affrontata senza un rapporto impegnativo e trasparente con il sindacato. Secondo me, anche nell’interesse della Fiat: quali che siano i problemi, l’azienda dovrebbe puntare a un rapporto di maggior fiducia e di apertura nei confronti del sindacato. C’è anche un modello vecchio di relazioni industriali che ha contribuito a determinare i problemi dell’azienda. È ora di voltare pagina anche da questo punto di vista. Quando Montezemolo dice di fare sistema, di fare squadra, questo principio deve naturalmente valere anche per la più grande azienda del Paese».