“Intervista” G.Epifani: bisogno urgente di un intervento pubblico

02/03/2004


 Intervista a: Guglielmo Epifani
       



Intervista
a cura di

Felicia Masocco
 

02.03.2004
Epifani: bisogno urgente
di un intervento pubblico
L’inflazione è oltre la media europea mentre calano gli investimenti

ROMA Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil. Crescita, occupazione, investimenti, tasse, l’Italia
non va: c’è da sorprendersi?
«C’è da preoccuparsi. I dati diffusi dall’Istat in parte erano attesi, in parte sono più allarmanti. Perché non è solo lo
0,3% di crescita Pil, cioè una crescita prossima allo zero ma che ci vede in buona compagnia della Germania e della Francia: da noi l’inflazione torna a salire e siamo ormai un punto oltre la media europea. Inoltre c’è questo dato veramente negativo degli investimenti che nel 2003 sono
calati del 2%».
Come va letta questa flessione degli investimenti
fissi lordi?
«Vuol dire che non c’è stata una componente fondamentale della domanda, vuol dire che i tempi della ripresa rallentano, che non si cresce e che dunque non si redistribuisce».
Disaggregando i dati colpisce l’edilizia, praticamente l’unico settore con indicatori positivi. A cosa si deve?
«Effettivamente quella poca crescita che c’è è tutta dovuta all’edilizia che per l’ottavo anno consecutivo contribuisce a
sostenere la crescita del Paese mentre il settore industriale è sotto lo zero, l’agricoltura perde 5 punti… È evidente che le
persone non investono più sui mercati finanziari, ma sul mattone; poi c’è stata una politica utile di sostegno per le ristrutturazioni, per l’arredo urbano. Una domanda minuta, ma fa crescere. È quello che avevamo tentato di far capire al
governo, servono misure anticicliche, per sostenere la domanda a breve servono tanti interventi rapidi non poche opere faraoniche».
L’occupazione continua a crescere ma della metà rispetto al passato. Quantomeno non cala, è così?
«Certo che il fenomeno è inedito: cresciamo dello 0,3%, praticamente nulla, per quanto poco la produttività cresce,
e il saldo dell’occupazione è positivo: vuol dire che si è ingenerata una flessibilità assoluta nel rapporto tra crescita e occupazione e vuol dire che quest’ultima è più povera e più precaria».
In questa situazione si sta facendo strada l’idea di un ruolo più incisivo del «pubblico». Il liberismo ha fallito?
«Nella società cresce il bisogno di un “regolatore pubblico” che abbia una sede nazionale. L’idea che riducendo tasse e
diritti il mercato, il liberismo, risolvesse poi tutto da solo si è rivelata sostanzialmente falsa. Si sono invece avute un’assenza
di crescita e maggiore diseguaglianza. Osservo anche che sta passando la sbornia di un federalismo “spinto”, quello che frantuma i diritti e che contraddice il bisogno di una coesione sociale, questo tipo di federalismo non aiuta il sistemaPaese. Le vicende della sanità e scuola ci dicono questo».
C’è assenza di fiducia, anche il calo degli investimenti lo dice. Cosa si può fare?
«È vero, si ha meno fiducia, si capisce che il futuro può essere più gravido di problemi e di condizioni più difficili: è davvero un salto culturale, è inedito, dal dopoguerra ad oggi ogni generazione ha sempre pensato che avrebbe avuto condizioni
di vita migliori della precedente. Oggi non è così. Ci sono poi le difficoltà degli imprenditori, non solo quelli del Sud o dei distretti industriali, anche legli imprenditori del Veneto cominciano a capire cheè difficile affrontare i mercati globali con una moneta forte. E poi, macroscopica, c’è l’assenza della politica. Anche gli imprenditori chiedono che la politica
torni alle proprie responsabilità. E qui si apre una riflessione per Confindustria».
E il sindacato che contributo può dare, anche per il recupero di questa fiducia?
«Noi cerchiamo di farlo difendendo le rete sociale, con le attività contrattuali, indicando al lavoro, al Paese una via di uscita dalla crisi. Abbiamo credibilità perché non ci siamo mai cullati in false speranze e siamo stati molto rigorosi nell’analisi.
Oggi siamo in condizioni di farlo unitariamente. E in una società in crisi c’è bisogno di unità che rende i sindacati più forti. A partire dal 10 marzo saranno due mesi di iniziative unitarie: sulla scuola, con i pensionati il 3 aprile, e ancora il
25 aprile, il primo maggio. E in questo arco di tempo può trovare spazio lo sciopero contro la politica economica del governo e la riforma delle pensioni, per lo sviluppo e la competitività. E vorrei sottolineare le assemblee in tutti i luoghi di lavoro, fare centinaia di assemblee in cui si incontrano i lavoratori, in cui ci si confronta è ancora più importante dello sciopero e della mobilitazione. È un processo democratico straordinario».